Incrociatore leggero
della classe Di Giussano (anche detta classe Da Barbiano, o Colleoni) del tipo Condottieri
(dislocamento standard 5155 tonnellate, a pieno carico 6844 tonnellate). La sua
classe, prima classe di incrociatori italiani costruita dopo la prima guerra
mondiale, nacque come risposta ai grandi cacciatorpediniere francesi delle
classi Jaguar, Aigle e Lion: rispetto a tali unità, gli incrociatori sarebbero
stati più veloci (37 nodi, grazie al più potente apparato motore sino a quel
momento sviluppato per una nave da guerra italiana) e meglio armati. Lo scafo,
sviluppato a partire da una versione ingrandita e rinforzata di quello degli
esploratori classe Navigatori, risultò troppo debole, specie longitudinalmente.
La corazzatura fu estremamente sacrificata alla velocità, risultando di 24+18
mm per la cintura corazzata, 20 mm orizzontale, 20 mm verticale, 23 mm per le
torri, tra i 25 ed i 40 mm il torrione.
In definitiva si
trattò di navi piuttosto mal riuscite, con mediocri qualità di tenuta del mare,
scarsa abilità, corazzatura ampiamente insufficiente, scarsa autonomia e
velocità effettiva che non superava di molto i 30 nodi.
Durante il secondo
conflitto mondiale il Da Barbiano
svolse solo 7 missioni di guerra per totali 13.241 miglia percorse, avendo
trascorso diversi mesi a Pola per lavori e per l’addestramento degli allievi
delle locali scuole.
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| Il Da Barbiano in una fotocartolina (g.c.
Salvatore Atzori via www.betasom.it) |
Breve e parziale cronologia.
16 aprile 1928
Impostazione nei
Cantieri Ansaldo di Genova.
23 agosto 1930
Varo nei Cantieri
Ansaldo di Genova; è madrina del varo Clorinda Thaon di Revel, moglie del
Grande Ammiraglio Paolo Emilio Thaon di Revel.
Durante le prove in
mare, il Da Barbiano manterrà per
otto ore i 39,6 nodi (con potenza sviluppata di 112.760 HP) e toccherà
l’eccezionale velocità di 42,05 nodi (potenza sviluppata 123.479 HP), così
divenendo il più veloce incrociatore al mondo, ma tale risultato, ottenuto solo
32 minuti, con sovrastrutture ed armamento ancora incompleti e sforzando al
limite le caldaie, non sarà mai raggiunto in condizioni normali.
9 giugno 1931
Entrata in servizio. Il Da Barbiano e
le unità gemelle andranno a far parte della II Squadra Navale, formata dalle
navi maggiori più leggere e veloci.
Le navi svolgeranno
prima le usuali prove, quindi l’addestramento preliminare e poi l’attività di
Squadra con addestramento, crociere nel Mediterraneo con scali in porti
italiani e stranieri e partecipazione annuale alle manovre navali.
Durante questo
periodo prestano servizio sul Da Barbiano,
rispettivamente quale guardiamarina e trombettiere, le future Medaglie d’Oro al
Valor Militare Alessandro Cavriani e Mino Luperi.
Nei primi anni Trenta,
per alleggerire la nave e migliorare la stabilità trasversale, le due gambe
laterali dell’albero a tripode verranno rimosse. Le due mitragliere singole
Vickers-Terni 1917 da 40/39 mm che fanno parte dell’armamento verranno al
contempo sostituite con quattro mitragliere binate da 13,2/76 mm.
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L’incrociatore in Liguria
nella tarda estate del 1931 (Coll. Erminio Bagnasco via Maurizio Brescia e www.associazione-venus.it)
|
22 aprile 1934
Con una solenne
cerimonia, alla presenza della I (Luca
Tarigo, Ugolino Vivaldi, Antoniotto Usodimare, Alvise Da Mosto) e II Squadriglia
Esploratori (Lanzerotto Malocello, Giovanni Da Verrazzano, Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno), della IV Squadriglia Cacciatorpediniere (Francesco Crispi, Quintino Sella, Giovanni
Nicotera, Bettino Ricasoli, Tigre, Francesco Nullo, Daniele
Manin) e del posamine Dardanelli,
il Da Barbiano, i gemelli Alberto Di Giussano, Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni ed il similare Luigi Cadorna ricevono le proprie
bandiere di combattimento nel bacino di San Marco a Venezia. La bandiera del Da Barbiano è offerta dalla città di
Ravenna, città natale del condottiero eponimo.
Qualche giorno prima
le navi sono state visitate da Vittorio Emanuele III, assieme al capo di Stato
Maggiore della Regia Marina, ammiraglio Domenico Cavagnari, ed al comandante
del Dipartimento Marittimo dell’Alto Adriatico, ammiraglio Ferdinando di
Savoia.
Durante tale periodo
presta servizio sull’incrociatore, quale sottotenente di vascello, la futura
Medaglia d’oro al Valor Militare Saverio Marotta.
Da Barbiano, Di Giussano e Cadorna formano la IV Divisione Navale,
cui è assegnata la V Squadriglia Cacciatorpediniere (quattro unità classe
Navigatori).
Due immagini del Da Barbiano a Venezia il 18 luglio 1934,
insieme ad una motonave della serie “Brioni” (sopra: Coll. Guido Alfano, via
Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net;
sotto: www.difesa.it)
27 ottobre 1934
L’idrovolante del Da Barbiano, mentre compie dei voli di
prova sopra la Valle d’Augusto nell’isola dalmata di Lussino, dove
l’incrociatore è alla fonda, si schianta sul Monte Baston, causando la morte
del pilota, Lucio Alban.
 |
| Vittorio
Emanuele III in visita sul Da Barbiano
il 10 giugno 1935, probabilmente in occasione della Festa della Marina
(Archivio fam. Casciello, per g.c. di Vincenzo Marasco) |
3 ottobre-19 novembre 1936
È di base a Tangeri per
le operazioni connesse alla guerra civile spagnola.
22-30 dicembre 1936
Scorta un piroscafo a
Palma di Maiorca durante la guerra civile spagnola.
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Il Da Barbiano alla fonda in Mar Piccolo, a Taranto, nell’agosto 1936
(g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net)
|
2-7 gennaio 1937
Scorta un piroscafo a
Cadice durante la guerra civile spagnola.
16-20 gennaio 1937
Nuova missione di
scorta ad un piroscafo fino a Cadice durante la guerra civile spagnola.
28-30 gennaio 1937
Esegue una crociera
pendolare durante la guerra civile spagnola.
22-27 marzo 1937
Scorta un piroscafo
durante la guerra civile spagnola.
1-6 aprile 1937
Ultima missione di
scorta ad un piroscafo durante la guerra civile spagnola.
1938-1939
Durante lavori di
modifica, l’armamento viene rinforzato con quattro mitragliere binate Breda
1935 da 20/65 mm e due scaricabombe per 40 bombe di profondità.
A seguito di una
serie di danni riportati con il maltempo, le strutture dello scafo vengono
rinforzate per evitare danni causati dalle sollecitazioni ad alte velocità.
24 settembre 1938
Il Da Barbiano viene visitato a La Spezia
da una missione militare del Manchukuo.
1939
Il Da Barbiano, con gli incrociatori
leggeri Luigi Cadorna ed Armando Diaz, forma la IV Divisione
Navale, facente parte della II Squadra Navale, di base a Taranto.
Ad inizio 1940
l’incrociatore (capitano di vascello Manfredi) verrà temporaneamente assegnato
alla III Divisione, salvo tornare alla IV Divisione prima dell’entrata in
guerra.
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Un’altra foto dell’incrociatore
a Venezia (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)
|
6 giugno 1940
Il Da Barbiano partecipa ad un’operazione
di posa di mine con base ad Augusta.
8 giugno 1940
Il Da Barbiano (capitano di vascello Azzi,
nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Alberto Marenco di Moriondo), il Luigi Cadorna (capitano di vascello
Polacchini), i cacciatorpediniere Lanciere
(capitano di vascello D’Arienzo) e Corazziere
(capitano di fregata Avegno) della XII Squadriglia e le torpediniere Polluce (tenente di vascello Bettica) e Calipso (tenente di vascello Zambardi),
dopo aver imbarcato (in rada gli incrociatori, a Punta Cugno le altre unità) in
tutto 428 mine tipo Wickers Elia (146 sul Da
Barbiano, 118 sul Cadorna, 54 su
ogni cacciatorpediniere e 28 su ogni torpediniera), lasciano Augusta per
effettuare nella notte successiva la posa dello sbarramento offensivo «L K»
(Lampedusa-Kerkennah) nel Canale di Sicilia (tale sbarramento è inteso
soprattutto ad evitare azioni offensive, nelle acque della Tripolitania, da
parte di navi francesi provenienti dalla Tunisia), composto da quattro segmenti
paralleli orientati per 233° («A» di 146 mine, «B» di 118 mine, «C» di 108 mine
e «D» di 56 mine) ma all’ultimo momento si decide di rimandare la missione di
ventiquattr’ore, dunque le navi vengono fatte tornare in porto.
9 giugno 1940
Da Barbiano, Cadorna, Lanciere, Corazziere, Polluce e Calipso partono di nuovo da Augusta alle
16. Alle 16.45 i due incrociatori, preceduti dai cacciatorpediniere, superano le
ostruzioni a 26 nodi, poi seguono le rotte costiere di sicurezza, scortati da
due idrovolanti antisommergibile CANT Z decollati da Augusta. Alle 17.50 si
uniscono al gruppo anche le due torpediniere. Alle 19.30 le navi lasciano le
rotte di sicurezza, ed i cacciatorpediniere si accodano agli incrociatori
mentre cessa la scorta aerea antisommergibile. Alle 20.30 le navi accostano per
222° facendo rotta su Lampedusa.
10 giugno 1940
Alle 00.03 viene data
libertà di manovra per la posa delle mine, compiuta con rotta 223° e velocità
16 nodi. Il Da Barbiano è il primo a
cominciare la posa del tratto assegnato, il «B» (il più lungo, 146 mine da
posare su una lunghezza di 14,5 km iniziando in 35°22’ N e 12°19’ E e finendo
in 35°17’ N e 12°10’20” E), all’1.03, terminandola all’1.39 (durante la posa si
verifica un inceppamento alle ferroguide di dritta vicino allo scambio
poppiero, ma l’inconveniente viene subito risolto); poi anche le altre navi
posano le rispettive mine (ultimi a concludere sono, alle 2.12, Lanciere e Corazziere, tratto «D»; il Cadorna
posa il tratto «C» e le torpediniere il tratto «A»). La profondità a cui sono
posate le mine è di quattro metri, la distanza tra ogni ordigno di cento metri.
Alle 4.20 le navi del gruppo si avvistano a vicenda ed iniziano la riunione,
conclusa la quale, alle 4.42, comincia la navigazione di rientro verso Augusta,
a 25 nodi, con le siluranti in scorta ravvicinata. Alle 10.15 viene avvistato
un idrovolante quadrimotore francese, proveniente da Malta e diretto verso ovest.
Alle 12.25 la formazione (con le torpediniere a proravia degli incrociatori ed
i cacciatorpediniere a poppavia di questi ultimi) imbocca le rotte costiere di
sicurezza della Sicilia, nuovamente sotto la scorta di due idrovolanti CANT Z
antisommergibile inviati da Augusta. Alle 15.45 le navi superano le ostruzioni
ed entrano nel porto di Augusta.
Poche ore dopo, l’Italia
entra nella seconda guerra mondiale. Il Da
Barbiano, insieme al Cadorna,
forma la 1a sezione della IV Divisione della I Squadra Navale (di
base a Taranto); la 2a sezione della IV Divisione è composta dal Di Giussano e dall’Armando Diaz, gemello del Cadorna.
Il Da Barbiano è la nave ammiraglia
della IV Divisione, imbarcando il suo comandante ammiraglio di divisione
Alberto Marenco di Moriondo.
11 giugno 1940
Lascia Augusta alle
3.45 e fa ritorno a Taranto, dove poi resta pronto a muovere insieme al Di Giussano.
7 luglio 1940
Il Da Barbiano (nave ammiraglia
dell’ammiraglio di divisione Alberto Marenco di Moriondo), con il resto della
IV Divisione (Di Giussano, Cadorna e Diaz), salpa da Taranto alle 13 (per altra fonte alle 14.10, insieme
al resto della IV Divisione, alla VIII Divisione con gli incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi ed alle Squadriglie
Cacciatorpediniere XV – Pigafetta, Zeno – e
XVI – Da Recco, Pessagno, Usodimare – e contemporaneamente alle corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour con le Squadriglie Cacciatorpediniere VII e VIII) per
fornire scorta a distanza ad un convoglio di quattro mercantili carichi di
rifornimenti in navigazione verso la Libia (motonavi da carico Marco Foscarini, Francesco Barbaro e Vettor
Pisani, motonavi passeggeri Esperia
e Calitea, con la scorta diretta dei
due incrociatori leggeri della II Divisione, dei quattro cacciatorpediniere
della X Squadriglia, delle quattro torpediniere della IV Squadriglia e delle
vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori). La IV Divisione
prende il mare insieme al resto della I Squadra Navale (V Divisione con le
corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, VIII Divisione
Incrociatori con Luigi di Savoia Duca
degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi
e XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con cinque unità cui poi si
aggiungono le tre della XIV Squadriglia) a sostegno (a distanza) dell’operazione,
mentre come scorta indiretta è in mare la II Squadra Navale (incrociatore
pesante Pola, I, VII e III Divisioni
incrociatori con nove navi in tutto e IX, XI, XII e XIII Squadriglia
Cacciatorpediniere).
La II Squadra si pone
35 miglia ad est del convoglio, tranne la VII Divisione con la XIII
Squadriglia, che viene invece posizionata 45 miglia ad ovest.
8 luglio 1940
Da Barbiano e Di Giussano
catapultano ciascuno un idroricognitore per esplorare il mare in cerca di navi
nemiche, ma gli aerei non ne vedono alcuna e dirigono per Bengasi.
Giunto il convoglio a
destinazione, la flotta italiana si avvia sulla rotta di rientro, ma alle 15.20
dell’8 luglio, a seguito dell’avvistamento di una formazione britannica – anche
la Mediterranean Fleet, infatti, è in mare a protezione di convogli – la I e la
II Squadra Navale dirigono per intercettare le navi nemiche (che si teme
dirette a bombardare Bengasi), con l’intento di impegnarle in combattimento
almeno un’ora prima del tramonto.
Alle 19.20, però, in
seguito ad ordini di Supermarina (il comando della Regia Marina, che, a
differenza dell’ammiraglio Campioni – comandante superiore in mare – ha avuto
modo di apprendere, tramite la crittografia, la reale consistenza e finalità
dei movimenti britannici) la flotta italiana accosta per 330° per rientrare
alle basi, con l’ordine di non impegnare il nemico. Durante l’accostata le navi
vengono attaccate da alcuni velivoli con una dozzina di bombe, rispondendo con
intenso tiro contraereo. La navigazione notturna di rientro si svolge senza
grossi inconvenienti, salvo due fallimentari attacchi siluranti contro la III
Divisione; la II Squadra (eccetto la VII Divisione, che è ancora separata da
essa) accosta verso nord all’1.23.
Già dalle 22 dell’8,
però, sono arrivati nuovi ordini: Supermarina teme che la Mediterranean Fleet
intenda lanciare un attacco aeronavale contro le coste italiane, perciò ordina
alle forze in mare di riunirsi nel punto 37°40’ N e 17°20’ E, 65 miglia a
sudest di Punta Stilo, entro le 14 del 9 luglio. Alle 6.40 del 9 luglio la III
Divisione si ricongiunge con Pola e
I Divisione, alle 8 viene avvistato un idroricognitore Short Sunderland che
pedina la flotta italiana (la caccia italiana, chiamata ad intervenire, non
verrà però inviata ad attaccarlo).
9 luglio 1940
Alle 14.30, dopo
l’avvistamento della Mediterranean Fleet ad 80 miglia di distanza da parte di
un ricognitore, la flotta italiana assume rotta 10° per dirigere verso le navi
nemiche; in questo frangente, la IV Divisione viene dimezzata dalle avarie, che
costringono Diaz e Cadorna a lasciare la formazione e
rientrare alla base. Da Barbiano e Di Giussano formano, insieme all’VIII
Divisione, una colonna di incrociatori cinque miglia ad est delle corazzate,
così costituendo l’ala sinistra della formazione insieme alle Squadriglie
Cacciatorpediniere IX e XIV.
Già alle 14.15 Da Barbiano e Di Giussano hanno catapultato i rispettivi idroricognitori (quello
del Da Barbiano è pilotato dal
sergente maggiore Biondi della Regia Aeronautica ed ha come osservatore il
sottotenente di vascello Dante Morrone) per perlustrare il tratto di mare a
prora dritta della squadra italiana, da dove si pensa che arriverà la flotta
britannica (il cui intento è portarsi a nord della formazione italiana onde
tagliarle la rotta per Taranto): i velivoli, poco più tardi, avvistano infatti
la Mediterranean Fleet a 30 miglia di distanza, ed alle 15 comunicano che essa
ha accostato per nord-nord-ovest. Tra le 14.50 e le 15.10 le navi italiane e
britanniche si avvistano reciprocamente: la IV Divisione avvista gli
incrociatori leggeri Orion (nave di
bandiera dell’ammiraglio Tovey), Neptune,
Liverpool e Sydney del 7th Cruiser Squadron britannico.
Alle 15.17 la IV
Divisione porta la velocità a 30 nodi e compie una decisa accostata verso il 7th
Cruiser Squadron, contro il quale inizia il tiro alle 15.26 (o 15.27), da
20.500-21.000 metri di distanza; il tiro sia delle unità italiane che di quelle
britanniche viene giudicato ben diretto, ma nessuna nave viene colpita da ambo
le parti (il Neptune è costretto a
gettare in mare il proprio idrovolante, danneggiato insieme alla relativa
catapulta dalle schegge di un proiettile caduto in mare molto vicino, per
evitare un incendio; numerosi colpi cadono a proravia di Da Barbiano e Di Giussano).
Alle 15.30 anche le corazzate britanniche (specie Warspite e Malaya), la
cui distanza con gli incrociatori italiani è scesa a 24.000 metri, aprono il
fuoco contro IV e VIII Divisone con i pezzi da 381 mm, inquadrando subito, con
un totale di dieci salve da 381, le navi italiane; per sottrarsi al tiro delle
corazzate, la IV Divisione interrompe l’azione ed accosta a sinistra,
procedendo per poco verso sud (l’VIII invece verso est) per poi riassumere alle
15.40 rotta nordovest, posizionandosi a poppavia di Cesare e Cavour.
Alle 15.53 anche le
corazzate italiane aprono il fuoco; il duello con quelle britanniche continua
finché alle 15.59 la Cesare viene
danneggiata da una salva da 381, dopo di che le forze italiane rompono il
contatto.
Terminata
l’inconclusiva battaglia, la IV Divisione, insieme alle Divisioni I e VIII, al Pola ed alla Cavour, fa rotta per Augusta.
Durante la
navigazione la formazione italiana verrà ripetutamente attaccata da velivoli
italiani, che hanno scambiato le navi italiane per britanniche, tanto da
costringere la IV Divisione ad aprire il fuoco con le artiglierie contraeree
dalle 16.20 alle 21.00, contro aerei ritenuti nemici: uno di essi verrà
abbattuto dal Di Giussano alle 19.30,
ma si rivelerà poi essere italiano. Alle 18.40 la IV Divisione inverte la rotta
per dare assistenza al cacciatorpediniere Saetta, che ha subito un’avaria, ed
alle 18.50 torna sulla rotta originaria tenendosi ai lati del Saetta.
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Il Da Barbiano in una foto antecedente al 1938: sulla catapulta di prua
vi è un idrovolante CRDA CANT 25 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)
|
10 luglio 1940
La IV Divisione e le
altre navi (Pola, Cavour, I e VIII Divisione con rispettivamente
Zara, Fiume e Gorizia e Duca degli Abruzzi e Garibaldi, ed i 36 cacciatorpediniere
delle Squadriglie VII, VIII, IX, XI, XIV, XV e XVI) arrivano ad Augusta alle
00.40.
Supermarina, temendo
a ragione che la base possa essere attaccata a breve da aerosiluranti
britannici, dispone l’immediata partenza di tutte le navi concentratesi nella
base siciliana: la IV Divisione, insieme alla VIII, riparte da Augusta alle 19
diretta a Taranto.
11 luglio 1940
IV e VIII Divisione
arrivano a Taranto alle sette.
30 luglio 1940
Da Barbiano e Di Giussano,
scortati dai cacciatorpediniere della XV Squadriglia (Antonio Pigafetta, Lanzerotto Malocello e Nicolò Zeno), salpano da Taranto alle
5.55 per fornire protezione a distanza (nella parte più pericolosa del viaggio
tra Sicilia e Libia), insieme alle Divisioni I (Zara, Pola, Fiume, Trento e Gorizia) e VII (Eugenio di Savoia, Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi, Muzio Attendolo e Raimondo
Montecuccoli) ed alle Squadriglie Cacciatorpediniere IX, XII, XIII e XV (15
unità in tutto), ai convogli in mare per l’operazione di rifornimento della
Libia «Trasporto Veloce Lento» (che vede in mare in tutto i trasporti Maria Eugenia, Gloria Stella, Mauly, Bainsizza, Col di Lana, Francesco
Barbaro, Città di Bari, Marco Polo, Città di Napoli e Città di
Palermo, scortati dai cacciatorpediniere Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco e dalle torpediniere Orsa,
Procione, Orione, Pegaso, Circe, Climene, Clio, Centauro, Airone, Alcione, Aretusa ed Ariel, il tutto suddiviso in due convogli partiti da Napoli e
diretti uno a Tripoli e l’altro a Bengasi).
1° agosto 1940
I convogli
dell’operazione «TVL» giungono felicemente a destinazione. La IV Divisione
rientra ad Augusta alle dieci.
5 agosto 1940
Dopo aver imbarcato
105 mine tipo P 200, il Da Barbiano (capitano
di vascello Azzi, nave ammiraglia dell’ammiraglio Marenco di Moriondo) salpa da
Augusta alle 16 insieme al Di Giussano
(capitano di vascello Maroni Ponti, anch’esso con 105 mine a bordo) ed ai cacciatorpediniere
Antonio Pigafetta (capitano di vascello
Melodia) e Nicolò Zeno (capitano di
vascello Morra; con 92 mine ciascuno; un terzo cacciatorpediniere, il Lanzerotto Malocello, non può partire
per avaria di macchina) per effettuare la posa dello sbarramento «7 AN» (384
mine tipo P 200) tra Pantelleria e la Tunisia. La formazione è scortata dalle
torpediniere Cassiopea (che procede
in testa alla formazione e provvede anche a dragarne la rotta di sicurezza), Cigno, Pleiadi ed Aldebaran fino
alle 20.30, quando queste vengono fatte tornare alla base. Vi è inoltre una
scorta aerea antisommergibile con due idrovolanti ed un’altra con una sezione
di aerei da caccia fino al calar del buio.
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Altra immagine del Da Barbiano (da “In Mediterraneo
potevamo mettere in ginocchio l’Inghilterra” di Teucle Meneghini, via www.poetsgulf.it)
|
6 agosto 1940
All’1.43 le navi,
dopo aver verificato la posizione in base al faro di Pantelleria, assumono la
formazione per la posa delle mine, che ha inizio alle 2.06: per primo posa le
proprie mine lo Zeno, poi il Pigafetta, quindi il Di Giussano e per ultimo il Da Barbiano, che conclude alle 4.12.
Proprio il Da Barbiano è afflitto da
una serie di inconvenienti: dapprima s’inceppa la posa delle mine a sinistra,
poi a dritta; in quest’ultimo caso, non potendo lasciare cadere le mine da
dritta, bisogna farle scorrere sulle ferroguide, facendole passare a sinistra
attraverso il raccordo che unisce le ferroguide dei due lati a prua, e poi
farle cadere da sinistra, ed allo scopo devono essere fermate due volte le
macchine, e la velocità ridotta a soli sei nodi. Quando mancano due minuti alla
conclusione della posa, una delle mine già posate, forse difettosa, esplode
circa due-tre chilometri poppa del Da Barbiano.
Le mine, regolate per
una profondità di quattro metri, sono distanziate di cento metri tra di loro.
Le navi, dispostesi
in linea di fila, passano ad ovest dello sbarramento appena posato e fanno poi
rotta su Augusta (destinazione comunicata solo a missione in corso) a 25 nodi,
seguendo la rotta che passa a ponente della Sicilia (altrimenti, seguendo la
stessa dell’andata, un eventuale avvistamento della formazione permetterebbe ai
comandi britannici di sospettare della posa dello sbarramento, e della sua
probabile posizione); alle 6.45 i cacciatorpediniere si pongono in scorta
ravvicinata prodiera, ma vengono entrambi colti da avarie che costringono tutta
la formazione a ridurre la velocità. In vista della costa, Pigafetta e Zeno si
spostano a sinistra degli incrociatori (scorta laterale sinistra), e quando
alle 19.10 si imbocca lo Stretto di Messina si spostano a poppa. Alle 23.40 le
navi arrivano ad Augusta.
Il 10 gennaio 1941
salterà sullo sbarramento «7 AN» il cacciatorpediniere britannico Gallant, che non tornerà mai più in
servizio.
7 agosto 1940
La IV Divisione
lascia Augusta alle 20.45 per tornare a Taranto.
8 agosto 1940
La IV Divisione si
ormeggia alle undici in Mar Piccolo. Le navi resteranno a Taranto fino a fine
mese, parte ormeggiate alla boa in Mar Grande, parte in Arsenale (Mar Piccolo)
per lavori di poco conto.
28 agosto 1940
Il Da Barbiano parte da Taranto in serata
per raggiungere Pola. Sbarcano da esso, prima della partenza, l’ammiraglio di
divisione Alberto Marenco di Moriondo, nuovo comandante della IV Divisione, ed
il suo capo di stato maggiore, capitano di fregata Franco Baslini: il ruolo di
nave ammiraglia della IV Divisione è infatti passato al Giovanni delle Bande Nere, aggregato alla IV Divisione dopo lo
scioglimento della II (25 agosto, a seguito dello scontro di Capo Spada in cui
è affondato il Colleoni) di cui era
nave ammiraglia.
29 agosto 1940
Durante la notte,
all’1.51, l’incrociatore sperona nel Basso Adriatico (posizione 41°26’ N e
18°39’ E, al largo di San Foca) il motoveliero Buona Fortuna, in navigazione a luci spente; il Buona Fortuna viene preso a rimorchio dalla torpediniera Partenope (che stava scortando il Da Barbiano assieme alla gemella Pleiadi), che tenterà vanamente di
rimorchiarlo a Brindisi prima del suo affondamento, avvenuto alle 7.10. Il Da Barbiano subisce leggeri danni ai
tubi lanciasiluri di sinistra a causa della collisione.
31 agosto 1940
Il Da Barbiano arriva a Pola alle 8.30 e
viene messa in riserva (parte dell’equipaggio viene sbarcato) per lavori.
6 settembre 1940
I lavori di grande
manutenzione del Da Barbiano hanno
inizio nell’Arsenale di Pola.
23 settembre 1940
Compie una breve
uscita da Pola per effettuare tiri ridotti a beneficio degli allievi della
Scuola Cannonieri.
27-28 settembre 1940
Altre due brevi
uscite da Pola, con la scorta delle anziane torpediniere Confienza e San Martino,
sempre per esercitazioni di tiro per gli allievi della Scuola Cannonieri di
Pola.
21-22 ottobre 1940
Altre due uscite da
Pola, ancora una volta per addestramento degli allievi cannonieri.
13 gennaio 1941
Parte da Trieste alle
9.50 e raggiunge Monfalcone, dove entra nel bacino galleggiante dei Cantieri
Riuniti dell’Adriatico per eseguirvi lavori di carenaggio. Il comandante del Da Barbiano, capitano di vascello Mario
Azzi, sbarcherà temporaneamente per sostituire il comandante del Bande Nere, ammalatosi.
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Ulteriore immagine dell’unità a Venezia nel settembre 1934 (Conway via Giuseppe Garufi e www.xmasgrupsom.com)
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19 gennaio 1941
Completati i lavori
di carenaggio, esce dal bacino, lascia Monfalcone e fa ritorno a Pola scortato
dalla San Martino, effettuando prove
di macchina durante la navigazione.
1° marzo 1941
Il Da Barbiano, a Pola, conclusi i lavori,
passa nuovamente da nave in riserva a nave in armamento.
7 marzo 1941
Esce da Pola per
compiere i giri di bussola.
14 marzo 1941
Nuova breve uscita
per esercitazioni (attacchi simulati di aerosiluranti) con la scorta della
vecchia torpediniera Audace.
24 marzo 1941
Altra breve uscita da
Pola, sempre con la scorta dell’Audace,
per ulteriori esercitazioni con attacco simulato di aerosiluranti. Il vento
forte costringe a sospendere l’esercitazione.
Marzo-giugno 1941
Fino al 1° luglio il Da Barbiano viene adibito ad
esercitazioni, in porto ed in mare aperto, per gli allievi cannonieri di
Mariscuole Pola. (Il 4 aprile 1941 sarà formalmente posto alle dipendenze del
Comando Forze Navali Speciali, per poi tornare a far parte della IV Divisione
il 26 aprile, ma senza in realtà mai muoversi da Pola).
29 aprile 1941
Breve uscita da Pola
per esercitazioni di tiro, scortato dall’Audace.
Maggio 1941
Assume il comando del
Da Barbiano il capitano di vascello
Giorgio Rodocanacchi, che sarà il suo ultimo comandante.
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Il
capitano di vascello Giorgio Rodocanacchi, ultimo comandante del Da
Barbiano
(da
www.movm.it) |
1-18 luglio 1941
Nuovi lavori di
manutenzione, svolti nell’Arsenale di Pola.
19 luglio 1941
Compie due brevi
uscite per esercitazioni con sommergibili nel Golfo del Quarnaro.
13 agosto 1941
Altra breve uscita
per esercitazioni con sommergibili.
4 settembre 1941
Nuova uscita da Pola
per esercitazioni con sommergibili. Tornato in porto, vi rimane fermo sino al
1° novembre per piccoli lavori.
2 novembre 1941
Conclusi i lavori, il
Da Barbiano lascia Pola a
mezzogiorno, diretto a Taranto.
3 novembre 1941
Arriva a Taranto alle
17.25 ed entra in Arsenale, dove subisce nuovi lavori, protrattisi fino al 4
dicembre.
Il Da Barbiano, con Di Giussano, i cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Lanzerotto
Malocello, un cacciatorpediniere classe Soldati ed i posamine ausiliari (ex
traghetti) Reggio ed Aspromonte, viene scelto per essere una
delle unità incaricate della posa della quinta spezzata («S 5») del campo
minato «S» nel Canale di Sicilia. Il Da
Barbiano dovrebbe posare 94 mine; la sua perdita nel mese successivo
impedirà però lo svolgimento dell’operazione.
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Da Barbiano e Di Giussano, i due gemelli accomunati dal lungo servizio in pace e
in guerra nella IV Divisione e dalla tragica fine, qui insieme in bacino di
carenaggio (USMM via www.italie1935-1945.com)
|
Trasporto d’emergenza
Nel novembre 1941,
mentre il Da Barbiano era fermo per
lavori a Taranto, la guerra sul mare infuriava nel canale di Sicilia. Fu
quello, per i convogli italiani, il peggior mese dell’intero conflitto: le
perdite tra i rifornimenti inviati in Libia sfiorarono il 70 %, e quelle tra i
carburanti, carico più importante e di conseguenza più bersagliato, toccarono
il 92 %. Mai, prima d’allora (né mai più in seguito) si erano toccati simili
tassi.
Approfittando della
carenza di rifornimenti creata da tale situazione, l’VIII Armata britannica era
passata all’offensiva, il 19 novembre. Le truppe italo-tedesche in Nordafrica
avevano un disperato bisogno di carburante e munizioni; stante la gravissima
situazione dei trasporti in quel momento, Supermarina, su richiesta del Comando
Supremo, mise a punto un piano per effettuare trasporti urgenti di tali essenziali
rifornimenti mediante navi da guerra, ossia sommergibili, cacciatorpediniere ed
incrociatori. Le quantità di rifornimenti imbarcabili su tali unità erano in
realtà assai scarse, e la sistemazione di fusti e latte di benzina, stipate
alla meglio nei locali interni disponibili o direttamente in coperta, poneva
gravi rischi alle navi stesse, che sovente si trovavano impossibilitate ad
usare il proprio armamento (nel caso di fusti sistemati in coperta) oltre che a
rischio di essere incendiate anche solo da un banale mitragliamento, mentre nei
locali interni il pericolo era rappresentato dall’accumulo di vapori.
Ciononostante, il
piano fu attuato, e, pur tra numerose difficoltà e perplessità, la larga
maggioranza dei trasporti andò a buon fine. La sorte della IV Divisione avrebbe
rappresentato una tragica eccezione.
Da Barbiano, Di Giussano, Bande Nere e Cadorna, le cui mediocri caratteristiche – scarsissima corazzatura,
modeste qualità marine, velocità ormai ridotta dal lungo servizio – li
rendevano ormai inadatti all’impiego di squadra con le altre navi maggiori,
furono gli incrociatori scelti per questo ingrato compito. La IV Divisione
avrebbe dovuto trasportare in Libia provviste, nafta, gasolio e benzina per
aerei. Quest’ultimo carico era di vitale importanza, perché all’inizio del
dicembre 1941 la disponibilità di carburante per aerei in Tripolitania era
tanto ridotta che a breve non sarebbe più stato possibile fornire scorta aerea
ai convogli in arrivo.
Da Barbiano (avente a bordo l’ammiraglio Antonino Toscano) e Di Giussano salparono da Taranto alle
8.15 del 5 dicembre per raggiungere Brindisi; il Da Barbiano, disormeggiatosi per secondo, venne lasciato passare
avanti, come nave ammiraglia, dal Di
Giussano, che si lasciò appositamente scadere a dritta. I due incrociatori
procedettero poi a zig zag per evitare attacchi di sommergibili, ed arrivarono
a Brindisi (banchina commerciale) alle 17.50.
Da Barbiano e Di Giussano
imbarcarono a Brindisi le provviste ed i materiali che avrebbero dovuto portare
in Libia, appena una cinquantina di tonnellate, ad inizio dicembre 1941, poi lasciarono
la città pugliese alle sei del mattino dell’8 dicembre diretti a Palermo, dove
giunsero il giorno seguente alle nove, ormeggiandosi al molo Piave. Qui il
modesto carico fu incrementato da ventidue tonnellate di benzina avio in fusti
(undici tonnellate per incrociatore, sistemate in coperta a poppa
nell’impossibilità di portare i fusti sottocoperta, con grande pericolo per la
nave in caso di colpi a bordo), dopo di che i due incrociatori ripartirono dal
capoluogo siciliano alle 17.20 dello stesso giorno (un’ora e mezza più tardi
del previsto), imboccando una rotta che avrebbe compiuto un largo giro attorno
dalle Egadi (a nord dell’arcipelago), poi avrebbe puntato verso sud e sarebbe
passata ad ovest di Marettimo per poi dirigere a sud, verso Pantelleria e poi
verso Tripoli (la rotta occidentale per la Libia). Per risparmiare carburante,
la velocità da tenere sarebbe stata compresa tra i 18 e i 22 nodi. Da Tripoli
sarebbero uscite le torpediniere Calliope
e Generale Antonio Cantore, che
avrebbero sminato la rotta da percorrere per poi andare incontro ai due
incrociatori ed assumerne la scorta il mattino del 10.
Le condizioni meteomarine (di per sé sfavorevoli alla navigazione, tanto che a
Toscano era stato detto di tentare la traversata ugualmente e tornare indietro
solo se le condizioni si fossero rivelate proibitive), con foschia e mare
grosso da nord-nord-ovest (burrasca moderata), sembravano propizie alla
segretezza della missione, elemento fondamentale per la sua riuscita: invece, alle
22.56 (a nord di Pantelleria) la IV Divisione venne avvistata da un ricognitori
britannico (l’Am9V), che iniziò a tallonarla, comunicando intanto tutti i suoi
movimenti a Malta, da dov’era decollato. Come se non bastasse, alle 23 sorse
anche la luna, la cui luce mise in maggior risalto le sagome degli incrociatori
italiani, rendendoli ancora più visibili agli aerei.
Non era dovuta a mera
fortuna l’individuazione, da parte del ricognitore, degli incrociatori
italiani: “ULTRA”, il sistema britannico di intercettazione e decifrazione dei
messaggi italiani, aveva fatto il suo lavoro. Ai comandi britannici in
Mediterraneo, in seguito alla decrittazione dei messaggi italiani, già l’8
dicembre giunse l’informazione «Gli incrociatori DA BARBIANO e DI GIUSSANO debbono lasciare l’Italia
alle ore 16.00 del giorno 9, velocità 18-22 nodi lungo la rotta occidentale,
per raggiungere Tripoli alle ore 11.00 del giorno 10. Essi partiranno
nuovamente (da Tripoli) al tramonto dello stesso giorno». L’indomani, sempre
prima della partenza delle navi da Palermo, i comandi britannici furono edotti
che «Incrociatori DA BARBIANO e DI GIUSSANO debbono lasciare un porto
siciliano alle 16.00 del 9, navigando a ponente della Sicilia alla velocità di
18 nodi fino a notte, allorquando essi aumenteranno a 22 nodi. Le due unità
dovranno giungere a Tripoli nella notte del 10 e ripartire per la Sicilia a 22
nodi. Due cacciatorpediniere usciti da Tripoli effettueranno uno sminamento a partire
dalla notte del 9 e si congiungeranno col gruppo DA BARBIANO alle 8.00 del giorno 10 (trasmesso il 9 dicembre)».
Alle 23.55, quando le
sue navi si trovavano proprio al centro del Canale di Sicilia, l’ammiraglio di
divisione Antonino Toscano (comandante della IV Divisione, che il 2 dicembre aveva
scelto come nave ammiraglia il Da
Barbiano, che aveva in passato comandato come capitano di vascello, al
posto del Di Giussano), constatato
che la sorpresa era sfumata e che l’intenso traffico radiotelegrafico nemico (Supermarina
inviò messaggi inviati a Malta dall’aereo Am9V alle 22.49, 22.57 e oo.27 e
messaggi inviati da Malta ad aerei in volo all’1.12 ed alle 2.37) indicava che
quest’ultimo era ormai in allarme, nonché che il progressivo peggioramento
delle condizioni del mare avrebbe causato ritardi che avrebbero prolungato
l’esposizione delle sue navi ai sempre più probabili attacchi nemici – dai
quali sarebbe stato difficile difendersi, dato che la presenza in coperta a
poppa dei fusti di benzina, incendiabili dalle vampe delle artiglierie della
nave, avrebbe impedito l’uso delle torri poppiere –, decise di ordinare
d’invertire la rotta e dirigere su Marettimo. Dopo aver dato l’ordine, Toscano
lo fece comunicare a Supermarina e più tardi chiese a tale comando ulteriori
istruzioni, ricevendo, alle 2.25 del 10, l’ordine di annullare la missione e
rientrare a Palermo. (Per altra fonte, Toscano aspettò qualche tempo presso
Marettimo in attesa di conferme alla sua decisione da parte di Supermarina,
poi, non avendo ricevuto nulla, rientrò egualmente a Palermo).
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L’ammiraglio
di divisione Antonino Toscano (da www.movm.it) |
La previsione dell’ammiraglio
non era errata: pur essendo già sulla rotta di rientro, alle 3.30 del 10
dicembre Da Barbiano e Di Giussano furono attaccati da
aerosiluranti Fairey Albacore e Fairey Swordfish al largo di Marettimo, ma
mandarono a vuoto l’attacco con opportune manovre. I due incrociatori giunsero
a Palermo alle 8.20 dello stesso 10 dicembre, riuscendo ad evitare
l’avvistamento da parte di un altro ricognitore decollato da Hal Afar, che
avrebbe dovuto guidare su di loro una nuova ondata di sette Fairey Swordfish
dell’830th Squadron della Fleet Air Arm (tali aerei, pur muniti di
radar, si spinsero oltre Trapani ma non riuscirono a trovare i loro bersagli).
Qui li raggiunse, l’indomani, anche il Bande
Nere, che sarebbe dovuto partire con loro nel successivo tentativo di
rifornire Tripoli: per rimediare al rinvio della missione, infatti, sarebbe
stato necessario inviare più benzina. L’ammiraglio Toscano fu criticato da
Supermarina per la sua decisione, specie per aver incrociato in attesa di
ordini dopo aver invertito la rotta.
Durante la sosta
forzata a Palermo, gli equipaggi degli incrociatori furono lasciati andare in
franchigia con le motobarche, ma vincolati ad essere sempre reperibili ed a
tornare ogni ora in banchina per firmare: si poteva infatti ripartire da un
momento all’altro. Il personale fu lasciato andare in franchigia anche per
depistare eventuali informatori nemici presenti sul posto circa le intenzioni
sul viaggio delle due navi; secondo una versione, anzi, furono anche fatte
venire sottobordo delle bettoline che simularono lo sbarco del carico.
Nemmeno
l’interruzione della missione era passata inosservata da ULTRA, che il 10
dicembre aveva puntualmente informato che «Vicino a Marettimo le due unità
furono attaccate da aerosiluranti e tornarono a Palermo».
Il 13 dicembre
avrebbe dovuto prendere avvio un’operazione complessa di traffico, la «M. 41»,
con la quale sarebbero stati inviati in Libia tre convogli per totali sei
mercantili e dodici cacciatorpediniere, più una scorta indiretta di due
corazzate, cinque incrociatori e nove cacciatorpediniere ed una forza
d’appoggio di due corazzate, quattro cacciatorpediniere e due torpediniere. Nel
tratto finale della navigazione, i convogli avrebbero dovuto essere scortati
dagli aerei di base in Tripolitania: questi, tuttavia, avevano ormai così poco
carburante – appena 25 tonnellate in tutto – da non poter più effettuare tale
servizio. Per garantire la scorta aerea ai convogli in arrivo in Libia, si rese
necessario programmare una nuova missione della IV Divisione per il 12
dicembre. Al contrario di quanto inizialmente previsto, il Bande Nere non vi avrebbe potuto partecipare, perché immobilizzato
da un’avaria: il carico di benzina ad esso destinato dovette così essere
imbarcato sugli altri due incrociatori, assieme ad ulteriori quantitativi di
rifornimenti. In tutto su Da Barbiano
e Di Giussano furono caricate 100
tonnellate di benzina avio, 250 di gasolio, 600 di nafta e 900 di vettovaglie;
salirono a bordo anche oltre a 135 militari del Corpo Reali Equipaggi Marittimi
di passaggio, diretti a Tripoli.
Alle 16 del 12
dicembre, pertanto, gli uomini a terra in franchigia – molti erano andati nei
cinema di Palermo – furono immediatamente fatti tornare a bordo, e ci si
preparò per la partenza.
Già quel mattino, sul
Da Barbiano, si era tenuta una
riunione cui avevano partecipato l’ammiraglio Toscano, il suo Stato Maggiore ed
i comandanti, direttori di macchina ed ufficiali alle comunicazioni delle navi
che avrebbero partecipato alla missione. Al centro della discussione anche il
fatto che la benzina trasportata non era contenuta in lattine a chiusura
ermetica come in molti viaggi precedenti, bensì in fusti non a tenuta stagna
(non sigillati, soggetti a perdita di benzina e così non collocabili nei locali
interni) che avevano dovuto essere sistemati in coperta, a poppa: ciò, al di là
dei già menzionati gravissimi rischi in caso di attacco (possibilità di grave
incendio anche per un solo proiettile giunto a bordo), avrebbe impedito anche
l’uso di parte dell’armamento degli incrociatori, le cui stesse vampe dei
cannoni avrebbero potuto incendiare la benzina; peraltro i fusti, sistemati fin
sotto le torri poppiere, ne impedivano anche il brandeggio. In caso di combattimento,
prima di poter rispondere al fuoco si sarebbero dovuti gettare i mare i bidoni
di benzina. Per maggior sicurezza si erano imbarcate squadre antincendio
supplementari, con tute d’amianto.
Da Barbiano (capitano di vascello Giorgio
Rodocanacchi) e Di Giussano (capitano
di vascello Giovanni Marabotto), mollati gli ormeggi alle 17.24, lasciarono
Palermo alle 18.10 (o 18.30) del 12 dicembre, scortati dalla torpediniera Cigno (capitano di corvetta Nicola Riccardi).
Vi sarebbe dovuta essere anche una seconda torpediniera di scorta, la Climene (le due torpediniere avrebbero
dovuto costituire uno schermo protettivo avanzato), ma anch’essa non poté
partire a causa di avarie alle caldaie.
Il Da Barbiano, al comando del capitano di
vascello Giorgio Rodocanacchi, imbarcava l’ammiraglio Toscano, comandante della
IV Divisione. L’incrociatore aveva a bordo in tutto 784 uomini, tra cui 81
militari di passaggio, mentre gli altri 703 erano membri dell’equipaggio e del
Comando della IV Divisione.
L’ingombrante carico,
sistemato ovunque vi fosse sufficiente spazio, ed il sovraffollamento della
nave appesantivano l’incrociatore ed in certi punti rendevano difficili persino
gli spostamenti del personale. La situazione era peggiore sul Da Barbiano, il più carico dei due, sul
quale era stata imbarcata la maggior parte dei fusti di benzina.
Onde evitare la
scoperta degli incrociatori da parte di ricognitori britannici, Supermarina
dispose che la IV Divisione sarebbe dovuta transitare molto a nordovest delle
Egadi (ben più che nella missione precedente, passando circa 40 miglia a
levante di Marettimo così da evitare il tratto di mare a sud di tale isola,
dove le puntate dei ricognitori britannici erano frequenti), poi dirigere verso
Capo Bon (da doppiare alle due di notte del 13, per poi passare davanti a
Kelibia un’ora dopo) e successivamente seguire la costa tunisina; la velocità
da mantenere per tutto il viaggio sarebbe stata di 22 (o 23) nodi. I due veloci
incrociatori ne avrebbero potuta ottenere una maggiore, ma bisognava
risparmiare nafta: si pensava persino di scaricare a Tripoli una parte della
nafta rimasta nei serbatoi alla fine del viaggio, per consegnarla alle forze
dislocate in Libia (anche per questo si era scelta la rotta di ponente per
Tripoli, più breve ma più pericolosa, anziché quella di levante). Giunti a Capo
Bon alle due di notte del 13 dicembre, i due incrociatori avrebbero diretto per
l’arcipelago delle Kerkennah, dove avrebbero trovato ad attenderli le
torpediniere Calliope e Generale Antonio Cantore, che li
avrebbero scortati a Tripoli. L’arrivo nella città libica era previsto per le
13 del 13.
Per tutelare la
sicurezza della missione, Supermarina, tramite Marina Messina, aveva disposto
un agguato da parte di un catena di sei MAS tra Pantelleria e Lampione (due MAS
sarebbero usciti da Trapani per pattugliare a zona a nord della rotta che la IV
Divisione avrebbe dovuto seguire, mentre gli altri quattro, partiti da
Pantelleria, avrebbero perlustrato le acque tra quell’isola e Lampione), mentre
la Regia Aeronautica aveva organizzato ricognizioni aeree a rastrello della
zona a sud del 35° parallelo, sia a levante che a ponente di Capo Bon. I
Comandi dell’Aeronautica della Sicilia e della Sardegna avevano ricevuto
l’ordine di svolgere, rispettivamente, una vasta ricognizione del Mediterraneo
Centrale ed un’altra a sudovest della Sardegna ed ad ovest della Corsica (in
entrambi i casi, durante il giorno 12). Nel tratto finale del viaggio, gli
incrociatori sarebbero stati scortati da aerei da caccia della 5a
Squadra Aerea: per permettere loro di prendere il volo, il carburante era stato
appositamente mandato a Tripoli per via aerea nei giorni immediatamente
precedenti.
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Il Da Barbiano, in primo piano, ed il Di Giussano fotografati in Mar Piccolo a Taranto il 4 dicembre
1941. La foto, scattata da un militare tedesco in partenza per l’Africa, è
probabilmente l’ultima immagine dei due incrociatori (g.c STORIA militare)
|
Alle 15.20 del 12
dicembre, prima ancora della partenza degli incrociatori, il Comando dell’Aeronautica
della Sicilia aveva fatto sapere a Superaereo (il comando della Regia
Aeronautica) che non erano state avvistate unità nemiche, e che due caccia
Macchi Mc. 202 avevano sorvolato il porto della Valletta a Malta constatando
che le unità della temibile Forza K britannica erano ancora lì.
Meno rassicuranti erano
le notizie giunte dal Comando dell’Aeronautica della Sardegna, che tra le 13.30
e le 13.50 di quello stesso giorno aveva fatto partire tre CANT Z. 1007 bis del
51° Gruppo bombardieri dall’aeroporto di Decimomannu. Alle 15.45 del 12
dicembre, il secondo CANT Z. 1007 bis, pilotato dal sottotenente Nascimbene, aveva
localizzato quattro cacciatorpediniere nemici in navigazione verso est, a
velocità stimata di 20 nodi, al largo di Béjaïa in Algeria e a 60 miglia
ad est di Algeri. Si trattava della 4th Destroyer Flotilla, composta
da tre cacciatorpediniere britannici, Sikh
(capo flottiglia capitano di fregata Graham Henry Stokes), Legion (capitano di fregata Richard Frederick Jessel) e Maori (capitano di fregata Rafe Edward
Courage), e da uno olandese, l’Isaac
Sweers (capitano di fregata Jacques Houtsmuller), partiti da Gibilterra alle
5.30 dell’11 dicembre per raggiungere Malta, da dove poi sarebbero proseguiti
per Alessandria d’Egitto, dove avrebbero rinforzato la Mediterranan Fleet. L’aereo
di Nascimbene (che aveva comunicato «Ore 15.00 avvistati 4 cc.tt. inglesi a un
fumaiolo in lat. 37°30’ long. 04°30’ rotta 90 velocità 20 nodi») era rimasto in
contatto visivo coi cacciatorpediniere per una quarantina di minuti; alle 16
questi erano stati avvistati anche da un altro aereo, pilotato dal sottotenente
Biondi, che li aveva fotografati ed aveva confermato che si trattava di quattro
cacciatorpediniere in navigazione con rotta 90° e su due colonne, a 20 nodi
stimati, ad est di Algeri. Tutte le informazioni furono inviate a Supermarina.
Alle 16.45 lo stesso
aereo italiano aveva reiterato l’avvistamento, aggiungendo che non c’erano
stati cambiamenti rispetto a quanto visto e comunicato prima («Sono in vista del
nemico – nessun cambiamento degli elementi dell’avvistamento presentemente
segnalato»).
Considerati i dati
disponibili, Supermarina aveva stimato che, se i cacciatorpediniere avessero
mantenuto una velocità di 20 nodi, sarebbero arrivati al traverso di Capo Bon
dopo le sei del mattino del 13; se invece avessero immediatamente portato la
velocità a 28 nodi (cosa ritenuta piuttosto improbabile per un viaggio di
trasferimento come il loro) ciò sarebbe accaduto intorno alle tre di notte,
cioè quando la IV Divisione – sempre mantenendo 23 nodi di velocità – sarebbe
già stata al sicuro, avendo superato Capo Bon di una ventina di miglia, cioè da
un’ora.
Ciò aveva indotto a
non ordinare alcuna interruzione, rinvio o variazione alla missione degli
incrociatori di Toscano: il motivo risiedeva più nell’urgenza di mandare
carburante in Libia che nel labile vantaggio che emergeva da tali empiriche
previsioni. Si sarebbe potuta ordinare una velocità maggiore rispetto ai 23
nodi inizialmente previsti, un’abbreviazione della rotta prevista (eliminare la
deviazione a nordovest delle Egadi avrebbe permesso di ridurre il viaggio di
due ore) e/o un rinforzo della scorta dei due incrociatori, ma nulla di tutto
ciò fu fatto.
Il segnale di
scoperta del ricognitore italiano, ritrasmesso dalla stazione radio di Cagliari
su onda 1950, fu intercettato dal Da
Barbiano ancora in porto a Palermo, e l’ammiraglio Toscano fu così messo al
corrente dell’avvistamento delle navi britanniche: d’altra parte, non poteva
far altro che attenersi agli ordini. Tale segnale fu ricevuto anche dalla Cigno, ma non dal Di Giussano, che non aveva ancora cominciato gli ascolti di
navigazione; dalla plancia del Da
Barbiano, durante il posto di manovra, si cercò di segnalarlo al Di Giussano, ma non essendo stato il
segnale compreso da quest’ultimo, e nonostante questi ne avesse richiesto la
ripetizione, il segnale fu annullato.
Nella lontana
Bletchley Park, in Inghilterra, ULTRA era ancora al lavoro. Lo stesso 12
dicembre i decrittatori britannici poterono quindi far sapere ai loro comandi
militari che «Gli incrociatori Da
Barbiano, Di Giussano e Bande Nere debbono lasciare Palermo alle
18.00 di oggi 12 e procedere per Tripoli a 22 nodi, arrivando a Tripoli alle 15
del giorno 13. Essi salperanno da Tripoli nella notte del 14 per ritornare in
Italia. Il Bande Nere rientrerà a
Palermo, ma la destinazione delle altre due unità non è conosciuta»: tutto
quello che serviva sapere per preparare un nuovo agguato.
Al tramonto del 12
dicembre la IV Divisione, dopo aver superato le Egadi, venne avvistata da un
ricognitore britannico Vickers Wellington dotato di radar ASV (Air to Surface
Vessel), là inviato in base alle informazioni di ULTRA, che comunicò i
movimenti e dati di moto delle navi italiane sia a Malta che alla 4th
Destroyer Flotilla: quest’ultima, non appena ebbe ricevuto la comunicazione
(avendo da poco superato Algeri), accelerò subito a 30 nodi per intercettare le
navi italiane, così invalidando le ottimistiche previsioni di Supermarina. (Per
altra fonte, inizialmente il comando di Malta, ricevute le informazioni di
ULTRA, aveva deciso d’inviare la Forza K contro gli incrociatori italiani, ma
poi, per evitare un eccessivo consumo di nafta che avrebbe potuto impedire alla
Forza K di uscire in mare a contrasto dell’operazione «M. 41», ed avendo notato
che le navi di Stokes erano già in posizione ideale, se avessero accelerato,
per intercettare le unità italiane presso Capo Bon, da Malta fu ordinato a
queste ultime di attaccare la IV Divisione).
Al contempo il
comandante delle forze britanniche stanziate a Malta, viceammiraglio Wilbraham
Ford, dispose attacchi di aerosiluranti che avrebbero avuto luogo all’alba del
13: ma nessuno dei due incrociatori avrebbe mai visto tale alba. Ford ordinò
anche che la Forza K, con tre incrociatori e tre cacciatorpediniere, lasciasse
Malta per intercettare le navi di Toscano a nord di Kuriat (circa 90 miglia a
sud di Capo Bon).
Alle 22. 23 (per
altra fonte 21.45) Supermarina comunicò al Da
Barbiano, con messaggio cifrato su onda radio 1950, «Possibile incontro con
piroscafi in uscita da Malta – Nessun piroscafo nazionale aut francese su
vostra rotta» (la partenza di piroscafi da Malta, diretti a Gibilterra, era
stata riferita dai comandi tedeschi); alle 23.15 l’ammiraglio Toscano ordinò il
posto di combattimento, ed alle 2.10 del 13 il posto di combattimento generale.
La formazione era in linea di fila: in testa la Cigno, due chilometri più indietro il Da Barbiano e dietro di esso il Di
Giussano. La velocità, come ordinato, era di 23 nodi. La luna era sorta, ma
il fitto annuvolamento (specie all’orizzonte) rendeva la notte molto buia,
benché la considerevole fosforescenza dell’acqua creasse una zona di visibilità
attorno alle navi. Quando la luna “superò” le nubi, ci fu un notevole rischiaramento.
Gli incrociatori
erano in assetto di combattimento notturno: cannoni carichi metà a granata e
metà a palla, motori di brandeggio in moto; ognuno dei pezzi secondari da
100/47 mm aveva pronta una riservetta di otto colpi illuminanti e due a granata;
ogni mitragliera aveva otto caricatori di riserva in aggiunta alla dotazione
normale.
La navigazione
procedette tranquilla fino alle 2.45 del 13 dicembre, quando, a sette miglia da
Capo Bon, si avvertì chiaramente il rumore prodotto da un aereo che sorvolava
la formazione a bassa quota (era un ricognitore Vickers Wellington del 68th
Squadron della Royal Air Force, munito di radar ASV e proveniente da Malta, che
aveva localizzato la formazione, sorvolandola ripetutamente, e che ne comunicò
la posizione ai cacciatorpediniere, i quali si trovavano in quel momento tra
Zembra e Zembretta). La Cigno
comunicò con la lampada per segnalazioni Donath «Aerei sul mio cielo» (secondo
alcune fonti, tali segnali luminosi furono visti anche dai cacciatorpediniere
britannici, però l’orario dato da questi ultimi per i lampi di luce visti
sparire dietro Capo Bon è piuttosto divergente, le 3.02). Il ritardo accumulato
dagli incrociatori di Toscano, forse a causa di un giro attorno alle Egadi più
ampio del previsto, era tale che questi sarebbero giunti a Capo Bon alle tre di
notte anziché alle due, ma ciò non fu comunicato a Supermarina, che così non
ordinò di recuperare il ritardo.
Alle 3.15 la IV
Divisione, giunta a due miglia dal faro di Capo Bon (o 3,5 miglia a nord del Capo),
accostò per 157° onde scapolare Capo Bon mantenendosi a poco più di un miglio
dalla costa, così entrando nel settore oscurato del faro (che sino a quel
momento le aveva invece illuminate di quando in quando); il Da Barbiano segnalò per ultracorte a Cigno e Di Giussano «Fate attenzione ai piroscafi nemici». A quel punto le
navi di Toscano sarebbero dovute proseguire per sette-otto miglia e poi tornare
su rotta 180°, seguendo la costa tunisina, ma invece – alle 3.20 – il Da Barbiano, senza preavviso, accostò a
sinistra (di 180° per contromarcia) fino ad invertire la rotta (così assumendo
rotta 337°) e mise le macchine a tutta forza, per poi comunicare l’inversione
alle altre due unità a mezzo radiosegnalatori. In plancia comando del Da Barbiano, il comandante Rodocanacchi
aveva infatti ricevuto dalla plancia ammiraglio l’ordine d’invertire la rotta,
e subito dopo anche “Artiglieri seguire indici elettrici – Complessi
attenzione”. Il Di Giussano, che non
ricevette l’ordine d’invertire la rotta, imitò la nave ammiraglia per
contromarcia, venendosi però a trovare, ad accostata ultimata, piuttosto
scartato a dritta rispetto al Da Barbiano.
La Cigno non ricevette il messaggio
sull’inversione di rotta e non si accorse neanche della manovra dei due
incrociatori, così continuò ignara su rotta 180° fino alle 3.25, quando accostò
a sua volta, ma ormai era in coda alla formazione, ben lontana dagli
incrociatori.
Le ragioni
dell’improvvisa inversione di rotta ordinata dall’ammiraglio Toscano sono
destinate a restare un mistero: di lì a poco, il comandante della IV Divisione
le avrebbe portate con sé per sempre, e così tutto il suo Stato Maggiore. Non
si possono che fare congetture: una teoria è che l’ammiraglio Toscano, ormai
certo di essere stato avvistato dai velivoli che avevano sorvolato le sue navi,
avesse deciso di tornare indietro, come nella missione del 9 dicembre, per
sfuggire agli attacchi che sarebbero inevitabilmente seguiti, ma in tal caso
avrebbe avuto più senso dirigere per le Egadi (percorso più breve) anziché
verso nordovest; senza considerare che l’inversione di rotta fu repentina ed
avvenne più di mezz’ora dopo l’avvistamento del Wellington, e non sembrava
esserci ragione per ordinare, così tardi, una manovra tanto frettolosa.
Un’altra ipotesi è
che Toscano, invertendo la rotta, intendesse confondere le idee al ricognitore
britannico circa la vera rotta seguita, aspettare che se ne andasse e poi
riassumere la rotta originaria verso Tripoli, oppure che avesse avvertito il
rombo di motori di aerei in avvicinamento, giungendo a ritenere che fosse in
arrivo un attacco di aerosiluranti, ed intendesse deviare dalla rotta per
disorientare gli aerei attaccanti e portarsi più a nord, in acque più libere,
dove avrebbe avuto maggiori possibilità di manovra.
Ancora, è stato
suggerito che con tale manovra l’ammiraglio intendesse evitare i campi minati italiani
presenti in quelle acque (in particolare l’«S. 11», che creavano tra Kelibia e
Capo Bon un ristretto passaggio (largo appena tre miglia) nel quale, in caso di
attacco navale od aereo, sarebbe stato difficile manovrare: tuttavia la loro
presenza era già conosciuta e c’era la Cigno
in posizione avanzata, dunque anche tale ipotesi non pare avere grande
fondamento. Né trova molto credito l’ipotesi per cui l’inversione di rotta
sarebbe stata ordinata a causa dell’avvistamento, a proravia, di sagome
ritenute navi nemiche: sia perché in quella direzione non vi era alcuna unità,
sia perché in posizione avanzata da quella parte c’era la Cigno, che avrebbe dovuto avvistare per prima eventuali unità
avversarie.
Un’ultima teoria è
stata formulata dal gruppo che, nel 2007, ritrovò il relitto della nave:
l’ammiraglio Toscano avrebbe avvistato qualcosa – i cacciatorpediniere
britannici – a dritta, sottocosta, un po’ arretrato, e, sapendo che il carico
di benzina sistemato a poppa rappresentava un grave rischio, impedendo al
contempo l’uso delle torri poppiere, avrebbe deciso d’invertire la rotta per
non dare la (vulnerabilissima) poppa al nemico, e poter fare fuoco contro di esso
usando le torri prodiere. Tale ipotesi sarebbe suffragata dalla distanza
esistente tra il relitto del Da Barbiano
e la costa, due chilometri, il che significa che le unità avversarie erano
visibili da bordo dell’incrociatore; la prua rivolta a nord anziché ad ovest
mostra che l’incrociatore si stava dirigendo verso le navi nemiche.
Il mutamento di rotta
ritardò l’incontro con i cacciatorpediniere anglo-olandesi, ma solo di qualche
minuto.
La 4th
Destroyer Flotilla, procedendo a 30 nodi tenendosi nelle acque territoriali del
Nordafrica francese (onde evitare i campi minati italiani) in modo da
intercettare la IV Divisione (sulla base delle informazioni su rotta e velocità
fornite dal Wellington autore dell’avvistamento), era giunta in vista di Capo
Bon, e delle navi italiane intente a doppiarlo, già alle tre di notte del 13.
Alle 3.02 le unità nemiche videro lampi di luce e le sagome di due navi che
procedevano verso sud, che però scomparvero dietro la costa: per qualche minuto
i due incrociatori italiani furono nascosti dalla sagoma del Capo, poi, dopo
che i cacciatorpediniere di Stokes ebbero a loro volta doppiato Capo Bon
(restando molto sottocosta, così che le loro sagome si confondessero con il
litorale mentre quelle delle navi italiane si stagliavano contro la debole luce
lunare), tornarono visibili a questi ultimi: per primi al Sikh, che comunicò alle unità dipendenti «Enemy in sight» e di
abbassare la velocità a 20 nodi, per ridurre la formazione di onde a prua e
risultare così meno visibili. L’inversione di rotta portò la IV Divisione ad
avvicinarsi rapidamente alla 4th Destroyer Flotilla. Il Sikh, in testa alla formazione
anglo-olandese, e l’Isaac Sweers che
lo seguiva si tennero ancora più sottocosta, in modo da defilare di controbordo
alle navi di Toscano, mentre Maori e Legion seguirono una rotta un po’ più
allargata, passando più vicini alle navi italiane (per altra versione, la linea
di fila era nell’ordine seguente, dalla prima all’ultima unità: Sikh, Legion, Maori, Isaac Sweers). Poi, tutti e quattro
andarono all’attacco a tutta forza.
Sul Da Barbiano, il primo ad avvistare i
cacciatorpediniere nemici fu, quasi immediatamente dopo l’accostata, il terzo
direttore del tiro, che si trovava in controplancia (secondo il sottotenente di
vascello Silvini, in plancia comando, furono invece le vedette ad avvertire,
mentre l’inversione di rotta era ancora in corso, “Avvistamento unità navali
sulla sinistra”); subito dopo anche l’ammiraglio Toscano ed il suo Capo di
Stato Maggiore, capitano di vascello Giordano, ambedue in plancia ammiraglio,
avvistarono a loro volta le unità avversarie (secondo una fonte, il Da Barbiano comunicò allora «Attenzione,
piroscafi nemici» e subito dopo «Avvistamento unità navali sulla sinistra»). Tra
quanti le videro vi fu, in plancia comando, il sottotenente di vascello
Silvini: in base ai ‘baffi’ di prua, questi valutò che la loro velocità fosse
di 28-30 nodi. L’ammiraglio Toscano ordinò di portare le macchine alla massima
forza, ordinare «Vela 30» (velocità 30 nodi) al Di Giussano e poi – ordine comunicato per portavoce alla plancia
comando del Da Barbiano, situata
sotto la plancia ammiraglio, e per radio al Di
Giussano – di aprire il fuoco.
Era troppo tardi: il Sikh, già al traverso del Da Barbiano, cui defilò di controbordo
sparando con le mitragliere, lanciò quattro siluri da un chilometro – da bordo
del Da Barbiano si stimò la distanza
in appena 300 metri – contro la nave ammiraglia della IV Divisione.
In plancia comando,
però, regnava l’incertezza. Il primo direttore del tiro, Aldo Cavallini, riferì
al comandante Rodocanacchi che le torri erano pronte, cariche e in punteria, ma
Rodocanacchi non ordinò di aprire il fuoco: forse pensava che l’ombra che era
improvvisamente comparsa a sinistra potesse essere la Cigno, dato che la torpediniera, se avesse accostato a tempo
insieme agli incrociatori, si sarebbe potuta trovare in quel punto, intenta a
risalire la formazione per assumere nuovamente la sua posizione in testa. Il comandante
in seconda dell’incrociatore, capitano di fregata Alfredo Ghiselli, gridò
“perché non si spara?”, ma il comandante Rodocanacchi rimase attaccato al
portavoce che comunicava con l’ammiraglio Toscano, gridando “Sopra!
Ammiraglio!”. Poi Ghiselli, che teneva un binocolo puntato sul
cacciatorpediniere più vicino, esclamò “Ha lanciato, ha lanciato” e
Rodocanacchi rispose ordinando subito di mettere tutta la barra a sinistra, ma
non c’era più tempo.
Nelle torri il
clacson d’allarme era suonato alle 3.30, ed i serventi erano ai loro posti,
pronti al fuoco; il secondo direttore del tiro, tenente di vascello Maniscalco,
fece subito seguire la punteria alla torretta, ma sentì un vociare confuso
nella torretta di comando, situata sotto la torretta del secondo direttore del
tiro. Né dall’apparecchio di punteria generale del secondo direttore del tiro,
né dalla punteria della torretta, fu possibile vedere il bersaglio: ci si
limitava a seguire a controindice le indicazioni della colonnina.
Dopo pochi istanti il
capitano di vascello Giordano gridò nel portavoce “ha lanciato [si riferiva al Sikh, nda] Tutto a sinistra” e poi
ripeté di nuovo “aprite il fuoco”. L’incrociatore iniziò ad accostare a
sinistra, ma subito – erano le 3.22 – il primo siluro colpì a prua sinistra, sotto
la torre numero 1 da 152 mm, causando un iniziale sbandamento a sinistra,
mentre la nave veniva investita da un violentissimo fuoco di mitragliere, le
codette luminose dei cui proiettili apparivano chiaramente visibili. Solo le
mitragliere di sinistra del Da Barbiano
fecero in tempo a sparare qualche colpo prima che la coperta dell’incrociatore
fosse investita da una gragnuola di colpi di mitragliera.
Dopo il Sikh, anche il Legion sparò coi cannoni e lanciò tutti i suoi siluri contro il Da Barbiano, mentre l’Isaac Sweers sparò solamente con le
artiglierie, contro il Di Giussano;
il Maori attaccò il Da Barbiano già incendiato alle 3.26, lanciando
due siluri e sparando contro la sua plancia (per altra fonte sarebbe stato uno
dei siluri del Maori, invece di
quello del Legion, ad aver colpito
l’incrociatore; una versione ancora differente vedrebbe il Da Barbiano colpito da quattro siluri anziché tre: due del Sikh, uno del Legion ed uno del Maori).
Subito dopo il primo
siluro, il Da Barbiano fu colpito da
un secondo (anch’esso, come il primo, del Sikh)
che centrò la sala macchine, ponendo fuori uso l’apparato motore ed aprendo lo
squarcio più grande nello scafo, mentre i parecchi colpi caduti a bordo falcidiavano
il personale alle armi e facevano esplodere i fusti di benzina, scatenando un
colossale incendio che si estese a tutta la nave. Pochi attimi dopo, il Da Barbiano fu raggiunto verso poppa,
all’altezza della sala convegno ufficiali, da un terzo siluro, lanciato dal Legion, mentre un’altra arma lanciata
dalla stessa nave lo mancò a poppa e colpì invece il Di Giussano. Intanto il Da
Barbiano veniva spazzato e crivellato di cannonate e colpi di mitragliera:
diverse raffiche centrarono la plancia, frantumandone i vetri, ed una di esse
colpì in pieno il capitano di vascello Giordano, che crollò sul pagliolato. Il
tenente di vascello Raiani, aiutante di bandiera dell’ammiraglio Toscano, vide
quest’ultimo immobile nell’angolo sinistro della plancia, e non gli parve che
fosse stato colpito.
Il secondo direttore
del tiro, Maniscalco, sentì uno scossone violento; inutilmente attese di
sentire il rumore dei cannoni della propria nave che rispondevano al fuoco, ma
invece giunse soltanto un secondo scossone, più forte del primo, che fece
sussultare la nave. Erano i siluri che arrivavano a segno. Non sentendo ancora
sparare, Maniscalco ordinò di aprire la porta della torretta e fece affacciare
un sottufficiale, che riferì che l’incrociatore era fermo, sbandato a sinistra
ed in affondamento. Dopo mezzo minuto si avvertì un terzo scossone, più
lontano: il terzo siluro. A Maniscalco non rimase che ordinare ai suoi uomini
di mettersi in salvo.
L’energia venne a
mancare immediatamente, la nave cominciò subito a sbandare. L’equipaggiò iniziò
ad abbandonare la nave, che intanto continuava a sbandare sempre più
rapidamente sulla sinistra: gli ultimi che si gettarono in acqua lo fecero
quando ormai il ponte di coperta era quasi perpendicolare alla superficie del
mare.
L’ultimo uomo a
vedere l’ammiraglio di divisione Antonino Toscano fu forse il sottocapo
Vincenzo Antro. Mentre iniziava a percorrere l’ultima scaletta che portava in
coperta, Antro sentì la voce fioca di Toscano, ferito gravemente, gli si
avvicinò e lo riconobbe. L’ammiraglio gli disse “Aiutami sono ferito”
reggendosi a fatica in piedi, tenendosi con una mano alla ringhiera della
plancetta. Non c’era nessun altro intorno. Antro prese in spalla l’ammiraglio
Toscano e riuscì faticosamente a portarlo fino nei pressi dell’hangar, poi
corse a prua in cerca di una zattera e di qualcuno che potesse aiutarlo, ma non
trovò né l’una né l’altro. Tornato dall’ammiraglio, Antro cercò di aiutarlo, ma
il buio pesto ed il forte sbandamento lo resero inutile: Toscano, a causa della
gravità delle sue ferite, non era più in grado di muoversi, e, avendo compreso
che era giunta la fine, gli mormorò “Lasciatemi qui, salvatevi”. A quel punto,
il sottocapo Antro si gettò in acqua. L’ammiraglio Toscano non fu mai più
rivisto. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare.
Il comandante
Rodocanacchi, dopo aver fatto tutto il possibile per mettere in salvo i suoi
uomini, cedette il suo salvagente al sottocapo Bettini, che non lo aveva, e rimase
a bordo. Affondò con la sua nave; una Medaglia d’oro al Valor Militare onorò il
suo gesto.
La stessa decorazione
fu conferita alla memoria del giovane tenente del Genio Navale Franco Storelli,
imbarcato sul Da Barbiano dal
precedente 25 luglio. Storelli, accorso nelle sale caldaie invase dal vapore quando
già la sua nave era mortalmente colpita, fortemente sbandata ed al buio, tentò
in ogni modo di garantire il funzionamento dell’apparato motore. Il fumo degli
incendi ed il vapore, dilagato ovunque, impedivano di vedere e respirare, ma
Storelli continuò egualmente nel suo lavoro; quando gli fu chiesto di mettersi
in salvo, disse ai suoi sottoposti di salvarsi e che per parte sua intendeva
fare fino all’ultimo il suo dovere per salvare la nave, o almeno prolungarne
l’esistenza. Anche lui seguì la nave in fondo al mare.
Il puntatore
mitragliere Mario (Giulio) Ottonello di Varazze, che si trovava di guardia su una
plancetta, fu gettato in coperta e perse momentaneamente i sensi. Quando
rinvenne, Ottonello capì che la nave stava affondando, quindi si tolse scarpe,
pantaloni e cappotto e si gettò in mare.
Nel giro di una
decina di minuti, l’Alberico Da Barbiano
si capovolse ed affondò in un mare di fiamme, scomparendo sotto la superficie
alle 3.35 del 13 dicembre, un miglio e mezzo ad est del faro di Capo Bon, in
posizione 37°04’ N e 11°07’ E. Sulla superficie rimasero centinaia di naufraghi
ed una immensa chiazza di carburante in fiamme. Molti di coloro che si erano
buttati per ultimi non riuscirono a sfuggire all’enorme marea di benzina
incendiata che galleggiava sulla superficie, e che continuò a bruciare per
tutta la notte.
.jpg) |
Il
tenente del Genio Navale Franco Storelli (da www.movm.it) |
Mentre questo
accadeva, si era svolto anche il dramma del Di
Giussano. Parzialmente coperto dalla massa della propria nave ammiraglia,
il secondo incrociatore non aveva subito una eguale pioggia di cannonate,
siluri e colpi di mitragliera, ma quanto giunto a destinazione – compreso un
siluro, quello del Legion che aveva
mancato a poppa il Da Barbiano – fu
sufficiente a compromettere la sorte dell’unità. Senza che il carico di benzina
prendesse fuoco scatenando un altro rogo, il Di Giussano rimase immobilizzato ed affondò, spezzandosi in due,
alle 4.20, con la perdita di 283 dei 720 uomini imbarcati. La Cigno, rimasta indietro, assisté
impotente al disastro (vide un’altissima fiammata levarsi dal Da Barbiano, poi il breve combattimento
del Di Giussano), ebbe un breve
quanto infruttuoso scambio di colpi con i cacciatorpediniere nemici e si
diresse poi sul luogo dello scontro per prestare soccorso.
La 4th
Destroyer Flotilla giunse indenne a Malta; il suo comandante Stokes sarebbe
stato insignito, per la distruzione dei due incrociatori, dell’Ordine del Bagno
(“onorificenza inconsueta per un ufficiale del suo grado”, come ebbe a
ricordare in seguito l’ammiraglio Andrew Browne Cunningham, all’epoca
comandante della Mediterranean Fleet).
Del Da Barbiano, soltanto pochi zatterini
Carley poterono essere messi in acqua. I naufraghi che riuscirono a sfuggire al
carburante in fiamme che galleggiava sul mare si ritrovarono a galleggiare
nella fredda acqua di dicembre aggrappati a pochi rottami, sovente senza
nemmeno aver avuto il tempo d’indossare un salvagente. Il sottotenente di
vascello Figari si avvicinò ad uno zatterino in legno tipo De Bonis (dodici
posti) cui era aggrappata una quindicina di uomini, ai quali si unì anche lui.
Gli uomini aggrappati allo zatterino si misero a nuotare per allontanarsi dalle
fiamme che avanzavano verso di loro, ma di quando in quando qualche marinaio,
sopraffatto dal freddo, reclinava la testa, mollava la presa e si lasciava
andare. Entro le 8.30 di quel mattino, sarebbero rimasti in sette.
Il tenente CREM
Bardi, circa mezz’ora dopo l’affondamento, notò l’albero di una delle
imbarcazioni dell’incrociatore, e vi si aggrappò. Altri lo imitarono, e nel
giro di poco tempo si ritrovarono in otto ad essere aggrappati all’albero: tra
di essi il fuochista Urlara, senza salvagente, che chiedeva aiuto. Bardi gli
diede il suo salvagente, ed Urlara tornò ad essere calmo e fiducioso nella
salvezza.
Parecchi altri
naufraghi tentarono di raggiungere a nuoto la costa, che non era lontana, ma il
freddo, le ferite, le ustioni e lo sfinimento decimarono il loro numero. Il
guardiamarina Niccolini, uno dei pochi superstiti tra il personale in plancia
comando, mentre nuotava verso la costa s’imbatté nel secondo capo Alfredo
Cipriani, che gli disse di essere ferito ad una spalla, e nel sottocapo Della
Pasqua, che era invece illeso e domandò quanto fosse lontana la riva.
Continuando a nuotare, i tre continuarono a tenersi in contatto lanciando
richiami, ma prima Cipriani, e poi anche Della Pasqua, scomparvero nel buio
della notte. (Ad Alfredo Cipriani, che era stato calciatore nella squadra
locale del suo paese, Raiano, sarebbe stato dedicato, molti decenni più tardi,
un campo di calcio).
Tra coloro che morirono nel tentativo di raggiungere la riva a nuoto vi fu anche il primo direttore del tiro, capitano di corvetta Aldo Cavallini. Salito inizialmente su una zattera con altri naufraghi, cedette il suo posto ad un marinaio e seguì per qualche tempo il galleggiante a nuoto, ma alla fine fu sopraffatto dal freddo e dalla stanchezza. Il suo corpo sarebbe stato ritrovato una decina di giorni dopo al largo di Lampedusa, identificato grazie alla piastrina che aveva nel portafogli, e sepolto in mare; la Croce di Guerra al Valor Militare ne avrebbe onorato il sacrificio.
Dopo aver nuotato
vigorosamente per scampare alle fiamme che raggiunsero invece molti altri
uomini, ed essersi brevemente riposato su di una lancia trovata alla deriva, il mitragliere Mario Ottonello riuscì a raggiungere a nuoto la costa
tunisina; al faro di Capo Bon incontrò degli altri superstiti, insieme ai quali
si mise in marcia. Avrebbero camminato per tutta la notte e parte del mattino
seguente prima di essere raggiunti da un reparto italiano, che li avrebbe poi
trasportati all’ospedale italiano «Giuseppe Garibaldi» di Tunisi.
Una cinquantina di
naufraghi, tra cui quattro feriti, riuscì infine a raggiungere la spiaggia di
Kelibia, altri 25 toccarono terra a Ras Hauria, e tre, feriti, giunsero a riva
a Ras Adar. La popolazione locale e le autorità francesi (accorsero subito sul
posto anche i rappresentanti della Commissione Italiana di Armistizio con la
Francia) si profusero in quanto loro possibile per dare aiuto ai naufraghi
giunti a terra; i feriti furono ricoverati negli ospedali militari di Tunisi,
nell’ospedale italiano «Garibaldi» e, per mancanza di spazio, anche in un
convitto scolastico.
La Cigno perlustrò la zona dello scontro
per tutta la notte ed il mattino successivo,
recuperando più di 500 sopravvissuti, soprattutto del Di Giussano (mentre circa 150 altri avevano raggiunto la riva a
nuoto o su imbarcazioni e zatterini). I naufraghi, quando non già feriti od
ustionati, erano coperti di nafta, per cui vennero subito mandati alle docce di
bordo; altri, intirizziti dal freddo, furono mandati nei locali caldaie. Il
lavoro della torpediniera fu però intralciato dai velivoli britannici, che
sorvolavano la zona gettando bengala, così costringendo la nave ad aprire il fuoco
con il proprio armamento, effettuare manovre ed emettere cortine fumogene;
diversi superstiti raccontarono in seguito che gli aerei avevano anche
mitragliato naufraghi ed imbarcazioni in mare, causando altre vittime. Alla Cigno si unirono anche la vecchia
torpediniera Giuseppe Sirtori, quattro
MAS e successivamente un idrovolante CANT Z. 506 (che ammarò e trasse in salvo
due uomini), tutti inviati dalla Sicilia, oltre anche a pescatori tunisini.
Contro i soccorritori c’erano, oltre al carburante in fiamme sul mare ed alla
bassa temperatura dell’acqua, anche gli squali che infestavano la zona.
Tra le cinque del
mattino e le 6.30, sei dei sette uomini aggrappati all’albero dell’imbarcazione
assieme al tenente Bardi si lasciarono andare e scomparvero: rimasero solo
Bardi e Urlara.
Quando alle 8.30 la Cigno passò vicino allo zatterino del
sottotenente di vascello Figari, continuò a recuperare naufraghi, e disse loro
che sarebbe giunta anche da loro. In realtà, sarebbero passate altre tre ore
prima che un MAS soccorresse i superstiti dello zatterino e li portasse sulla Cigno: entro quell’ora, della quindicina
di uomini che vi erano originariamente aggrappati solo in tre, tra cui Figari,
sarebbero stati ancora vivi.
L’enorme incendio che
divampava dov’era stato il Da Barbiano
si estinse soltanto alle dieci del mattino.
Alle due del
pomeriggio del 13 dicembre non c’era ormai più nessuno in acqua, dunque la Cigno concluse le ricerche e fece rotta
su Trapani. In tutto furono tratti in salvo 687 naufraghi, 250 del Da Barbiano e 437 del Di Giussano, su un totale di 1504 uomini
imbarcati sulle due navi. I superstiti furono portati a Trapani, dove i feriti
vennero ricoverati nei locali ospedali.
Dei 784 uomini
imbarcati sul Da Barbiano,
sopravvissero soltanto 20 ufficiali (quattro dei quali feriti) su 43, 32
sottufficiali (otto dei quali feriti) su 121, 194 sottocapi e marinai (40 dei
quali feriti) su 606 e quattro tra militarizzati ed uomini della Regia
Aeronautica (tra cui un ferito) su tredici.
Furono recuperate dal
mare le salme di cinque ufficiali, 18 sottufficiali, 52 sottocapi e marinai e
due tra militarizzati e uomini dell’Aeronautica (molte delle quali sepolte a
Trapani, non tutte identificate); risultarono invece dispersi altri 19
ufficiali, 71 sottufficiali, 360 tra sottocapi e marinai e sette tra
militarizzati ed uomini della Regia Aeronautica. Scomparve in mare l’intero
Stato Maggiore della IV Divisione Navale; oltre a Toscano e Rodocanacchi, anche
Giordano e Ghiselli furono tra le vittime.
Morti sul Da Barbiano
Edgardo Adamo, sottocapo elettricista,
disperso
Antonino Aiello, capo cannoniere di prima
classe, disperso
Alvaro Aimone, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Alberti, marinaio cannoniere,
disperso
Giuseppe Allinio, marinaio, disperso
Salvatore Amato, marinaio elettricista,
disperso
Gino Ambrogi, sottocapo meccanico, deceduto
Giovannino Amedei, marinaio, disperso
Gennaro Amitrano, sottocapo elettricista,
disperso
Mario Angioi, sergente nocchiere, disperso
Carlo Ansaldo, marinaio, disperso
Pietro Antifora, marinaio infermiere, disperso
Antonio Aquila, marinaio, disperso
Alessandro Aquilina, secondo capo infermiere,
disperso
Ferdinando Aquilino, sottocapo cannoniere,
disperso
Salvatore Arco, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Arena, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Arianiello, marinaio, disperso
Gerardo Arpino, marinaio, disperso
Pietro Assante, secondo capo
radiotelegrafista, disperso
Cosimo Attolino, marinaio silurista, disperso
Alberto Aversa, marinaio, disperso
Giosuè Avolio, sottocapo carpentiere, disperso
Mircko Bacconi, capo cannoniere di terza
classe, disperso
Ernesto Badiale, sottocapo fuochista, disperso
Vincenzo Bagni, marinaio meccanico, disperso
Sergio Baiocchi, marinaio cannoniere, deceduto
Stellio Balbi, sottocapo silurista, disperso
Angelo Baldassarre, marinaio fuochista,
disperso
Egeo Balducci, sergente elettricista, disperso
Giuseppe Barbagallo, marinaio, disperso
Corrado Barbugian, sottocapo cannoniere,
disperso
Vincenzo Bari, capo carpentiere di seconda
classe, disperso
Islando Barilari, sottocapo silurista,
deceduto
Mario Barisani, marinaio S. D. T., disperso
Eligio Barra, sottocapo S. D. T., disperso
Giuseppe Barsotti, marinaio carpentiere,
disperso
Salvatore Basile, marinaio cannoniere,
disperso
Alberto Battelli, marinaio elettricista,
disperso
Francesco Battiato, marinaio fuochista,
deceduto
Ottavio Battista, marinaio, disperso
Santo Bellantoni, sottocapo cannoniere,
disperso
Luigi Benassi, sottocapo meccanico, disperso
Luigi Benes, marinaio fuochista, disperso
Renato Beretta, sottocapo meccanico, disperso
Romolo Bertana, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Bertelli, marinaio cannoniere,
deceduto
Francesco Bertuccini, marinaio, disperso
Mario Bettelani, sottocapo cannoniere,
deceduto
Carmelo Bianco, marinaio, disperso
Leonardo Bittarelli, sottocapo furiere,
disperso
Giancarlo Bocconi, guardiamarina, disperso
Guerrino Bollori, sottocapo S. D. T., disperso
Fracesco Bona, secondo capo elettricista,
disperso
Luciano Boni, marinaio torpediniere, disperso
Ferruccio Borrini, capo S. D. T. di prima
classe, disperso
Girolamo Ciro Raffaele Bosco, secondo capo
nocchiere, disperso
Giuseppe Bottacini, marinaio fuochista,
disperso
Vincenzo Bova, marinaio, disperso
Albino Bozzato, marinaio, disperso
Osvaldo Braga, sergente elettricista, disperso
Filippo Bravata, marinaio, disperso
Bruno Brunaschi, marinaio cannoniere, disperso
Benedetto Bruner, marinaio furiere, disperso
Pietro Budicin, marinaio, disperso
Giorgio Buono, marinaio, disperso
Giovanni Caiazzo, sottocapo meccanico,
disperso
Antonio Calisi, marinaio, disperso
Denzio Calzolari, marinaio, disperso
Amerindo Camilli, sottocapo elettricista,
disperso
Ettore Campanella, marinaio, disperso
Giuseppe Campione, sottocapo segnalatore,
disperso
Pietro Candeloro, sottocapo cannoniere,
disperso
Paolino Capelli, sottocapo cannoniere,
disperso
Paolo Capobianchi, marinaio, disperso
Vittorio Capriotti, sottocapo infermiere,
disperso
Ludovico Caracciolo, guardiamarina, deceduto
Liberato Caracino, secondo capo furiere,
deceduto
Pietro Caraffini, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Cardamone, marinaio silurista,
disperso
Giuseppe Carbutti, sottocapo cannoniere,
disperso
Vito Cardella, sottocapo meccanico, disperso
Guido Cardini, sottocapo fuochista, disperso
Primiano Carpinone, marinaio, deceduto
Angelo Casacchia, marinaio meccanico, disperso
Carlo Casati, sottocapo fuochista, disperso
Francesco Cassano, sottocapo fuochista,
disperso
Aldo Castagnola, marinaio fuochista, disperso
Rocco Castaldi, marinaio, disperso
Armando Castellitti, marinaio, disperso
Gaetano Castelnuovo, marinaio, deceduto
Angelo Castoldi, marinaio fuochista, disperso
Michele Cataneo, secondo capo elettricista,
disperso
Secondo Cavagnero, secondo capo nocchiere,
deceduto
Bruno Cavagnis, sottocapo S. D. T., disperso
Canzio Cavallari, marinaio, disperso
Aldo Cavallini, capitano di corvetta, deceduto
Luigi Cavallo, sottocapo fuochista, disperso
Luigi Cavigioli, marinaio furiere, deceduto
Giuseppe Cazzaro, sottocapo elettricista,
disperso
Giuseppe Cecato, marinaio, disperso
Giovanni Cecchi, marinaio nocchiere, disperso
Mario Cei, marinaio, disperso
Pietro Celotti, secondo capo meccanico,
disperso
Gabriele Cerne, marinaio fuochista, disperso
Carmelo Chiarezza, sottocapo
radiotelegrafista, disperso
Ciro Chiovaro, marinaio, disperso
Giuseppe Chiricallo, marinaio cannoniere,
disperso
Esterino Cian, marinaio torpediniere, disperso
Felice Ciceri, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Cicotto, secondo capo nocchiere,
disperso
Mario Cinella, secondo capo meccanico,
disperso
Eleuterio Cippis, marinaio meccanico, disperso
Alfredo Cipriani, secondo capo cannoniere,
deceduto
Luigi Cirillo, marinaio elettricista, deceduto
Michele Cocca, marinaio cannoniere, disperso
Alberto Cociani, capo meccanico di seconda
classe, disperso
Ignazio Colomba, marinaio, deceduto
Pietro Colombelli, sottocapo carpentiere,
disperso
Mario Colombo, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Colucci, marinaio, deceduto
Vincenzo Compatangelo, capo cannoniere di
seconda classe, disperso
Mario Concetti, sottocapo radiotelegrafista,
deceduto
Italo Contardi, marinaio fuochista, disperso
Antonio Conte, marinaio, disperso
Francesco Conte, sottocapo cannoniere,
deceduto
Saverio Conte, marinaio, disperso
Pasquale Contessi, sottocapo, disperso
Pietro Corba Colombo, marinaio S. D. T.,
disperso
Ianello Corradano, marinaio fuochista,
disperso
Francesco Corradino, marinaio cannoniere,
disperso
Salvatore Corrao, secondo capo segnalatore,
deceduto
Vincenzo Corsale, marinaio cannoniere,
disperso
Dante Cosini, marinaio, disperso
Ferruccio Cosoli, sottotenente CREM, deceduto
Luigi Cossu, marinaio meccanico, disperso
Mario Costantini, marinaio cannoniere,
disperso
Francesco Costantino, marinaio silurista,
disperso
Carlo Crippa, marinaio, disperso
Leo Crotti, sergente cannoniere, disperso
Salvatore Cuccurullo, marinaio fuochista,
disperso
Giovanni Cudignoto, marinaio fuochista,
disperso
Amedeo Cuneo, secondo capo cannoniere,
disperso
Pietro Curci, marinaio fuochista, disperso
Paolo Curreri, sottocapo cannoniere, disperso
Alfonso D’Adamo, marinaio, disperso
Oronzo D’Andrea, marinaio, disperso
Mario D’Andrea, marinaio cannoniere, disperso
Saverio D’Angelo, capo cannoniere di seconda
classe, disperso
Donato D’Annunzio, sottocapo meccanico,
disperso
Raffaele D’Auria, marinaio, disperso
Raffaele D’Urso, secondo capo cannoniere,
disperso
Bruno Dalla Pasqua, marinaio cannoniere,
disperso
Ferdinando Dazzi, marinaio elettricista,
disperso
Luigi De Bellis, marinaio, disperso
Paolo De Cicco, marinaio, disperso
Alberto De Crescenzo, marinaio segnalatore,
disperso
Mario De Gortes, marinaio, disperso
Lucio De Luca, marinaio fuochista, deceduto
Raffaele De Luca, marinaio, disperso
Velio De Marco, sottocapo S. D. T., disperso
Giovanni De Renzo, marinaio fuochista,
disperso
Luigi De Rosa, marinaio, disperso
Salvatore De Salvo, marinaio cannoniere,
deceduto
Nicola Del Core, secondo capo meccanico, disperso
Alfredo Del Giudice, capo elettricista di
prima classe, deceduto
Pietro Delfino, sottocapo cannoniere, disperso
Costantino Della Penna, marinaio meccanico,
disperso
Dencio Denci, marinaio fuochista, disperso
Antonino Di Bella, marinaio, disperso
Michele Di Costanzo, marinaio, disperso
Sergio Di Gioia, marinaio cannoniere, deceduto
Alberto Di Martino, secondo capo
radiotelegrafista, deceduto
Giuseppe Di Martino, secondo capo cannoniere,
disperso
Nicola Diletto, marinaio cannoniere, disperso
Casimiro Dimini, marinaio, disperso
Riccardo Em. Dobressi, marinaio fuochista,
disperso
Otello Dobrilla, marinaio, disperso
Vincenzo Dolente, marinaio, disperso
Mario Donadu, marinaio cannoniere, disperso
Emilio Droghetto, marinaio, disperso
Antonio Duccilli, marinaio, disperso
Dante Dugoni, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio Duina, marinaio fuochista, disperso
Bruno Falcier, marinaio, disperso
Pietrino Fanari, sottocapo silurista, disperso
Salvatore Farina, marinaio, disperso
Luigi Farris, secondo capo cannoniere,
disperso
Luigi Fassi, secondo capo cannoniere, disperso
Milvio Favilla, marinaio fuochista, disperso
Oneglio Fava, sottocapo radiotelegrafista,
disperso
Santo Fazio, marinaio fuochista, disperso
Antonio Ferlicchia, sottocapo cannoniere,
disperso
Alberto Ferrara, secondo capo meccanico,
deceduto
Domenico Ferrara, marinaio, disperso
Primo Ferraresso, marinaio cannoniere,
disperso
Aldo Ferrari, secondo capo nocchiere, disperso
Artemio Ferrari, sergente radiotelegrafista,
disperso
Antonio Ferrario, marinaio, disperso
Raffaele Ferraro, marinaio, disperso
Gino Ferro, marinaio elettricista, disperso
Bruno Fighera, sergente elettricista, disperso
Galdino Fiora, marinaio, disperso
Salvatore Fiorenza, marinaio fuochista,
disperso
Pietro Fioroni, capo radiotelegrafista di
terza classe, deceduto
Antonio Formicola, sottocapo meccanico,
disperso
Giuseppe Fotanelli, marinaio cannoniere,
disperso
Nicola Franco, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Frasso, capo radiotelegrafista di
prima classe, disperso
Vincenzo Frate, marinaio, disperso
Guglielmo Fumagalli, sottocapo cannoniere,
disperso
Francesco Gagliardi, marinaio, disperso
Giulio Gagliardi, marinaio, disperso
Giuseppe Galliazzo, secondo capo cannoniere,
disperso
Antonio Gallo, marinaio, deceduto
Vito Gargasole, marinaio, disperso
Giuseppe Gargiulo, sottocapo cannoniere,
disperso
Luigi Gargiulo, marinaio fuochista, deceduto
Francesco Garofalo, marinaio, deceduto
Pietro Gasparini, marinaio, disperso
Danilo Gasperini, secondo capo cannoniere,
deceduto
Giovanni Gasperini, marinaio, disperso
Domenico Gatto, marinaio, deceduto
Mario Gattoni, marinaio, disperso
Ciro Gaudino, marinaio, disperso
Carlo Gelada, marinaio, disperso
Mauro Genestreti, marinaio fuochista, disperso
Mario Gentini, marinaio S. D. T., disperso
Giobatta Gerometta, sottocapo cannoniere,
deceduto
Guglielmo Gheduzzi, capo cannoniere di seconda
classe, disperso
Giorgio Gherm, marinaio fuochista, disperso
Walter Ghetti, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Ghigino, marinaio, disperso
Alfredo Ghiselli, capitano di fregata,
deceduto
Dante Giacobbe, marinaio furiere, deceduto
Salvatore Giacone, sottocapo elettricista,
disperso
Francesco Giampaglia, marinaio, disperso
Vittorio Gianella, secondo capo cannoniere,
disperso
Mario Giardino, capo furiere di terza classe,
disperso
Luciano Gifra, marinaio meccanico, disperso
Cesare Gigante, marinaio, disperso
Armando Giglio, marinaio, disperso
Filippo Gionta, secondo capo segnalatore,
disperso
Carlo Giordano, capitano di fregata, disperso
Ernesto Giudici, marinaio cannoniere, deceduto
Gino Glorio, marinaio meccanico, disperso
Giuseppe Govoni, sottocapo elettricista,
disperso
Eros Grandi, sottocapo torpediniere, disperso
Giovanni Graniglia, marinaio fuochista,
disperso
Battista Grasso, marinaio, disperso
Giuseppe Gregori, secondo capo furiere,
disperso
Bruno Grifoni, secondo capo meccanico,
disperso
Luigi Grillo, marinaio, disperso
Domenico Grosso, marinaio, disperso
Pietro Grosso, marinaio, deceduto
Mauro Guala, secondo capo infermiere, deceduto
Vincenzo Guarino, marinaio, disperso
Gaetano Guarracino, marinaio cannoniere,
disperso
Rosario Guglielmo, marinaio, disperso
Antonio Guida, marinaio infermiere, disperso
Gennaro Iacovelli, marinaio cannoniere,
disperso
Giuseppe Ida, secondo capo furiere, disperso
Bruno Ievscek, sottocapo cannoniere, disperso
Domenico Illiano, marinaio, disperso
Pasquale Intini, sottocapo elettricista,
disperso
Luigi Isera, secondo capo meccanico, disperso
Carlo Kaladich, capo carpentiere di seconda
classe, disperso
Giovanni Kobec, marinaio fuochista, disperso
Antonio Labate, marinaio cannoniere, deceduto
Andrea Lanfredi, marinaio, deceduto
Mariano Lanza, secondo capo cannoniere,
disperso
Luigi Latino, sottocapo furiere, deceduto
Vito Lattanzi, marinaio, disperso
Leo Lazzaretto, sottocapo cannoniere, disperso
Amedeo Lena, marinaio, disperso
Corrado Leonardi, marinaio cannoniere,
deceduto
Mario Leone, marinaio meccanico, disperso
Luigi Liberti, capitano di corvetta, disperso
Antonio Lo Turco, sottocapo cannoniere,
disperso
Pierluigi Longhena, aspirante (Genio Navale),
disperso
Fiorindo Longo, sottocapo fuochista, disperso
Pantaleo Losapia, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Lucchini, secondo capo furiere,
disperso
Osvaldo Lucianetti, marinaio musicante,
disperso
Luciano Luciani, marinaio fuochista, disperso
Mario Lumini, sottocapo cannoniere, disperso
Aristide Luppi, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Luppino, marinaio cannoniere,
deceduto
Mario Magini, marinaio meccanico, disperso
Pietro Magnone, secondo capo elettricista,
disperso
Giuseppe Malara, sergente segnalatore,
disperso
Sebastiano Mallin, sottocapo segnalatore,
disperso
Romano Malusà, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Manca, marinaio, deceduto
Luciano Mancini, marinaio musicante, deceduto
Giuseppe Mantelli, capo cannoniere di terza
classe, disperso
Italo Mantovan, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Mantovani, marinaio fuochista,
disperso
Rinaldo Marchiani, secondo capo meccanico,
disperso
Luigi Marcolli, marinaio fuochista, disperso
Bruno Marconi, marinaio nocchiere, disperso
Franco Marinelli, marinaio, disperso
Nazzareno Marinelli, sottocapo torpediniere,
disperso
Santo Marletta, marinaio fuochista, disperso
Enrico Martarelli, marinaio cannoniere,
disperso
Antonio Martinci, marinaio, disperso
Giovanni Martungelli, marinaio, disperso
Mario Maruccia, marinaio, deceduto
Giorgio Masiero, marinaio fuochista, disperso
Renato Masini, marinaio, disperso
Edmondo Adelfio Massucci, sottocapo
carpentiere, disperso
Elio Mazzucco, marinaio, disperso
Mario Mazzucco, sergente elettricista,
disperso
Lino Menegon, sottocapo meccanico, disperso
Anselmo Menghelli, marinaio cannoniere,
deceduto
Giuseppe Mennella, sottocapo cannoniere,
disperso
Agostino Mercanti, sottocapo segnalatore,
disperso
Giovanni Mero, marinaio cannoniere, deceduto
Andrea Messina, marinaio, deceduto
Giuseppe Micozzi, marinaio, deceduto
Giuseppe Milani, sottocapo fuochista, disperso
Giuseppe Mineo, marinaio, disperso
Lorenzo Mirabito, marinaio, disperso
Carlo Moiraghi, marinaio cannoniere, disperso
Marco Molini, marinaio cannoniere, disperso
Aristide Montrasio, marinaio fuochista,
disperso
Urbano Moreschi, secondo capo cannoniere,
deceduto
Armando Morresi, marinaio, deceduto
Attilio Moscardelli, marinaio, disperso
Rodolfo Mosco, marinaio motorista, disperso
Mario Motta, sottocapo palombaro, disperso
Pasquale My, sottocapo furiere, disperso
Bernardo Nembrini, marinaio, disperso
Salvatore Nicotra, marinaio, disperso
Armando Nizzi, capo meccanico di terza classe,
disperso
Donato Norcia, sottocapo cannoniere, disperso
Mario Notari, marinaio cannoniere, disperso
Andrea Notarpietro, sottocapo cannoniere,
disperso
Cristofaro Noviello, marinaio meccanico,
disperso
Alberto Oblato, marinaio fuochista, disperso
Oreste Occhipinti, marinaio elettricista,
disperso
Salvatore Occhipinti, sottocapo infermiere,
deceduto
Nicola Oliva, secondo capo cannoniere,
disperso
Giuseppe Opisso, marinaio, disperso
Duilio Origo, marinaio cannoniere, disperso
Lorenzo Orlando, capitano del Genio Navale,
deceduto
Salvatore Orlando, marinaio, disperso
Alfonso Ottena, marinaio, disperso
Tommaso Pacaccio, marinaio, disperso
Aldo Pacetti, marinaio, disperso
Primo Padoan, marinaio, disperso
Angelo Padovan, secondo capo furiere, disperso
Mattia Pagani, sottocapo fuochista, disperso
Vito Palatella, sergente segnalatore, disperso
Elio Palombo, motorista, disperso
Umberto Palumbo, marinaio, deceduto
Antonio Panigutti, secondo capo cannoniere,
disperso
Pietro Antonio Pantaleo, sottocapo cannoniere,
disperso
Saverio Paparella, marinaio furiere, deceduto
Vittorio Parascandolo, capo cannoniere di
seconda classe, deceduto
Antonio Paratore, sottocapo furiere, deceduto
Mario Paravan, marinaio fuochista, disperso
Paolo Carlo Parenti, marinaio cannoniere,
deceduto
Nicola Parodo, sottocapo nocchiere, disperso
Ivo Pasquini, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Pasquino, marinaio torpediniere,
deceduto
Antonio Pastore, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Paternò, secondo capo cannoniere,
disperso
Rodolfo Pecci, marinaio, deceduto
Giuseppe Pedonese, sottocapo meccanico,
disperso
Luciano Peirani, marinaio, deceduto
Mario Pellegrino, marinaio, disperso
Felice Pellerano, capo furiere di terza
classe, disperso
Michele Peluso, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio Penzo, marinaio, disperso
Ottorino Peroni, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Perrone, marinaio, disperso
Lorenzo Perrone, marinaio silurista, disperso
Ubaldo Perrone, marinaio meccanico, disperso
Giovanni Pescarmona, tenente del Genio Navale,
disperso
Agostino Petrachi, sottocapo cannoniere,
disperso
Renzo Pettinelli, sottocapo elettricista,
disperso
Federico Umberto Piapan, marinaio fuochista,
disperso
Amedeo Piersanti, marinaio fuochista, deceduto
Diego Pignatelli, marinaio musicante, disperso
Guido Piloni, marinaio fuochista, disperso
Pino Pini, marinaio, disperso
Nicolò Pisani, secondo capo cannoniere,
disperso
Giovanni Pisanù, secondo capo nocchiere,
disperso
Francesco Pischedda, marinaio furiere,
disperso
Francesco Pistorio, sottocapo fuochista,
disperso
Cosimo Pizzi, marinaio cannoniere, disperso
Natale Poggi, marinaio elettricista, disperso
Francesco Pollio, sottocapo, disperso
Lino Pontuti, secondo capo meccanico, deceduto
Angelo Poretti, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Portincasa, sottocapo
radiotelegrafista, disperso
Raffaele Portunato, marinaio, disperso
Ernesto Pozzi, sottocapo elettricista,
disperso
Adolfo Pratesi, tenente di vascello, disperso
Renzo Prevignano, capo meccanico di terza
classe, disperso
Aldo Protano, sottocapo cannoniere, disperso
Temistocle Provenza, marinaio cannoniere,
disperso
Fiore Prudenzano, marinaio fuochista, disperso
Francesco Pugliese, capo cannoniere di terza
classe, deceduto
Salvatore Pugliese, marinaio cannoniere,
disperso
Guerrino Pulese, marinaio, disperso
Aureliano Puzzer, marinaio fuochista, disperso
Alessandro Quarta, sottocapo infermiere,
disperso
Mario Quinto, sottotenente di vascello,
disperso
Antonino Raffa, marinaio cannoniere, disperso
Alberto Ragusa, marinaio furiere, disperso
Raimoldi Gaetano, marinaio torpediniere, disperso
Guido Raimondi, marinaio fuochista, deceduto
Giacomo Rando, marinaio, disperso
Giovanni Ranni, secondo capo furiere, disperso
Valentino Rao, secondo capo cannoniere,
deceduto
Oscar Rappi, sottocapo elettricista, disperso
Pietro Redaelli, secondo capo cannoniere,
disperso
Angelo Regorda, sottocapo meccanico, disperso
Antonio Reho, marinaio, disperso
Innocenzo Renna, marinaio, disperso
Giovanni Renzi, marinaio, disperso
Erminio Reppi, sottocapo elettricista,
disperso
Abramo Resmini, marinaio, disperso
Wilson Ricci, sottocapo cannoniere, deceduto
Francesco Ricciardi Rizzo, marinaio, disperso
Salvatore Ricciato, marinaio, disperso
Pietro Ricciuti, marinaio cannoniere, deceduto
Gino Riparbelli, secondo capo meccanico,
disperso
Pietro Rizzo, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Roberto, sottocapo cannoniere,
disperso
Lino Robuschi, marinaio, disperso
Giorgio Rodocanacchi, capitano di vascello
(comandante), deceduto
Giovanni Rogante, marinaio cannoniere,
disperso
Ottorino Romagnani, sottocapo fuochista,
disperso
Rinaldo Romani, secondo capo elettricista,
disperso
Francesco Romano, marinaio, disperso
Rosario Romano, marinaio, disperso
Giovanni Romele, sottocapo cannoniere,
disperso
Michele Romita, marinaio, disperso
Giuseppe Romiti, secondo capo radiotelegrafista,
disperso
Silvio Roncoroni, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Rota, marinaio fuochista, disperso
Francesco Russo, marinaio carpentiere,
deceduto
Ferruccio Sabaini, marinaio cannoniere,
disperso
Duilio Sabatini, marinaio silurista, disperso
Mario Sai, marinaio S. D. T., disperso
Luigi Samogia, maggiore del Genio Navale,
disperso
Carlo Sandali, marinaio, disperso
Guasco Sandrini, marinaio, disperso
Paolo Sandrini, marinaio, deceduto
Raffaele Sarti, secondo capo
radiotelegrafista, disperso
Melchisedek Savastano, capo meccanico di terza
classe, disperso
Rodolfo Sbrojavacca, sergente segnalatore,
disperso
Santino Scaltritti, marinaio fuochista,
disperso
Carlo Scandella, secondo capo cannoniere,
disperso
Pietro Scanu, marinaio fuochista, disperso
Mario Scarpello, marinaio elettricista,
disperso
Salvatore Scelfo, sergente segnalatore,
disperso
Domenico Sclippa, sottocapo cannoniere,
disperso
Alberto Scodellini, guardiamarina, disperso
Luigi Scotti, secondo capo cannoniere,
disperso
Agatino Scuderi, marinaio furiere, disperso
Francesco Secco, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Segotta, marinaio nocchiere, disperso
Alessandro Serra, marinaio, disperso
Vincenzo Siena, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Silov, sottocapo furiere, disperso
Giovanni Silva, sottocapo cannoniere, disperso
Angelo Siri, marinaio, disperso
Mauro Soldani, marinaio cannoniere, disperso
Angiolino Soliani, marinaio fuochista,
disperso
Raffaele Sollazzi, marinaio, disperso
Cesare Sotgiu, secondo capo cannoniere,
disperso
Giulio Spada, capo meccanico di terza classe,
disperso
Carmelo Spadaro Dutturi, sergente cannoniere,
disperso
Aurelio Spalato, sottocapo segnalatore,
disperso
Agostino Staccoli Castracane, aspirante
guardiamarina, deceduto
Paolo Staffa, tenente CREM, disperso
Giulio Staiano, capitano CREM, disperso
Raffaele Sterlacchini, marinaio fuochista,
disperso
Franco Storelli, tenente del Genio Navale,
disperso
Pietro Strazzullo, marinaio fuochista,
disperso
Giuseppe Sturaci, marinaio fuochista, disperso
Luigi Taccagni, marinaio, disperso
Salvatore Tamburrino, sottocapo cannoniere,
disperso
Cataldo Tanese, sottocapo meccanico, disperso
Nello Tassinari, sottocapo cannoniere,
deceduto
Manlio Taveri, secondo capo radiotelegrafista,
disperso
Giovanni Terrone, sottocapo cannoniere,
disperso
Tiburzio Ezzelino, sottocapo meccanico,
disperso
Antonio Tollin, marinaio cannoniere, disperso
Gaetano Tomarelli, secondo capo meccanico,
disperso
Idro Tomellini, capo S. D. T. di terza classe,
disperso
Angelo Tonelli, capo elettricista di seconda
classe, disperso
Angelo Tonoli, sottocapo fuochista, disperso
Walter Tori, sottocapo meccanico, disperso
Antonino Toscano, ammiraglio di divisione
(comandante della IV Divisione Navale), disperso
Pietro Tracco, marinaio cannoniere, disperso
Sergio Traversa, marinaio elettricista,
disperso
Franco Traverso, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Trevisi, sottocapo meccanico, disperso
Giovanni Giulio Tricotti, sottocapo furiere,
disperso
Guglielmo Tromanesi, sottocapo fuochista,
disperso
Giovanni Valdetaro, marinaio fuochista,
disperso
Ilio Valentic, marinaio fuochista, disperso
Arrigo Valli, marinaio fuochista, disperso
Rolando Vanni, sergente musicante, disperso
Alberto Vannini, marinaio segnalatore,
deceduto
Arturo Vanzini, marinaio fuochista, disperso
Raffaele Varricchio, marinaio nocchiere,
disperso
Ferdinando Vecchio, marinaio
radiotelegrafista, deceduto
Antonio Vella, marinaio, disperso
Mario Vendemini, marinaio fuochista, disperso
Gaetano Veneziani, sottocapo torpediniere,
disperso
Sebastiano Venneri, sottocapo cannoniere,
disperso
Michelino Verdura, capo silurista di prima
classe, disperso
Italo Verunelli, sottotenente del Genio
Navale, disperso
Giovanni Vianello, marinaio, disperso
Luigi Vicario, marinaio fuochista, disperso
Rodolfo Villasevaglios, tenente di vascello
(Capitaneria di Porto), disperso
Angelo Viola, marinaio fuochista, disperso
Raffaele Visone, marinaio fuochista, disperso
Luigi Vitiello, secondo capo furiere, deceduto
Domenico Viviani, guardiamarina, disperso
Pasquale Vollero, marinaio cannoniere,
disperso
Bruno Voltancoli, secondo capo cannoniere,
deceduto
Giovanni Zanin, marinaio fuochista, disperso
Domenico Zennaro, marinaio furiere, disperso
Francesco Zito, marinaio cannoniere, disperso
Michele Zito, sergente meccanico, disperso
Alessandro Zufellato, sottocapo cannoniere,
disperso
 |
La Croce al Merito di Guerra
conferita alla memoria del sottocapo meccanico Angelo Regorda, disperso sul Da Barbiano (per g.c. del nipote Angelo
Regorda)
|
Atto di morte del secondo capo segnalatore Salvatore Corrao del Da Barbiano, recuperato dal mare e sepolto a Trapani (g.c. Michele Strazzeri)