lunedì 25 maggio 2015

Ticino

La Ticino (g.c. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

Nave cisterna per acqua, ex mercantile tedesco Hans Leonhardt. Lunga 74,36 (o 70,3) metri, larga 10,97 e pescante 4,54-4,72, con stazza lorda di 1470 tsl e dislocamento di 3179 (o 2588) tonnellate, velocità 9,5 nodi. Armata con tre cannoni da 76/40 mm; 70 uomini di equipaggio.
In gestione alla Società Anonima Cooperativa Garibaldi, iscritta con matricola 2079 al Compartimento Marittimo di Genova.

Breve e parziale cronologia.

Febbraio 1924
Varata nei cantieri Vulcan Werke A. G. di Amburgo (numero di costruzione 200).
Maggio 1924
Completata come motonave da carico Vulcan per la Vulcan AG. Stazza lorda iniziale 1314 o 1358 tsl, portata lorda 2000 tpl.
1925
Acquistata dalla Leonhardt & Blumberg di Amburgo e ribattezzata Hans Leonhardt.
7 febbraio 1935
Acquistata dalla Regia Marina, trasformata (con lavori eseguiti nell’Arsenale di La Spezia) in nave cisterna per acqua, armata con tre pezzi da 76/40 mm e ribattezzata Ticino.

(g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)

7 dicembre 1935
Iscritta nel ruolo del naviglio da guerra dello Stato, categoria navi sussidiarie, con il nome di Ticino; l'iscrizione nel ruolo del naviglio da guerra dello Stato viene però subito temporaneamente sospesa, perché la nave viene data in gestione alla Società Anonima Cooperativa di Navigazione Garibaldi, con sede a Genova, cui sono affidate numerose navi ausiliarie della Regia Marina.
10 giugno 1940
All'entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Ticino, insieme alle navi cisterna Lina Campanella (requisita) e Polifemo ed alle cannoniere Palmaiola, Giovanni Berta, Valoroso, Dante De Lutti e Riccardo Grazioli Lante, forma il Gruppo Navi Ausiliarie Dipartimentali del Comando Navale Libia.
30 ottobre 1940
Salpa da Tobruk per Tripoli alle 17, in convoglio con il piroscafo Mira e quattro motovelieri e con la scorta della torpediniera Sagittario.
31 ottobre 1940
Alle 10.45 il convoglio giunge a Bengasi, dove sosta alcune ore, dopo di che Ticino e Mira proseguono per Tripoli con la scorta della torpediniera Climene
2 novembre 1940
Ticino, Mira e Climene arrivano a Tripoli alle 12.30.
6 novembre 1940
La Ticino lascia Tripoli alle 17 diretta a Palermo, insieme al piroscafo Sirena e con la scorta della torpediniera Sirio.
9 novembre 1940
Il piccolo convoglio entra a Trapani alle 21, e vi sosta prima di proseguire per Palermo.
11 novembre 1940
Il convoglio arriva a Palermo alle 16.30.

(da www.associazione-venus.it)

La perdita

Alle 8.50 dello 26 marzo 1941 la Ticino salpò da Palermo alla volta di Trapani in convoglio con un'altra cisterna militare, la più piccola Verde, incaricata di scortare la Ticino e di fungerle da unità pilota.
Ad insaputa delle due navi italiane, in quelle stese ore il sommergibile britannico Rorqual (capitano di fregata Ronald Hugh Dewhurst), mandato a posare 50 mine tra Capo Gallo e Scoglio Asinelli (Sicilia), si apprestava – dopo aver posato il giorno precedente un primo sbarramento di 10 mine 4-5 miglia a nordest di Capo Gallo – a posare un campo minato proprio sulla rotta che avrebbe dovuto portare Ticino e Verde da Palermo a Trapani.
Il Rorqual iniziò la posa di uno sbarramento di 19 mine alle 9.40 del 26 marzo, nel punto a 2,2 miglia per 022° dal faro dello Scoglio Asinelli, per poi procedere in direzione 290° posando le mine per una lunghezza di 0,9 miglia nautiche, separate di circa 90 metri l’una dall’altra; conclusa la posa alle 9.56, il battello si portò a 1,5 miglia per 308° dal faro di Scoglio Asinelli ed alle 10.48 diede inizio alla posa di uno sbarramento di altre 21 mine, procedendo per un miglio in direzione 29° e lasciando sempre una distanza di 90 metri tra le mine.
Durante il pomeriggio dello stesso giorno Ticino e Verde, mentre passavano a ponente dello Scoglio Asinelli, avvistarono delle mine che galleggiavano nel mare agitato, apparentemente alla deriva.
Alle 15.50 la Verde alzò le bandiere R K, significanti «mine in vista», ed ambedue le cisterne invertirono la rotta e diedero inizio ad una serie di evoluzioni, mentre da bordo gli equipaggi aprivano il fuoco con dei moschetti contro le mine, tentando vanamente di distruggerle. Tutto ciò si svolse sotto gli occhi degli addetti al semaforo di San Giuliano, vicino a Trapani, che comunicarono al locale Comando Marina quanto stava accadendo.
 
Alle 16.22 (o 16.30), infine, la Ticino urtò una delle mine ed affondò rapidamente nel punto 38°06' N e 12°31' E, a nordest della Torre degli Asinelli ed a circa cinque miglia dalla costa. (Alcune fonti, specie britanniche, attribuiscono l’affondamento della Ticino a siluramento da parte del Rorqual, anziché a mina, ma si tratta di un errore, in quanto il Rorqual non attaccò mai la nave e non era presente in zona in quel momento).
I naufraghi vennero recuperati dalla Verde e da un'unità del servizio di pilotaggio foraneo, inviata in un secondo momento su ordine del contrammiraglio Notarbartolo, comandante il Settore Militare Marittimo di Trapani, non appena quest’ultimo era stato informato dell’affondamento. La Verde, però, avendo rimesso in moto dopo il completamento dei soccorsi, urtò anch’essa una mina alle 17.25, inabissandosi in meno di un minuto.
Di nuovo da Trapani furono ordinati nuovi soccorsi: altre tre unità, tra cui, grazie ad un  consistente abbonacciamento del mare, anche un MAS, che grazie al suo ridottissimo pescaggio non avrebbe rischiato di far esplodere delle mine. Complessivamente furono tratti in salvo 52 naufraghi di entrambe le navi. Nel dubbio che nonostante tutto potessero anche esservi sommergibili nemici in zona, venne anche richiesto l’invio di aerei della Regia Aeronautica.
Il 27 marzo furono recuperate cinque mine che, esaminate, risultarono nemiche, del modello impiegato dai sommergibili posamine: si capì allora che non erano state mine alla deriva di uno sbarramento italiano a causare il disastro, come si era pensato inizialmente, ma un intero campo minato posato in quella zona da un sommergibile (per l'appunto il Rorqual: Ticino e Verde erano incappate nella terza linea di mine, quella di 21 ordigni), alcune delle quali erano venute in affioramento. Fu immediatamente disposto ed eseguito il dragaggio. 
 
Sul numero di vittime tra l'equipaggio della Ticino vi sono informazioni contrastanti. Secondo il volume "La guerra di mine" dell'Ufficio Storico della Marina Militare, morirono nell'affondamento undici uomini della Ticino, oltre a 23 della Verde. Da un documento dell'epoca della Capitaneria di Porto di Trapani, tuttavia, risulterebbe un bilancio leggermente meno pesante; su un totale di 39 uomini imbarcati sulla Ticino (26 marittimi civili della Cooperativa Garibaldi, tra cui il comandante, e 13 militari della Regia Marina), le vittime sarebbero state sette, di cui due civili e cinque militari. Vennero in seguito recuperati i corpi del marittimo civile Antonio Accardo e del seconco capo cannoniere Piero Balma, mentre gli altri cinque uomini furono dichiarati dispersi.
Dal citato documento della Capitaneria di Porto di Trapani emerge anche un altro particolare non menzionato nel volume USMM, ossia che una parte dei naufraghi della Ticino, dopo l'affondamento della propria nave, raggiunse direttamente la costa su una lancia di salvataggio, senza essere raccolta da altre unità. Considerato che le perdite tra l'equipaggio della Verde furono molto più pesanti, sembra lecito supporre che solo pochi naufraghi furono recuperati - per loro sfortuna - da questa nave, mentre la maggioranza prese posto nell'imbarcazione che raggiunse la costa, o furono recuperati dall'unità del pilotaggio foraneo.

Le vittime tra l'equipaggio della Ticino:
(si ringrazia Michele Strazzeri)

Antonio Accardo, marittimo civile, da Torre del Greco, deceduto
Walter Agnibeni, marinaio nocchiere R. Marina, da Sospirolo, disperso
Antonio Arus, marinaio cannoniere R. Marina, da Gonnesa, disperso
Piero Balma, secondo capo cannoniere R. Marina, da Asti, deceduto
Salvatore Davì, direttore di macchina, da Palermo, disperso
Michele Lorusso, sergente cannoniere R. Marina, da Bari, disperso
Giuseppe Massera, marinaio fuochista R. Marina, da Parma, disperso

 
Trascrizione dell'atto di scomparizione in mare del direttore di macchina Salvatore Davì nei registri degli atti di morte del Comune di Palermo (g.c. Michele Strazzeri)
 

(g.c. Marcello Risolo, via www.naviearmatori.net)


sabato 23 maggio 2015

V 162 Vanna



La nave quando portava il nome di Nieuwe Maas (R. Zwama/Shiplovers via Jean-Pierre Misson)


Motoveliero da carico (nave goletta) da 279,26 tsl e 215 tsn, lungo 39,87 m fuori tutto (36,50 tra le perpendicolari), largo 7,54 e pescante 3,16; velocità 8 nodi. Appartenente all’armatore savonese Carlo Landi (o Angelo Aloisi) ed iscritto con matricola 132 al Compartimento Marittimo di Savona.

Breve e parziale cronologia.

14 maggio 1918
Varato nel cantiere N.V. Boele's Scheepswerven & Machinefabriek di Bolnes (Paesi Bassi) come olandese Nieuwe Maas (numero di cantiere 117).
8 febbraio 1919
Completato come Nieuwe Maas per la Maatschappij Motorschoener 'Nieuwe Maas' di Rotterdam (in gestione a Peulen & Klip di Rotterdam); porto di registrazione Rotterdam, nominativo di chiamata PMTC. Caratteristiche originali 289 tsl, 211 tsn, 430 tpl.
24 luglio 1925
Acquistato dall’armatore olandese Pieter Buisman di Groningen, cambia porto di registrazione (Groningen) e nominativo di chiamata (QDCF); ribattezzato Zeemeeuw.
8 marzo 1927
Acquistato dall’armatore londinese G. L. Sinmer; ribattezzato Renmis (cioè il cognome, al contrario, di Sinmer) e registrato a Londra.
Ottobre 1933
Acquistato dall’armatore fiumano Giovanni Valdini, ribattezzato Eneo e registrato a Fiume.
Agosto 1934
Acquistato dall’armatore savonese Agostino Galleano, ribattezzato Vanna Galleano e registrato a Savona.
Aprile 1935
Acquistato dall’armatore savonese Carlo Landi fu Antonio e ribattezzato Vanna.
28 gennaio 1941
Requisito a Cagliari dalla Regia Marina (dalle ore 16) ed iscritto con sigla V 162 nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, indi impiegato come vedetta foranea ma anche per trasporto costiero di carburante e munizioni, come molti motovelieri.

L’affondamento

Il 17 aprile 1941 il Vanna era in navigazione da Bengasi a Derna con un carico di bombe, munizioni e benzina in latte destinato a Derna, quando alle 16.24, al largo di Apollonia, venne avvistato dal sommergibile britannico Truant, al comando del capitano di corvetta Hugh Alfred Vernon Haggard. Alle 16.40 il Truant emerse, ed aprì il fuoco contro il motoveliero con il suo cannone da 100 mm. Quindici minuti di cannoneggiamento bastarono a ridurre il Vanna ad un relitto in fiamme; alle 16.55 il sommergibile britannico cessò il fuoco, e cinque minuti dopo il Vanna saltò in aria nel punto 32°58’ N e 21°58’ E, a soli 300 metri da Apollonia. Tutti e sei gli uomini dell’equipaggio poterono mettersi in salvo.
 
L’esplosione del Vanna, vista da bordo del Truant (dal libro “Discharged Dead” di Sidney Hart, reduce del Truant)

Il relitto del Vanna, la cui storia e posizione (32° 54' 32" N e 21° 58' 38" E) era nota agli anziani di Marsa Susa/Apollonia vissuti durante la guerra, è stato esplorato tra il 1962 ed il 1967 (e poi, molti anni dopo, di nuovo nel 2012) dal subacqueo belga Jean-Pierre Misson (il quale lo ha individuato grazie all’indicazione di un amico libico di Apollonia), che ne ha recuperato la campana e la parte centrale del timone, in bronzo (essendo i raggi in legno già stati in larga parte mangiati dai vermi marini). Rimane del Vanna la parte prodiera dello scafo, adagiata sul fondale in posizione diritta, a circa 20-25 metri di profondità.



La campana del motoveliero dopo il recupero (g.c. Jean-Pierre Misson)


L’affondamento del Vanna nel giornale di bordo del Truant (da Uboat.net):

“1624 hours - Sighted a heavily laden barque approaching from the West.
1640 hours - Surfaced and opened fire with the 4" gun.
1655 hours - The target was now well ablaze, broke off the attack.
1700 hours - The target blew up and sank.
1705 hours - Dived in position 32°58'N, 21°58'E.”
 
Il Vanna (g.c. Mauro Millefiorini)

Si ringrazia Jean-Pierre Misson.


giovedì 21 maggio 2015

Capitano Tarantini

Il varo del Tarantini (da www.grupsom.com)

Sommergibile oceanico della classe Liuzzi (dislocamento in superficie 1166 tonnellate, in immersione 1484). In guerra effettuò complessivamente 7 missioni, cinque in Mediterraneo e due in Atlantico, percorrendo in tutto 12.434 miglia in superficie e 1460 in immersione, trascorrendo cento giorni in mare ed affondando una nave mercantile di 3040 tsl.

Breve  e parziale cronologia.

5 aprile 1939
Impostazione nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
7 gennaio 1940
Varo nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
16 marzo 1940
Entrata in servizio. In aprile, durante le prove, s’immergerà sino a 110 metri di profondità, quota maggiore di quella contrattuale e di quelle raggiunte dalle unità gemelle durante le analoghe prove.
6 giugno 1940
Il Tarantini (capitano di corvetta Alfredo Iaschi) lascia Taranto nelle prime ore del mattino insieme ai gemelli Bagnolini e Giuliani ed al più piccolo Salpa diretto a sud di Creta, per trovarvisi in missione al momento della dichiarazione di guerra. Il Tarantini navigherà insieme al Bagnolini fino alle 20.30 del 9, quando i due sommergibili si separeranno per raggiungere le rispettive aree.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Tarantini, che con i gemelli Console Generale Liuzzi, Alpino Bagnolini e Reginaldo Giuliani forma la XLI Squadriglia Sommergibili del IV Grupsom di Taranto, si trova già in missione al largo di Gaudo (a sud di Creta), formando uno sbarramento – insieme a Salpa, Bagnolini e Giuliani, a distanza di 20 miglia l’uno dall’altro – contro il traffico diretto verso i Dardanelli.
11 giugno 1940
Alle 19.20, mentre è immerso, lancia un siluro contro una petroliera valutata in 7000 tsl, ma l’arma, difettosa, non va a segno.
16 giugno 1940
Rientra a Taranto.
27 giugno 1940
Prende il mare (ancora al comando del capitano di corvetta Iaschi) per la sua seconda missione, da compiere nelle acque di Haifa.
28 giugno 1940
Attaccato da un aereo in Mar Ionio, mentre naviga in superficie, non viene danneggiato.
29 giugno 1940
Alle 4.55 (o alle 4.53), mentre procede in superficie a sudovest di Capo Matapan, avvista un cacciatorpediniere britannico, probabilmente il Dainty (autore due giorni prima, con altre unità, dell’affondamento proprio del capoclasse Liuzzi), che alle 5.03 attacca con il lancio di un siluro. La nave evita l’arma con la manovra e contrattacca dando la caccia al Tarantini, che riesce però ad allontanarsi indenne.
3 luglio 1940
Giunge al largo della Palestina ed inizia a pattugliare l’area.
11 luglio 1940
Intorno alle 23, nel punto 33°12’ N e 33°38’ E (nella zona «C» davanti al porto di Haifa, e 60 miglia a sud di Cipro), il Tarantini lancia infruttuosamente dei siluri contro la pirocisterna panamense Beme da 3040 tsl (appena uscita da Haifa in zavorra e diretta ad Istanbul per conto del Regno Unito), mancandola, poi apre il fuoco con il cannone, la immobilizza ed infine la colpisce con un siluro dopo averla fatto abbandonare dall’equipaggio sulle lance. La Beme continuerà a galleggiare fino al 12 luglio, per poi affondare presumibilmente il 13; il suo equipaggio verrà tratto in salvo al completo.
12 luglio 1940
Si avvia sulla rotta di rientro.
In seguito il Tarantini effettuerà altre due missioni in Mediterraneo, per poi essere destinato all’Oceano Atlantico.

Il comandante Iaschi e l’equipaggio del Tarantini al rientro a Taranto, dopo l’affondamento del Beme (g.c. Giovanni Pinna)

31 agosto 1940
Lascia Trapani diretto in Atlantico.
10 settembre 1940
Attraversa lo stretto di Gibilterra (in parte in superficie, in parte in emersione), poi raggiunge il proprio settore di pattugliamento, a nord delle Azzorre. Pattuglierà le acque tra le Azzorre, il Portogallo e Madera insieme ai sommergibili Comandante Faà di Bruno, Giuliani, Emo, Luigi Torelli e Maggiore Baracca.
29 settembre 1940
Lascia il settore d’operazione per raggiungere Bordeaux, ove è stata allestita la base atlantica italiana di Betasom.
5 ottobre 1940
Arriva a Bordeaux.
11 novembre 1940
Inizia la seconda missione atlantica, facendo parte del gruppo «Giuliani» (Argo, Giuliani, Tarantini, Torelli, assegnati ad un settore ad ovest dell’Irlanda ed al largo della Scozia, compreso tra i paralleli 53°20’ N e 55°20’ N ed i meridiani 15° O e 20° O). Il sommergibile deve affrontare una violenta burrasca; poco dopo la partenza, all’uscita della Gironda, un’onda enorme ferisce gravemente il comandante in seconda, tenente di vascello Attilio Frattura, che non potrà più prestare servizio in plancia sino al termine della missione.
18 novembre 1940
Raggiunge il proprio settore d’agguato, a nordovest dell’Irlanda.
27 novembre 1940
Insieme al Giuliani ed ad un terzo sommergibile, l’Argo, il Tarantini forma uno sbarramento ad ovest di un altro formato dai sommergibili tedeschi U 52, U 94, U 95, U 99, U 101 e U 140.
1° dicembre 1940
Tarantini, Argo e Giuliani pattugliano una zona ad ovest di quella assegnata ai sommergibili tedeschi U 43, U 47, U 52, U 94, U 95, U 99, U 101, U 103 e U 140, a ponente del Canale del Nord.
2 dicembre 1940
Il Tarantini, insieme all’Argo, avvista all’alba ed attacca il grosso convoglio HX. 90, ma mentre manovra per immergersi e portarsi in posizione di lancio viene avvistato ed assalito a sua volta dalla scorta: è la prima unità ad essere respinta dalla scorta mandata incontro al convoglio ed appena sopraggiunta, mentre già infuriano gi attacchi contro il convoglio da parte di sommergibili tedeschi (che in tutto affonderanno undici navi per 73.958 tsl e ne danneggeranno altre quattro) ed italiani e di aerei FW 200 “Condor” della Luftwaffe (che affonderanno una nave). Il Tarantini subisce ventiquattr’ore di bombardamento con ben 106 cariche di profondità lanciate dal cacciatorpediniere Viscount, dalla corvetta Gentian e dallo sloop Folkestone, che tuttavia non arrecano altro che danni leggeri (altra fonte, invece, parla di avarie gravi), ma lo costringono a rinunciare all’attacco ed allontanarsi.
4-5 dicembre 1940
Subisce altra caccia antisommergibile della durata di dodici ore, ma senza riportare danni rilevanti.
5 dicembre 1940
Il secondo capo nocchiere Sergio Ciotti, che si trova in torretta, viene trascinato in mare da un’onda anomala e scompare nella fortissima burrasca; a nulla valgono le lunghe ricerche del sommergibile.
Il Tarantini viene nuovamente sottoposto a prolungata caccia antisommergibile, per circa dodici ore, ma non viene danneggiato.

Il sommergibile subito dopo il varo (da “Preparazione e criteri d’impiego dei sommergibili italiani nella seconda guerra mondiale” di Riccardo Nassigh, dal n. 1 della Rivista

L’affondamento

Il 9 dicembre 1940 il Tarantini lasciò il proprio settore operativo a nordovest dell’Irlanda e fece rotta per tornare a Bordeaux.
Il mattino del 15 dicembre il comandante in seconda Frattura, ripresosi dalle ferite riportate all’inizio della missione e posto al comando della guardia, salì in torretta per dirigere l’avvicinamento e l’imbocco dell’estuario della Gironda, ormai in vista, per poi risalirlo fino a Bordeaux. Alla sua sinistra, Frattura vedeva il faro di Cordouan; il semaforo e la punta di Soulac risultavano allineati. In torretta, oltre a Frattura, c’erano il comandante Iaschi, due guardiamarina, un radiotelegrafista e tre o quattro marinai.
Il sommergibile imboccò il passaggio meridionale per entrare nella Gironda. A bordo si pensava di essere ormai al sicuro, al termine di una prima difficile missione atlantica: una volta a terra ci sarebbe stata la licenza natalizia. La moglie del comandante Iaschi si era recata a Bordeaux ed attendeva il marito in albergo per dirgli che aspettava un bambino, e passare insieme a lui la licenza.
Ad attendere i sommergibili italiani in arrivo a Bordeaux, però, c’era un intero sbarramento di sommergibili britannici, inviati appositamente sul posto: il Thunderbolt, l’Unique, l’Upholder e l’Usk. Il primo dei quattro, al comando del tenente di vascello Cecil Bernard Crouch, non avendo trovato nulla per giorni, si era avvicinato di più alla costa nella speranza di trovare qualcosa, essendo il traffico mercantile più intenso. Qui aveva alzato il periscopio: la ricerca avrebbe subito dato i suoi frutti.
Alle 8.35 del 15 dicembre il Thunderbolt, in immersione, avvistò nel punto 45°25’ N e 01°23’ O (dodici miglia a sudovest dell’estuario della Gironda) un oggetto che sembrava essere la torretta di un sommergibile. L’unità britannica modificò la rotta per avvicinarsi, ma poco dopo, avvistò, sullo stesso rilevamento, anche due pescherecci, che raggiunsero la presunta torretta, la quale sembrò emettere fumo: Crouch pensò allora di essersi ingannato, e che la “torretta” fosse in realtà un terzo peschereccio. Tre pescherecci armati, infatti, erano già stati visti in zona in altre occasioni.
Non intendendo sprecare un siluro per bersagli di così poca importanza, il Thunderbolt, il cui equipaggio era già accorso ai posti di combattimento, cambiò nuovamente rotta per tornare nella posizione stabilita per il pattugliamento, ed il suo comandante tornò in quadrato ufficiali per fare colazione.
Dopo qualche minuto, però, il comandante in seconda John Samuel Stevens, osservando di nuovo i tre “pescherecci” in avvicinamento (benché la distanza con loro fosse già notevolmente salita), si rese conto che uno dei tre era davvero, come pensato inizialmente, un sommergibile, fiancheggiato da due pescherecci armati di scorta. Sul Thunderbolt fu dato l’allarme, ed alle 9.09 Crouch apprezzò che il contatto, a 6 miglia per 20° sulla sinistra (o 4,6 km per 110°), fosse un sommergibile (il Tarantini) scortato da tre pescherecci armati. Le unità procedevano a zig zag con rotta 130°.
In realtà i pescherecci armati, i tedeschi V 401, V 407 e V 409, non stavano scortando il Tarantini, ma il piroscafo francese Chateau Yquem, mentre il sommergibile italiano era privo di scorta. Il Thunderbolt, cambiata rotta ancora una volta, si portò all’attacco e preparò tutti i tubi, ma quando prima di lanciare Crouch diede un’altra occhiata al periscopio e vide che il Tarantini aveva a sua volta cambiato rotta, dando così la poppa all’unità britannica. Il sommergibile britannico continuò allora ad avvicinarsi a velocità dimezzata.
Quando il Thunderbolt si venne a trovare a 130° di poppa dritta al Tarantini, a circa 3660 metri di distanza, Crouch notò che i pescherecci di scorta erano disposti attorno all’unità italiana proprio come quelli della Royal Navy attorno ai sommergibili britannici all’inizio di un’esercitazione antisommergibile, e ritenne allora che la loro velocità dovesse essere attorno ai sei nodi. Fece modificare ancora la rotta di qualche grado, quindi giunse in posizione idonea al lancio.
Alle 9.20 il Thunderbolt lanciò egualmente sei siluri da 3660 metri, ad intervalli di dodici secondi l’uno dall’altro. Mentre erano in corso i lanci, Crouch temette di aver sbagliato nel valutare la velocità del bersaglio, dunque apportò un lieve cambiamento di rotta, accostando di tre gradi a sinistra, prima che gli ultimi tre siluri fossero partiti. Una delle armi affiorò in superficie per via del mare lungo, ma non fu notata.
Quattro minuti dopo il lancio (secondo l’orario italiano, invece, alle 10.15 o 10.17), il Tarantini venne colpito a poppa da un siluro ed affondò (di poppa) nel giro di pochi secondi nel punto 45°25’ N e 01°22’ O, due miglia a sudovest dell’estuario della Gironda, portando con sé quasi tutto l’equipaggio. Il comandante Iaschi continuò fino alla fine ad impartire ordini al direttore di macchina Augusto Raiteri, che in camera di manovra cercava d’impedire in ogni modo l’ingresso dell’acqua, ma fu tutto vano. Quando la poppa toccò il fondo, la prua s’impennò sopra la superficie, poi scomparve anch’essa sott’acqua.
Crouch, che trascorsi quattro minuti aveva alzato il periscopio per osservare, temendo di aver mancato il bersaglio, vide un’alta colonna d’acqua levarsi nel cielo all’impatto del primo siluro, accompagnata dal rumore di un’esplosione; nei momenti successivi si vide la prua del sommergibile colpito affiorare dal mare, e cinque minuti dopo furono avvertite altre quindici esplosioni. Il Thunderbolt si allontanò indisturbato: nessuno aveva visto i siluri, tanto che la perdita del Tarantini fu inizialmente attribuita, da parte italo-tedesca, ad una mina. Solo dopo la guerra si sarebbe appresa la verità.
Le unità tedesche giunte in soccorso poterono recuperare solo cinque superstiti, tutti tra coloro che si trovavano in torretta al momento del siluramento ed erano stati sbalzati in mare: il comandante in seconda Frattura, il sottocapo nocchiere Egidio Rossetti (da Saltrio), il sergente radiotelegrafista Luigi Scotto Pagliano (da Napoli), il secondo capo nocchiere Andrea Santoru (da Alghero) ed il nocchiere Pasquale Gullo (da Pizzo Calabro). Il comandante Iaschi non sopravvisse, così come alcuni degli altri occupanti della torretta e tutti coloro che erano sottocoperta.
I palombari tedeschi ed italiani che s’immersero sul relitto del Tarantini sentirono dei colpi battuti contro lo scafo dagli uomini rimasti intrappolati in compartimenti non allagati dal sommergibile, ma a causa del maltempo – mare mosso e forti correnti di marea – non fu possibile fare nulla per salvarli. I colpi contro lo scafo proseguirono per due giorni, poi fu solo il silenzio.
Le vittime furono 51: il comandante Iaschi, altri 4 ufficiali e 46 tra sottufficiali, sottocapi e marinai
Per il Thunderbolt, l’affondamento del Tarantini rappresentò il primo successo. Il comandante Crouch ricevette il Distinguished Service Order per l’azione, il suo secondo, tenente di vascello John Stevens, fu decorato con la Distinguished Service Cross, cinque marinai con la Distinguished Service Medal, ed altri cinque ricevettero “menzione”. Il comandante Crouch, per essere riuscito a colpire un sommergibile che gli dava la poppa – bersaglio molto ristretto e difficile da colpire – alla sua prima missione di guerra, si guadagnò il soprannome di “Lucky”, il fortunato. La sua fortuna, e quella del Thunderbolt, si sarebbe esaurita il 14 marzo 1943, in Mediterraneo, sotto le bombe di profondità gettate dalla corvetta italiana Cicogna.

Morirono nell’affondamento del Tarantini:

Carmine Abate, sottocapo cannoniere, da Avella
Giovanni Arpe, marinaio, da Monterosso al Mare
Corrado Baldini, marinaio elettricista, da Firenze
Francesco Basile, sottotenente di vascello, da Giugliano in Campania
Valentino Borghetti, marinaio motorista, da Calvisano
Ugo Bucciol, secondo capo meccanico, da Eraclea
Pasquale Bufalo, marinaio, da Napoli
Giorgio Caira, marinaio silurista, da San Giorgio di Piano
Salvatore Campisi, marinaio, da Pachino
Fulvio Campolongo, secondo capo elettricista, da Rovereto
Alfonso Caradonna, sottocapo segnalatore, da Mazara del Vallo
Francesco Cassisa, marinaio, da Trapani
Angelo Catania, sottocapo cannoniere, da Gela
Agostino Cavallo, secondo capo furiere, 26 anni, da Ostuni
Giusto Centini, marinaio radiotelegrafista, da Reggio Emilia
Raffaele Ciccarelli, marinaio silurista, da Pomigliano d'Arco
Gino Cocozza, sottocapo silurista, da Venafro
Domenico Colombo, marinaio silurista, da Concorezzo
Giorgio Corazzi, guardiamarina, da Roma
Leonardo Covelli, secondo capo elettricista, da Crotone
Amleto D'Alicis, secondo capo silurista, da Scursola Marsicana
Leo Ferdinando Del Bene, marinaio motorista, da Levanto
Francesco Ferrando, marinaio motorista, da Taranto
Carlo Genovese, secondo capo radiotelegrafista, da Napoli
Romualdo Gerenini, sergente motorista, da Ischia
Alfredo Grassano, sottocapo meccanico, da Napoli
Alfredo Iaschi, capitano di corvetta (comandante), da Trieste
Antonio Ivagnes, sottocapo elettricista, da Castrignano del Capo
Angelo La Greca, sottocapo furiere, da Lipari
Dino Lamponi, marinaio fuochista, da Genova
Calderoro Longo, marinaio, da Messina
Salvatore Marra, sottocapo elettricista, da Nardò
Giovanni Maviglio, marinaio cannoniere, da Monopoli
Italo Mazzella, marinaio silurista, da Procida
Agostino Miotto, sottocapo silurista, da Casalserugo
Giuseppe Mongelli, marinaio silurista, da Bari
Onofrio Monno, marinaio motorista, da Bari
Carmelo Moschella, secondo capo meccanico, da Forza d'Agrò
Giacomantonio Muccillo, marinaio motorista, da San Martino in Pensilis
Giuseppe Papini, marinaio elettricista, da Montevarchi
Gioacchino Pastanella, capo silurista di terza classe, da Terlizzi
Francesco Petracca, marinaio elettricista, da Castrignano del Capo
Giuseppe Ambrogio Raimondi, secondo capo militarizzato, da Legnano
Augusto Raiteri, capitano del Genio Navale (direttore di macchina), 39 anni, da Roma
Antonio Romano, marinaio radiotelegrafista volontario, 20 anni, da Somma Vesuviana
Enrico Rossini, capo meccanico di seconda classe, da Trieste
Angelo Rusconi, marinaio silurista, da Lecco
Guido Sgattoni, marinaio fuochista, da San Benedetto del Tronto
Francesco Taricco, tenente del Genio Navale, da Trinità
Biagio Tramontana, marinaio (*)
Manlio Valchera, sottotenente di vascello, da Arezzo
Ernesto Versa, tenente del Genio Navale, da Trieste
Giovanni Battista Vigezzi, marinaio fuochista, da Cugliate Fabiasco
Nello Zambelli, marinaio fuochista, da Polesine Parmense
Aldo Zunarelli, marinaio silurista, da Borgo a Mozzano
Antonio Zuppelli, sottocapo silurista, da Spilimbergo

(*) Il nome di Biagio Tramontana, presente in alcuni elenchi reperibili su Internet, non figura invece negli elenchi ufficiali dei caduti e dispersi della Marina Militare nella seconda guerra mondiale.

Prima di loro, carpito dal mare durante la stessa missione, era scomparso Sergio Ciotti, secondo capo nocchiere, da Sansepolcro.

I superstiti del Tarantini: al centro il tenente di vascello Frattura, mentre quarto da sinistra è il sergente Scotto Pagliano (g.c. Giovanni Pinna)

Il relitto del Tarantini giace oggi sul fondale sabbioso nel punto 43°30'102 N e 001°22'839 O (al largo della Pointe de Grave e di Cap Breton ed a sud del faro di Corduan), a circa 15 (6-7 per altre fonti) miglia dalla costa, ad una profondità compresa tra i 35 ed i 40 metri (i periscopi, alzati, arrivano fino a 20 metri sotto la superficie). Il sommergibile, ricoperto di crostacei e concrezioni, è leggermente sbandato sulla dritta e si trova orientato in direzione sudovest-nordest nell’asse del canale sud della Gironda. La prua è ammaccata, forse per l’urto contro il fondale; la poppa è ridotta ad un informe ammasso di rottami, dilaniata dall’esplosione del siluro che la colpì. Il cannone da 100 mm non è al suo posto, recuperato da palombari tedeschi poco dopo l’affondamento.
Mentre di solito la visibilità è ridotta a causa della sabbia in sospensione, in condizioni particolari è possibile vedere il relitto dalla superficie.

La  motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del capitano del Genio Navale Direzione Macchine Augusto Raitieri, nato a Roma il 1° luglio 1901:

"Imbarcato su sommergibile, partecipava ad una lunga, ardita missione di guerra, dimostrando, in ogni circostanza, elevato senso del dovere e superbe virtù militari. Al termine della missione, in seguito a siluramento nemico, stoicamente incurante della propria salvezza, si prodigava con tutte le sue energie nel supremo tentativo di evitare la perdita dell’unità con la quale eroicamente si inabissava.
Oceano Atlantico, 15 dicembre 1940."

L’affondamento del Tarantini nel giornale di bordo del Thunderbolt (da Uboat.net):

“0835 hours - In position 45°25'N, 01°23'W sighted an object that was later made out to be the conning tower of a submarine. Later two trawlers were sighted on the same bearing.
0900 hours - Now sighted that the contact was a submarine escorted by three trawlers. Started an attack on the submarine.
0920 hours - Fired six torpedoes. Range was 4000 yards. 4min9sec after firing the first torpedo an explosion was heard. Lt. Crouch was at the periscope and saw a tall column of water rise into the air at the same time. 15 explosions followed the first explosions, some of the would be some of the torpedoes exploding when they hit the bottom at the end of their run and some were most likely depth charges dropped by the trawlers. The trawlers were never in contact and Thunderbolt cleared the area.”


Un’altra immagine del varo del Tarantini (da www.betasom.it)



Il Tarantini sul sito della Marina Militare

domenica 17 maggio 2015

Atlas

L’Atlas (da www.photoship.co.uk)

Piroscafo cisterna da 2005 tsl, 1128 tsn e 3000 tpl, lungo 75,6 metri, largo 12,22 e pescante 6,1. Appartenente all’armatore Barbagelata di Genova, matricola 1337 al Compartimento Marittimo di Genova.

Breve e parziale cronologia.

1898
Impostata dalla Delaware River Iron Shipbuilding & Engineering Works di Chester (numero di cantiere 297).
17 novembre 1898
Varata come Atlas nei cantieri della Delaware River Iron Shipbuilding & Engineering Works di Chester.
Dicembre 1898
Completata per la Standard Oil Company di New York. Stazza lorda originaria 1942 tsl.
1905
Venduta alla Pacific Coast Oil Company, anch’essa con sede a New York.
17 novembre 1906
Acquistata dalla Standard Oil Company of California, di Richmond/San Francisco.
1925
Acquistata dalla Società Armatrice Italiana, con sede a Genova, ed iscritta al Compartimento Marittimo di Genova.
1939
Rivenduta alla Ditta G. M. Barbagelata, anch’essa di Genova.

Tampico

Anche l’Atlas condivise la sorte delle 200 e più navi mercantili italiane che, il 10 giugno 1940, si trovarono bloccate al di fuori del Mediterraneo, spesso a migliaia di chilometri dalla madrepatria. La dichiarazione di guerra dell’Italia trovò l’Atlas a Tampico, importante porto petrolifero del Messico, ove si trovavano anche diverse altre petroliere italiane: la Fede, la Stelvio, la Marina Odero, la Tuscania, l’Americano, la Genoano, la Lucifero e la Vigor (un’altra, la Giorgia Fassio, era a Veracruz). Per tutte la sorte fu la stessa: l’internamento in acque messicane.
La situazione perdurò fino alla primavera del 1941, quando le cose improvvisamente mutarono. Il 30 marzo 1941, infatti, gli Stati Uniti, pur essendo neutrali, procedettero alla confisca di tutti i bastimenti mercantili dell’Asse presenti nei propri porti; diversi altri paesi dell’America centrale e meridionale, spesso su pressione angloamericana, si prepararono a fare lo stesso, e gli equipaggi di numerosi mercantili italiani internati in questi stati, in base agli ordini ricevuti dalle autorità italiane, sabotarono od autoaffondarono le loro navi prima che potessero essere catturate.
Il Messico colse l’occasione, disponendo anch’esso la confisca delle dodici navi dell’Asse presenti a Tampico e Veracruz, per incrementare la propria modesta flotta petroliera: con la cattura delle dieci cisterne italiane che si trovavano nei suoi porti, infatti, il tonnellaggio complessivo delle navi cisterna in mano messicana sarebbe passato da 29.445 tsl a 117.591 tsl. Il Messico aveva da poco (18 marzo 1938) nazionalizzato le proprie riserve petrolifere, espropriandole alle compagnie straniere e creando una propria compagnia petrolifera controllata dallo Stato, la Petróleos Mexicanos S. A. (Pemex), ma soffriva di una carenza di navi cisterna adeguate a trasportare il petrolio, che venne così “risolta”.
La mossa sarebbe poi stata giustificata a posteriori dal presidente messicano Manuel Ávila Camacho, con decreto firmato l’8 aprile 1941, in base al “diritto d’angheria”, per il quale una nazione in guerra (ma il Messico era neutrale) poteva requisire per i propri usi naviglio mercantile appartenente ad altre nazioni che si trovi nella propria giurisdizione, a patto di risarcirne adeguatamente i proprietari. Come motivi per l’applicazione del diritto d’angheria pur essendo il Messico neutrale Ávila Camacho indicò i gravi disturbi causati dalla guerra al commercio marittimo del Messsico, il modo in cui era condotto il conflitto, ignorando i diritti delle nazioni neutrali, ed il quasi completo annientamento del commercio marittimo messicano per mancanza di mezzi di trasporto: secondo il presidente messicano, l’applicazione, da parte di uno Stato neutrale, del diritto d’angheria rappresentava solo una piccola compensazione per il trattamento che in quella guerra aveva subito lo stato stesso di neutralità.
Per meglio giustificare la mossa, il governo messicano inviò un avvertimento a quelli di Italia e Germania, intimando loro di far lasciare alle loro navi le acque messicane, pena, decorso il tempo stabilito, la confisca; tale disposizione non era attuabile, visto che se le navi dell’Asse avessero lasciato il Messico sarebbero state con ogni probabilità intercettate e catturate od affondate da navi alleate.
Su disposizione delle autorità messicane, pertanto, l’ammiraglio Luis Hurtado de Mendoza, alla testa di reparti del 31° Battaglione, fu inviato a confiscare le navi dell’Asse presenti nei porti del Messico.
Il 1° aprile 1941, quando un drappello della Marina messicana, incaricato di abbordare e catturare la nave, si avvicinò all’Atlas per assumerne il controllo, l’equipaggio della petroliera aprì le valvole di presa a mare, e la nave iniziò lentamente ad affondare nel fiume Panuco.
Il comandante dell’Atlas, capitano Lelio Sazzi, dichiarò di aver adempiuto al proprio dovere ed alle istruzioni del governo italiano di impedire che la nave potesse cadere in mani straniere, magari – da ultimo – inglesi. Il comandante Sazzi ed i venti uomini dell’equipaggio, benché la nave fosse completamente sommersa ad eccezione del ponte superiore – che il mattino del 3 aprile non era nemmeno trenta centimetri al di sopra della superficie, e continuava lentamente ad abbassarsi sull’acqua –, si rifiutarono di scendere a terra.
Il 3 aprile il comandante Sazzi ed il direttore di macchina dell’Atlas furono prelevati dalla cannoniera messicana Queretaro per essere interrogati sull’autoaffondamento della loro nave. Quando il comandante Sazzi affermò di aver eseguito ordini governativi di far saltare la nave qualora fosse giunta in un porto statunitense e minacciata di confisca, ed entrambi gli ufficiali ebbero confessato la loro responsabilità nell’affondamento, furono incarcerati. Contro di loro fu sollevata l’accusa di sabotaggio ed intralcio alla navigazione nel porto di Tampico.
L’equipaggio dell’Atlas fu l’unico che riuscì nel tentativo di sabotare la nave; gli altri bastimenti dell’Asse presenti nei porti del Messico furono tutti catturati intatti, dopo che, proprio con il pretesto di impedire un altro caso Atlas, le autorità messicane avevano posto i loro equipaggi sotto custodia. Successivamente i marittimi italiani furono rilasciati, e le autorità messicane assegnarono loro dei posti di lavoro affinché potessero guadagnare il denaro necessario a sostentarsi finché non fosse stato possibile il loro rimpatrio; nel frattempo, però, due di essi erano deceduti in prigionia: il 20 febbraio 1942 l’ufficiale di coperta Francesco Caccagno, palermitano, era deceduto ad Aperato, in Messico, ed il successivo 12 maggio il capo fuochista Domenico Bruzzone, di Genova, era morto a Perote per embolia polmonare.

Domenico Bruzzone (Genova, 1889-Perote, 1942), capo fuochista dell’Atlas, deceduto in prigionia in Messico (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)









La carta d’identità di Domenico Bruzzone (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)...




…ed il suo libretto di matricolazione (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)




Una foto inviata da Domenico Bruzzone alla moglie Amabile durante la prigionia e, sotto, il messaggio scritto sul retro (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)



Un’altra fotografia inviata da Domenico Bruzzone alla moglie durante la prigionia in Messico (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)


Marittimi italiani durante l’internamento a Perote (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)

Marittimi italiani e tedeschi a pranzo a Perote all'ombra dei manghi durante l’internamento, in una foto inviata da Domenico Bruzzone alla moglie (sotto, il messaggio a lei rivolto) (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)



Un’altra immagine spedita a casa da Domenico Bruzzone: un gruppo di marittimi italiani, probabilmente nel carcere di Perote. Sotto, il messaggio scritto sul retro della fotografia (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)


Una serie di immagini dei funerali di Domenico Bruzzone (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)







Il messaggio con cui la società armatrice informava la famiglia di Domenico Bruzzone della sua morte (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)…

…e la lista dei suoi effetti personali (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata).

Il certificato d’iscrizione di Amabile Viburno, vedova di Domenico Bruzzone, al ruolo d’onore della Cooperativa Garibaldi nel dopoguerra (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)


Nel dopoguerra Lorenzo Bruzzone, figlio di Domenico Bruzzone, istituì una coppa ed un torneo di pallanuoto in memoria del padre presso la piscina della squadra “Sportiva Nervi” (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)







La famiglia Bruzzone a Sestri Ponente; sulla destra, accosciato e vestito di bianco, è Lorenzo Bruzzone (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)


Amabile Viburno e Lorenzo Bruzzone (Foto Domenico Bruzzone – Collezione privata)


Medaglia commemorativa fatta realizzare dalla famiglia di Domenico Bruzzone (g.c. Domenico Bruzzone). Oltre ad essere un marittimo nella vita civile, ricevendo anche la Medaglia d’onore per lunga navigazione, Bruzzone aveva partecipato alla guerra italo-turca ed alla prima guerra mondiale come marinaio nella Regia Marina.



I lavori di recupero dell’Atlas, posatasi sul basso fondale del fiume Panuco senza essere completamente sommersa, furono estremamente rapidi: già il 4 aprile la petroliera fu riportata a galla e prosciugata dell’acqua imbarcata. Un’ispezione a bordo rivelò che l’equipaggio aveva anche fracassato a martellate le testate dei cilindri dell’apparato motore.
I danni risultarono tuttavia riparabili; formalmente confiscata dal Messico l’8 dicembre 1941 (in base ad un decreto dell’8 aprile), la nave fu ribattezzata Las Choapas, registrata a Coatzcoalcos (Veracruz) ed affidata alla Petróleos Mexicanos (Pemex), con sede a Tampico. Lo stesso accadde alle altre petroliere dell’Asse catturate dal Messico; il loro comando fu affidato ad ufficiali della Marina messicana, ed i loro equipaggi furono formati in parte da personale della fanteria di Marina nonché da ufficiali di coperta, di macchina e radiotelegrafisti appartenenti anch’essi alla Armada de México. L’equipaggio della Las Choapas fu formato da 5 uomini dell’Armada de México e 26 della Marina Mercantile messicana.

La vita della Las Choapas sotto bandiera messicana, tuttavia, non fu lunga: alle 15.25 (ora tedesca; le 7.22 per l’orario messicano) del 27 giugno 1942 la petroliera (al comando del tenente di vascello Pedro Calderón Lozano), in navigazione isolata da Minatitlan a Tampico con un carico di 17.450 barili di gasolio (per altra fonte 16.000 barili di petrolio greggio), fu colpita a poppa da un siluro lanciato dal sommergibile tedesco U 129 (tenente di vascello comandante Hans-Ludwig Witt), che distrusse il timone, e prese immediatamente fuoco. L’U-Boot emerse ed ordinò all’equipaggio della cisterna di abbandonare la nave sulle tre lance a disposizione (il che fu fatto), poi cannoneggiò il relitto in fiamme per accelerarne l’affondamento, interrogò i superstiti e poi s’immerse rapidamente per sfuggire all’attacco di un idrovolante PBY Catalina statunitense, frattanto sopraggiunto. La Las Choapas affondò in fiamme nel punto 20°15’ N e 96°20’ O, nei pressi dell’Arroyo González, a nord di Tecotutla (Veracruz), nel Golfo del Messico (quadrante 8299), in vista delle scialuppe della Tuxpan, un’altra petroliera messicana ex italiana (il suo nome originario era Americano) affondata appena due ore prima (la Las Choapas non aveva captato il suo SOS, altrimenti si sarebbe rifugiata nella vicina Veracruz).
Tre dei suoi 31 uomini d’equipaggio (il secondo ufficiale Lucio Gallardo Pavón, il radiotelegrafista José María Figueroa Bravo ed il nostromo Lorenzo Evia Mendoza) persero la vita. I naufraghi di entrambe le cisterne furono soccorsi da una lancia della Petróleos Mexicanos e dal guardacoste G 25.
Las Choapas e Tuxpan furono le prime due navi perdute dal Messico dopo la sua dichiarazione di guerra all’Asse, avvenuta il precedente 22 maggio; casus belli per l’ingresso in guerra era stato proprio l’affondamento di altre due petroliere ex italiane catturate dal Messico, la Faja de Oro (ex Genoano) e la Potrero del Llano (ex Lucifero).
Nel 1952 il governo italiano rimborsò la Società Montecatini per 37.137 dollari, il costo del carico di toluolo e benzolo confiscato dal Messico nell’aprile 1941 a bordo dell’Atlas.
Il relitto di una delle due cisterne affondate il 27 giugno 1942, è stato ritrovato dai subacquei messicani Saúl Meunier ed Alberto Ruiz Gaytán, a nord di Veracruz, nel 2014. Non è chiaro se si tratti della Tuxpan o della Las Choapas.

La nave dopo la cattura da parte del Messico, con il nuovo nome di Las Choapas.