mercoledì 17 dicembre 2014

MAS 501


Il MAS 501 (da www.navyworld.ru)

Varato l’8 luglio 1936 nel cantiere Picchiotti di Limite d’Arno ed entrato in servizio il 2 gennaio 1937, il MAS 501 era la prima unità – il “prototipo” – della classe MAS 501 (ossia tipo 500 Velocissimo, prima serie) di Motoscafi Armati Siluranti del numeroso tipo «500». Lungo 17 metri e largo 4,7 con un pescaggio di 1,25-1,3 m, il MAS 501 dislocava 20,7 tonnellate ed era armato con due tubi lanciasiluri da 450 mm e due mitragliere da 13,2 mm. Due motori principali Isotta Fraschini «Asso 1000» da 2000 HP e due ausiliari da 80 HP, insieme ad una carena idroplana ad un gradino (lo scafo era in legno), permettevano una velocità di 42 nodi, con un’autonomia di 400 miglia a tale velocità. L’equipaggio era composto da undici uomini. Le unità del tipo diedero eccezionali prestazioni di velocità, ma si rivelarono inadatte ad operare in condizioni di mare sfavorevoli.
All’ingresso in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, il MAS 501 era dislocato a La Maddalena, formando la IV Squadriglia MAS insieme ai gemelli MAS 502, 503 e 504. Nel 1943 tale Squadriglia sarebbe stata ridenominata V Flottiglia MAS.
L’attività in guerra del MAS 501 fu priva di eventi di rilievo.

Il 10 aprile 1943 il MAS 501 si trovava ai lavori, insieme al gemello 503, nell’arsenale della Maddalena, quando alle 14.45 una formazione di 84 bombardieri Boeing B-17 “Flying Fortress” della 9th, 12th e 15th USAAF, decollati da basi algerine, comparve nei cieli della base. Volando a 5700 metri di quota, i bombardieri si divisero in tre gruppi aventi ciascuno il proprio obiettivo: 24 attaccarono l’incrociatore pesante Trieste (che venne affondato), 36 l’incrociatore pesante Gorizia (che fu danneggiato gravemente) ed altri 24, del 301st Group del 32nd Bomb Squadron (9th USAAF), sganciarono il loro carico – cinque bombe di quasi 500 kg ciascuna su ogni aereo – sulla base stessa, sede del VII Gruppo Sommergibili.
I risultati del bombardamento furono devastanti: le bombe demolirono la centrale elettrica, l’officina sommergibili, l’officina siluri, l’officina artiglieria, l’officina autoreparto, parte dell’officina falegnameria, il locale argano, lo scalo d’alaggio, l’ufficio spedizioni, l’ufficio ragioneria e parecchie banchine; vennero pesantemente danneggiati anche gli alloggi ufficiali e sottufficiali, la caserma del locale distaccamento, la casermetta dei MAS, la caserma dei carabinieri ed il magazzino dei fari; la caserma degli equipaggi dei sommergibili fu resa inabitabile al pari di alloggio ed ufficio del capo del VII Grupsom. L’energia elettrica venne a mancare, così come gran parte delle comunicazioni telefoniche e telegrafiche. Furono distrutti due idrovolanti della III Divisione Navale (quella composta da Trieste e Gorizia), sei imbarcazioni, cinque bettoline e tutti gli automezzi in riparazione, ed affondati i motovelieri V 266 Eliana, O 88 Maria Pia e V 143 Carmen Adele della vigilanza foranea insieme a cinque bettoline. I morti furono una ventina ed i feriti una settantina, escludendo quelli su Trieste (77 vittime e 75 feriti gravi) e Gorizia (63 morti e 97 feriti).
Nel corso del bombardamento, anche il MAS 501 fu colpito e distrutto dove si trovava; stessa sorte ebbe il MAS 503.


lunedì 15 dicembre 2014

Città di Tripoli

Il Città di Tripoli con la livrea della Tirrenia (g.c. Rosario Sessa via www.naviearmatori.net)

Piroscafo passeggeri da 2933 tsl e 1586 tsn, lungo 96,3 metri e largo 12,5, pescaggio 6,4 m, velocità 13,5 nodi. Appartenente alla società Tirrenia, matricola 392 al Compartimento Marittimo di Napoli.

Breve e parziale cronologia.

21 aprile 1915
Varato nei Cantieri Navali Riuniti di Ancona (numero di cantiere 62).
24 maggio 1915
All’atto dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale la flotta austroungarica, uscita dalle proprie basi nella notte precedente, lancia un attacco a sorpresa contro le coste italiane, bombardando diverse città della costa adriatica. Le moderne corazzate Viribus Unitis, Prinz Eugen e Tegetthoff, insieme al cacciatorpediniere Velebit ed alla torpediniera TB 65T, bombardano Ancona, causando danni in tutta la città e vittime (68 morti e circa 150 feriti), e colpendo anche i cantieri navali. Il Città di Tripoli, che vi si trova in allestimento, subisce danni al fumaiolo, alla plancia ed alla sala musica per totali 100.000 lire.
1915
Completato per la Società di Navigazione Sicilia, con sede a Palermo. Stazza lorda originaria 3044 tsl, netta 1591 tsn.
Durante la prima guerra mondiale sarà impiegato come trasporto truppe (secondo altre fonti, come incrociatore ausiliario, ma si tratta probabilmente di un errore dovuto a confusione con il gemello Città di Bengasi che fu effettivamente utilizzato come incrociatore ausiliario).
1916
È comandante del Città di Tripoli il capitano di lungo corso Manfredi Pirandello.
1° maggio 1917
Salpa da Napoli scortato dalla torpediniera d’alto mare Orsa, per trasportare in Palestina il Distaccamento Italiano di Palestina al comando del capitano Angelo Scalfi.
6 maggio 1917
Parte da Napoli con a bordo 6 ufficiali, 2 attendenti e 100 carabinieri che dovranno costituire il primo nucleo del costituendo corpo di spedizione italiano nel Sinai, in corso di formazione a seguito della richiesta, da parte britannica, dell’invio di un reparto italiano in quel territorio.
10 maggio 1917
Il Città di Tripoli arriva a Tripoli, dove il 13 maggio si uniscono ai 108 uomini già presenti altri 346 tra ufficiali e bersaglieri, al comando del maggiore Francesco D’Agostino, con 6 cavalli, 40 muli ed una ridotta quantità di provviste, munizioni ed attrezzature da campo e 870.000 cartucce.
19 maggio 1917
Sbarca in Egitto i 454 uomini del corpo di spedizione, che proseguiranno poi via terra verso il Sinai.
17 settembre 1919
Parte da Malta con 33 ex prigionieri austroungarici da rimpatriare.
1921
Inaugura il nuovo scalo di Civitavecchia, servito dalla linea n. 6 della Società di Navigazione Sicilia.
13 dicembre 1923
Lascia Tripoli con a bordo 23 ufficiali e 374 camicie nere della 176a Legione “sarda”, diretto a Bengasi insieme al piroscafo Yosto, che trasporta 365 uomini. Tali truppe sono in trasferimento per le operazioni per la riconquista della Libia, in gran parte in mano ai ribelli senussiti. Città di Tripoli e Yosto sbarcano le truppe a Bengasi tra il 19 ed il 20 dicembre.
1926
Acquistato dalla Compagnia Italiana Transatlantica (CITRA).
Anni ’20
Impiegato sulle linee per la Sardegna e per l’Africa Settentrionale.
21 febbraio 1930
Soccorre l’importante architetto Florestano Di Fausto e l’equipaggio del suo aereo, precipitato dodici ore prima nel Tirreno settentrionale. Di Fausto dedicherà il volume illustrante la sua opera, pubblicato a Ginevra nel 1932, al comandante ed all’equipaggio del Città di Tripoli.
1932
A seguito della fusione della CITRA con la compagnia di navigazione Florio nella Tirrenia Flotte Riunite Florio-CITRA, il Città di Tripoli passa alla nuova compagnia.
1936
La Tirrenia Flotte Riunite diventa Società Anonima di Navigazione Tirrenia, con sede a Napoli.
1938
Trasporta a Carbonia i ragazzi dell’Accademia di Scherma, diretti in Sardegna per una gita organizzata da Luigi Socini Guelfi, il più giovane podestà d’Italia.
5 maggio 1938
Presenzia, insieme ad altri mercantili, alla rivista navale «H» organizzata nel Golfo di Napoli in occasione della visita in Italia di Adolf Hitler.
22 dicembre 1940
Requisito a Napoli dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato. Sarà impiegato principalmente come trasporto truppe in Mar Egeo.
26 gennaio 1941
Parte da Bari alle 21 in convoglio con il piroscafo Argentina e le motonavi Verdi e Donizetti. Le navi, scortate dalla torpediniera Castelfidardo e dall’incrociatore ausiliario Città di Genova, trasportano il primo scaglione della Divisione Fanteria «Cagliari», con 2634 uomini e 1162 tonnellate di materiali.
27 gennaio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 9.15. Alle 20.40 Città di Tripoli, Argentina e Verdi ripartono scarichi scortati dalla Castelfidardo.
28 gennaio 1941
Il convoglio giunge a Bari alle 9.30.
30 gennaio 1941
Parte da Bari a mezzanotte in convoglio con la motonave Donizetti ed i piroscafi Titania e Caterina, scortati dalla torpediniera Giacomo Medici e dall’incrociatore ausiliario Barletta. Il carico del convoglio assomma a 688 quadrupedi e 128 tonnellate di foraggio e materiali, oltre a 1506 militari.
31 gennaio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 14.
6 febbraio 1941
Parte alle 2.45 da Durazzo insieme alle motonave Città di Bastia ed al piroscafo Rosandra, scarichi, e con la scorta della torpediniera Calatafimi. Il convoglio arriva a Bari alle 15.40.
12 febbraio 1941
Lascia scarico Durazzo alle 3.30 insieme alle motonavi Rossini e Città di Savona, con la scorta della Medici, giungendo a Bari alle 18.30.
16 febbraio 1941
Salpa da Bari alle due di notte in convoglio con le motonavi Città di Savona, Città di Bastia e Puccini. Le navi trasportano complessivamente 2957 uomini e 392 tonnellate di materiali e, scortate dalla Castelfidardo e dall’incrociatore ausiliario Brioni, arrivano a Durazzo alle 16.
17 febbraio 1941
Lascia scarico Durazzo alle 15, venendo poi raggiunto dall’incrociatore ausiliario Capitano A. Cecchi, che ne assume la scorta.
18 febbraio 1941
Città di Tripoli e Capitano Cecchi arrivano a Bari all’una di notte.
20 febbraio 1941
Salpa da Bari alle 18.40 insieme alle motonavi Città di Bastia e Puccini ed al piroscafo Goffredo Mameli, con la scorta di Medici e Brioni.
21 febbraio 1941
Il convoglio, che trasporta 1965 uomini, 4181 tonnellate di viveri e 108 di altri rifornimenti, arriva a Durazzo alle 10.10.
24 febbraio 1941
Lascia Bari e raggiunge Durazzo in convoglio con il piroscafo Italia e la motonave Puccini (le navi trasportano in tutto 2450 uomini e 371 tonnellate di materiali), scortati dal Capitano Cecchi e dalla torpediniera Curtatone.
12 marzo 1941
Il Città di Tripoli, il piroscafo Titania e le motonavi Barbarigo e Città di Bastia lasciano Bari trasportando in tutto 1395 uomini, 644 quadrupedi, 123 automezzi e 943 tonnellate di rifornimenti, giungendo a Durazzo con la scorta del Capitano Cecchi e della torpediniera Solferino.
13 marzo 1941
Città di Tripoli e Città di Bastia, dopo aver imbarcato 497 feriti, salpano da Durazzo alle 5.30 in convoglio con i piroscafi scarichi Maria e Bolsena, scortati dalla torpediniera Solferino. Il convoglio giunge a Bari alle 19.30.
16 marzo 1941
Lascia Bari a mezzanotte insieme alle motonavi Città di Agrigento, Città di Bastia e Verdi, scortate dal Capitano Cecchi e dalla torpediniera Generale Marcello Prestinari. Il convoglio, che trasporta 2909 uomini e 172 tonnellate di materiali, giunge a Durazzo alle 16.25.
19 marzo 1941
Città di Tripoli, Città di Bastia, Donizetti ed un’altra motonave, la Narenta, lasciano Bari alle 23 con a bordo il primo scaglione della Divisione Fanteria «Firenze» (1986 uomini e 612 tonnellate tra materiali della Divisione ed altri rifornimenti), scortate dalla Castelfidardo.
20 marzo 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 15.15.
21 marzo 1941
La Città di Tripoli, dopo aver imbarcato 231 feriti leggeri, riparte da Durazzo alle 7, in convoglio con la Città di Bastia ed il piroscafo Tagliamento, nonché la Castelfidardo di scorta. Le navi arrivano a Bari alle 21.30.
27 marzo 1941
Alle 19 Città di Tripoli, Città di Savona, Donizetti ed un’altra motonave, la Città di Trapani, partono da Bari con 2717 militari e 380 tonnellate di rifornimenti, scortate dalla Medici e dall’incrociatore ausiliario Brindisi.
28 marzo 1941
Il convoglio giunge a Durazzo alle 9. Il Città di Tripoli riparte il giorno stesso alle 20, dopo aver imbarcato 195 feriti leggeri, in convoglio con i piroscafi scarichi Zena, Istria e Triton Maris.
29 marzo 1941
Arriva a Bari alle 11.45.
2 aprile 1941
A mezzanotte il Città di Tripoli, insieme alle motonavi Città di Savona, Città di Alessandria e Donizetti, lascia Bari con la scorta della Solferino e dell’incrociatore ausiliario Barletta. Il convoglio, che trasporta 2744 militari e 392 tonnellate di materiali, arriva a Durazzo alle 13.30.
7 aprile 1941
Il Città di Tripoli e le motonavi Città di Alessandria e Donizetti partono da Bari a mezzanotte, con a bordo 2305 uomini e 263 tonnellate di materiali, scortati da Capitano Cecchi e Prestinari. Le navi arrivano a Durazzo alle 16.30.
21 aprile 1941
Alle 20.50 il Città di Tripoli ed i piroscafi Quirinale, Istria e Bolsena, aventi a bordo in tutto 1834 militari e 280 tonnellate di benzina, partono da Bari scortati dalla Castelfidardo e dall’incrociatore ausiliario Brindisi.
22 aprile 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 11.30.
30 aprile 1941
Parte da Bari alle 21 insieme alla motonave Donizetti ed al piroscafo Laura C. e con la scorta dell’incrociatore ausiliario Brindisi e della torpediniera Giacomo Medici.
2 maggio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 11.30 con 733 militari e 2100 tonnellate di rifornimenti.
3 maggio 1941
Lascia Durazzo insieme alla Donizetti e scortato dalla Solferino, alle 23. I due mercantili hanno a bordo 400 militari italiani che rimpatriano, 700 prigionieri serbi ed un carico di materiali.
4 maggio 1941
Il convoglio arriva a Bari alle 11.30.
5 maggio 1941
Alle 20 Città di Tripoli, Città di Marsala, Maria e Donizetti salpano da Bari con a bordo 400 militari ed un carico di materiali, scortati dalla Solferino.
6 maggio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo alle 9.15.
7 maggio 1941
Città di Tripoli, Città di Marsala, Donizetti ed il piroscafo Monrosa, aventi a bordo 1910 militari rimpatrianti e dei materiali, ripartono da Durazzo alle tre di notte scortati dalla Solferino e dall’incrociatore ausiliario Zara, arrivando a Bari alle 17.
1° giugno 1941
Trasporta da Brindisi a Valona, insieme al piroscafo Argentina ed alla motonave Viminale, 430 uomini ed un carico di vestiario ed altri materiali. La scorta è fornita dalla torpediniera Prestinari.
4 giugno 1941
Città di Tripoli, Argentina e Viminale rientrano da Valona a Bari, scortati dalla Prestinari e dall’incrociatore ausiliario Brindisi, trasportando 3130 militari rimpatrianti oltre a materiali.
6 giugno 1941
Parte da Bari scortato dal Brindisi, trasportando truppe e rifornimenti. A Brindisi si aggregano al convoglio anche i trasporti truppe Francesco Crispi e Galilea e la Prestinari; tutte le unità giungono poi a Valona.
11 giugno 1941
Il Città di Tripoli, la motonave Rossini ed i piroscafi Milano e Quirinale lasciano Bari carichi di truppe e rifornimenti, giungendo a Durazzo scortati dalla Solferino.
20 giugno 1941
Rientra da Durazzo a Brindisi trasportando, insieme alla Città di Marsala ed al piroscafo Rosandra, personale del Regio Esercito, 1409 operai rimpatrianti e materiali. La scorta è fornita dalla Solferino e dall’incrociatore ausiliario Brioni.
7 giugno 1941
Lascia Valona insieme ai piroscafi Francesco Crispi e Galilea, scortati dalla torpediniera Medici e dall’incrociatore ausiliario Zara. Quest’ultimo si ferma poi a Brindisi, mentre le altre navi proseguono fino a Bari.
22 giugno 1941
Città di Tripoli e Città di Alessandria trasportano truppe e materiali da Bari a Missolungi, facendo scalo a Brindisi, scortate da Medici e Brioni.
28-3o giugno 1941
Il 28 il Città di Tripoli imbarca a Missolungi il Comando della 24a Legione Camicie Nere d’Assalto ed il suo XXIV Battaglione Camicie Nere, mentre la Città di Savona imbarca altri reparti della stessa Legione. I due mercantili prendono poi il mare, attraversano il Canale di Corinto il 29 giugno e riprendono la navigazione il 30 con la scorta di tre navi ed un idrovolante della Luftwaffe. Durante la navigazione l’idrovolante  mitraglia una macchia avvistata sulla superficie del mare, e la scorta effettua ascolto idrofonico, ma non viene rilevato nulla e la navigazione prosegue senza altri problemi. 
Il Città di Tripoli dopo il varo (da www.enet.gr

L'affondamento

La sera del 1° luglio 1941 il Città di Tripoli lasciò Porto Vathi, sull’isola di Samos, in convoglio con la motonave Città di Savona, con la scorta della torpediniera Libra. I due mercantili stavano tornando al Pireo dopo aver trasportato a Samos truppe assegnate alla guarnigione dell’isola (i primi reparti della Divisione «Cuneo», di cui era iniziato il trasferimento dalle Sporadi alle Cicladi).
Alle sei del mattino del 2 luglio un velivolo della Luftwaffe raggiunse il convoglio per fornirgli scorta antisommergibile. Né la Libra (che zigzagava a proravia del convoglio) né l’aereo tedesco, però, si avvidero della presenza del sommergibile britannico Torbay.
Alle 6.30 tale battello, al comando del capitano di corvetta Antohony Cecil Capel Miers, aveva avvistato il convoglio italiano a 4,9 miglia per 295° da Punta San Nicolò (nell'isola di Zea)
Alle 7.22 (ora di bordo del Torbay, un’ora avanti rispetto all’orario italiano), a 4,5 miglia per 304° da Punta San Nicolò, il Torbay lanciò tre siluri contro il mercantile di testa – il Città di Tripoli – da una distanza di 3000 metri, e due minuti dopo ne lanciò altri tre contro il mercantile di coda (la Città di Savona).
Fu l'aereo il primo ad avvistare le scie dei siluri, dandone subito segnalazione. Anche lo stesso Città di Tripoli avvistò le armi dirette contro di esso, ed iniziò un’accostata per tentare di evitarle, ma la manovra era appena cominciata quando il piroscafo fu colpito da un siluro a centro nave, sul lato di dritta. Erano le 6.23 (7.25 per l'orario del Torbay): la nave affondò nel punto 37°41' N e 24°15' E (o 37°42' N e 24°16' E), nel canale di Zea, a sud di Atene ed a nord di Zea.
Mentre la Libra si portava sulla presunta posizione del battello attaccante per bombardarlo con cariche di profondità (ne gettò 18 tra le 7.30 e le 8.40, ma nessuna esplose vicina al Torbay), la Città di Savona trasse in salvo 48 dei 59 membri dell’equipaggio del Città di Tripoli. I dispersi furono undici.

Le vittime tra l'equipaggio civile:

Salvatore Bandiera, marinaio
Giuseppe Bellanti, marinaio
Salvatore Galioto, pennese
Leonardo Gugliari, nostromo
Francesco Maria, cameriere
Giuseppe Marinella, marinaio
Francesco Sanfilippo, marinaio
Domenico Saraceno, ufficiale di macchina

L'affondamento del Città di Tripoli nel giornale di bordo del Torbay (da Uboat.net):

"Around 0630 hours (time zone -3), while in position 295° Pt. St.Nikolo (Zea Island) 4.9 nautical miles, two merchants escorted by an Italian torpedo boats of the Libra class was sighted. Overhead of the convoy an aircraft was circling. Torbay took action to get into attack position.
At 0722 hours, while in position 304° St. Nokolo 4.5 nautical miles, three torpedoes were fired at the leading merchant [il Città di Tripoli] from 3300 yards.
At 0724 hours three torpedoes were fired at the rear ship [la Città di Savona].
At 0725 hours the leading ship was struck by one torpedo.
From 0730 to 0840 hours the escorting Italian torpedo boat dropped 18 single depth charges but none were very close."

Il relitto del Città di Tripoli è stato scoperto da subacquei greci (Ari̱s Biláli̱s, Kó̱sta Tho̱ktarídi̱, Níkos Vasilátos, Saránti̱s Malafoúri̱s, Prodromos Daglaroglou ed Eléni̱ Tsopouropoúlou) nel 2009 ed identificato ed esplorato nel luglio 2014, a 117 metri di profondità (le parti superiori arrivano a 96-97 metri); giace in assetto di navigazione ed in buone condizioni, orientato in direzione sud/sudest-nord/nordovest, con l’evidente squarcio aperto dal siluro visibile sul lato dritto.

La nave in un dipinto che la mostra con i colori della Società di Navigazione Sicilia (g.c. Rosario Sessa via www.naviearmatori.net)

giovedì 11 dicembre 2014

Argonauta


Il varo dell’Argonauta (dalla Rivista Marittima n. 2 del febbraio 1995, via Marcello Risolo e www.betasom.it)

Sommergibile di piccola crociera della classe Argonauta (serie “600”, dislocamento in superficie 666,56 tonnellate ed in immersione 810,43 tonnellate). In guerra effettuò una missione offensiva ed una di trasferimento, percorrendo 1400 miglia in superficie e 350 in immersione.
Fu il capostipite della numerosissima serie “600”, primo esemplare di un tipo che sarebbe stato riprodotto, con varie migliorie, in ben 59 unità, nelle classi Argonauta, Sirena, Perla, Adua e Platino.

Il battello visto da tre quarti di poppa (Coll. E. Bagnasco, da “Le costruzioni navali della Regia Marina 1861-1945”, supplemento alla Rivista Marittima n. 9 dell’agosto-settembre 1996)

Breve e parziale cronologia.

9 novembre 1929
Impostazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 225).
10 gennaio 1931
Varo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
1° gennaio 1932
Entrata in servizio. Trascorre i primi mesi a Pola e Monfalcone, poi (alla fine del 1932) viene inviato a Taranto.

L’Argonauta alla consegna (da “I sommergibili di Monfalcone” di Alessandro Turrini, supplemento al n. 11 della Rivista Marittima del novembre 1998, via www.betasom.it)

1933
Dislocato a Messina. Compie una lunga crociera addestrativa in Mediterraneo orientale, spingendosi fino al Dodecaneso e facendo poi scalo, durante il ritorno, nei porti della Libia.
Durante gli anni Trenta viene destinato all’addestramento.

Il battello nel 1935 (foto F. Cianciafara, g.c. Giuseppe Garufi via www.grupsom.com)

1936
Dislocato temporaneamente a Tobruk con la LXI Squadriglia Sommergibili del VI Grupsom; effettua crociere d’addestramento sia nel Dodecaneso che in Nordafrica.
Successivamente torna in acque italiane, dove disimpegna attività addestrativa sino allo scoppio della guerra.

Il sommergibile in bacino di carenaggio (da “Sommergibili italiani” di Alessandro Turrini ed Ottorino Ottone Miozzi, USMM, 1999)

Giugno 1940
Si trova dislocato di nuovo a Tobruk con la LXI Squadriglia del VI Grupsom, che compone insieme a Sirena, Fisalia, Naiade e Smeraldo, tutti del tipo “600”.

L’Argonauta in navigazione (da www.navyworld.narod.ru)

La perdita

Nel giugno 1940, subito prima dell’entrata in guerra dell’Italia, l’Argonauta, al comando del tenente di vascello Vittorio Cavicchia Scalamonti, prese il mare diretto in una zona circa 100 miglia a nordest di Alessandria d’Egitto, per una missione di agguato offensivo. All’atto della dichiarazione di guerra, il 10 giugno, l’Argonauta era già in agguato al largo di Alessandria. Il battello, insieme ad altri sommergibili (tra cui il gemello Fisalia), avrebbe dovuto formare uno sbarramento tra Creta e l’Egitto, con l’obiettivo di intercettare il traffico britannico da e per il Canale di Suez ed Alessandria d’Egitto.
I successivi undici giorni passarono senza che si avessero a registrare eventi di una qualche importanza, se non la constatazione di una notevole attività antisommergibile, che venne rilevata all’idrofono; non fu possibile localizzare od attaccare alcuna unità nemica.
Il 21 giugno il sommergibile, localizzato da cacciatorpediniere nemici, venne sottoposto ad un intenso e preciso bombardamento con bombe di profondità, che mise fuori uso il periscopio d’attacco. L’Argonauta riuscì ad evadere la caccia mediante accorte manovre evasive, ma non senza aver riportato danni piuttosto seri, che lo costrinsero a fare rotta di rientro per Tobruk, ove giunse nel pomeriggio del 22.
Dopo alcune riparazioni provvisorie effettuate in quella base, il battello lasciò Tobruk alle 21.45 del 27 giugno diretto a Taranto, nel cui arsenale avrebbe dovuto essere sottoposto a lavori più estesi per la riparazione delle avarie più gravi: in particolare la sostituzione del periscopio d’attacco, lavoro che la base di Tobruk non era attrezzata per compiere, mentre a Taranto sarebbe stato compiuto facilmente. Dopo la partenza l’Argonauta avrebbe dovuto seguire la costa libica (passando al largo di Ras el Tin) fino a Capo Ras el Hilal e poi assumere rotta nord-nord-ovest verso Capo Colonne, ma non diede mai più notizia di sé.
Nel caso dell’Argonauta, la ricerca negli archivi britannici ha permesso di individuare non una, ma due azioni antisommergibile che potrebbero, pressoché certamente, aver causato la sua perdita.
Il 29 giugno 1940, alle 5.10, i cacciatorpediniere britannici Dainty (capitano di fregata Mervyn Somerset Thomas), Defender (capitano di corvetta St. John Reginald Joseph Tyrwhitt), Decoy (capitano di fregata Eric George McGregor), Voyager (australiano, capitano di corvetta James Cairn Morrow) ed Ilex (capitano di corvetta Philip Lionel Saumarez) avvistarono un sommergibile emerso 130 miglia a sudovest di Capo Matapan. Le unità britanniche, che costituivano la Forza «C» al comando del capitano di fregata Thomas del Dainty, erano impegnate in un rastrello antisommergibile nel Mediterraneo centrale tra Alessandria e Tobruk a protezione dell’operazione di rifornimento britannica «MA 3» tra Malta, Egitto e Grecia, durante la quale affondarono altri due sommergibili italiani, il Console Generale Liuzzi e l’Uebi Scebeli. Fu il Voyager ad avvistare il sommergibile in superficie, a nove miglia di distanza, e poco dopo, mentre i cacciatorpediniere oltrepassavano una chiazza di nafta che galleggiava laddove il sommergibile era stato poco prima avvistato – si era infatti immerso – l’Ilex localizzò un’unità subacquea a 6 miglia per 300°. Alle 6.15 Dainty, Decoy, Ilex e Voyager bombardarono con bombe di profondità tale sommergibile immerso, dopo di che non ritrovarono più il contatto. Poco dopo, alle 6.42, fu avvistato un altro sommergibile emerso a poca distanza – l’Uebi Scebeli – e Dainty, Defender ed Ilex andarono ad affondarlo, lasciando Decoy e Voyager vicino al punto del primo attacco. L’attacco delle 6.15 era avvenuto nel punto 35º16' N e 20º20' E (o 35°24’ N e 20°10’ E), corrispondente ad un punto situato a circa un terzo del percorso che l’Argonauta avrebbe dovuto seguire (tra Capo Ras el Hilal e l’estremità sudoccidentale della Grecia).
Per lungo tempo si è ritenuto che senza dubbio fosse stata questa la fine dell’Argonauta, ed ad oggi è ancora questa la versione più accreditata dall’USMM e dagli storici. (Una fonte britannica afferma tuttavia che il sommergibile attaccato sarebbe stato un altro battello italiano, l’Uarsciek, che sarebbe stato danneggiato, ma in realtà l’Uarsciek era in agguato a sud di Cefalonia e tornò alla base senza aver avvistato navi nemiche).
Non solo navi di superficie, però, erano uscite in mare per l’operazione «MA 3»: anche 14 idrovolanti antisommergibile setacciarono il Mediterraneo centrale alla ricerca di sommergibili italiani, affondandone uno, il Rubino. Alle 10.15 del 28 giugno 1940 (per altre fonti alle 14.50 del 29 giugno), l’idrovolante Short Sunderland L 5804/S del 201st Group (230th Squadron) della Royal Air Force (di base a Malta), pilotato dal capitano (Acting Flight Lieutenant) canadese William Weir Campbell, effettuò due passaggi sganciando due o quattro bombe antisommergibile da 250 libbre (113 kg) contro un sommergibile del quale aveva avvistato il periscopio, nel punto 37º29' N e 19º51' E, cioè praticamente sulla rotta seguita dall’Argonauta. La prua del battello si era sollevata per poi scivolare verticalmente verso il fondo, lasciando in superficie olio, rottami e bolle d’aria. Campbell ritenne di aver affondato il sommergibile attaccato, ma al rientro alla base non fu creduto.
Si trattò della prima azione antisommergibile compiuta in Mediterraneo da un Sunderland, aereo che si sarebbe presto rivelato un avversario pericoloso per i sommergibili dell’Asse (lo stesso L 5804/S di Campbell affondò poche ore più tardi un altro sommergibile italiano, il Rubino, sempre nell’ambito delle operazioni connesse a «MA 3»).
Considerata la velocità di avanzamento dell’Argonauta, appare poco probabile che il battello potesse già trovarsi nella posizione indicata da Campbell, troppo avanzata, ma rimane anch’essa una possibilità da tenere in considerazione, specie qualora il pilota avesse sbagliato a calcolare la posizione. Se l’Argonauta fu effettivamente affondato dall’aereo di Campbell, al sommergibile italiano toccherebbe il triste primato di primo delle decine di sommergibili dell’Asse affondati da questo temibile velivolo.
Quale che fosse stata la causa, il comandante Cavicchia Scalamonti, gli altri quattro ufficiali ed i 43 sottufficiali e marinai dell’Argonauta non fecero mai più ritorno.

Il sommergibile in un’immagine dell’Almanacco Navale (g.c. Giuseppe Garufi via www.xmasgrupsom.com

Scomparsi con l’Argonauta:

Gildo Allegretti, comune
Umberto Ammazzalorso, capo di seconda classe
Giuseppe Augelli, sergente
Carmine Barbato, comune
Salvatore Battiato, comune
Otello Bondi, capo di prima classe
Carlo Bonissone, comune
Giuseppe Burlando, comune
Claudio Carlini, sottocapo
Vittorio Cavicchia Scalamonti, tenente di vascello (comandante)
Pietro Cerotti, sergente
Angelo Consigli, comune
Giovanni Conta, capo di terza classe
Giuseppe Corbo, secondo capo
Giovanni Cotugno, sottocapo
Mario Cozzi, comune
Alberto Di Vanno, comune
Luigi Dominici, comune
Corrado Farinola, secondo capo
Umberto Fonti, comune
Walter Francheo, comune
Luigi Fulgheri, comune
Gualtiero Galantini, secondo capo
Giuseppe Gelao, comune
Modesto Gerosa, comune
Angelo Iommetti, comune
Calogero La Grassa, sottocapo
Sebastiano Licciardello, sottocapo motorista, 25 anni, da Acireale
Alberto Lucido, comune
Angelo Manara, comune
Giuseppe Mangraviti, comune
Matteo Marino, sottocapo
Aniello Mennella, sergente
Gioacchino Pistolesi, secondo capo
Angelo Prestipino, comune
Francesco Ritacca, sottocapo
Gregorio Rosati, guardiamarina (ufficiale alle armi)
Renato Rossi, sottotenente di vascello (comandante in seconda)
Tommaso Rubino, comune
Mario Salzano, comune
Mario Setta, comune
Giuseppe Sorge, sottotenente di vascello (ufficiale di rotta)
Luigi Stefani, capitano del Genio Navale (direttore di macchina)
Mario Torresini, secondo capo
Guido Turcolin, sottocapo
Ugo Villani, comune
Cesare Vitali, secondo capo
Vittorio Vitti, comune


Un aggiornamento. In tempi recenti il subacqueo belga Jean-Pierre Misson ha annunciato di aver “ritrovato” il relitto dell’Argonauta nelle acque di Ras el Hilal, sulla costa libica, “identificandone” il relitto da un’immagine sonar da lui ottenuta nel 2012. La notizia, molto inopportunamente, è stata ripresa e diffusa da alcuni siti web e testate giornalistiche, facilmente ingannabili e ben poco scrupolose nel verificare le notizie prima di pubblicarle.
Sull'attendibilità di Jean-Pierre Misson si riporta quanto segue, lasciando al lettore il compito di giudicare. Nel corso degli ultimi anni, Misson ha sostenuto di aver trovato in due ristrettissimi specchi d’acqua (pochi chilometri quadrati), al largo di Tabarka (Tunisia) e Ras el Hilal (Libia), non meno di dieci sommergibili (il britannico Urge e gli italiani Argonauta, Foca, Dessiè, Asteria, Avorio, Porfido e Cobalto, nonché altri ancora ai quali, grazie a Dio, non è “riuscito” ad appioppare un nome), il cacciatorpediniere britannico Quentin, la nave cisterna italiana Picci Fassio, la motosilurante tedesca S 35 e probabilmente altri relitti, distanti tra loro poche centinaia di metri (il che sarebbe già, di per sé, pressoché inverosimile). Si vedano, in proposito, le accese discussioni sul forum AIDMEN nonché le rivendicazioni di Misson che in alcuni casi, per mezzo di giornalisti del tutto inesperti della materia, sono purtroppo arrivate fin sui giornali. Tutti i “ritrovamenti”, con metodologia del tutto inaccettabile per una qualsivoglia seria ricerca di un relitto, sono avvenuti mediante l’“interpretazione” di vaghissime ombre registrate dal sonar, senza una singola immersione sugli immaginari relitti in questione.
La maggior parte delle sopraccitate unità, a differenza dell’Argonauta, ebbero sopravvissuti tra i propri equipaggi, e sia tali sopravvissuti che le unità responsabili degli affondamenti registrarono, all’epoca, le posizioni di detti affondamenti. Da ciò risulta con certezza che tutti i sommergibili e le navi di cui sopra affondarono in luoghi distanti decine, se non centinaia di miglia da quelli in cui Misson sostiene di averli trovati; ma ciò non scoraggia Misson dal sostenere che tutti coloro che registrarono tali posizioni abbiano sbagliato grossolanamente nelle loro rilevazioni di parecchie decine di miglia (del tutto impossibile, soprattutto quando si parla di quasi quindici unità diverse), mentre egli non prende lontanamente in considerazione di poter aver sbagliato nell’identificazione delle immagini sonar dei “relitti” in questione.
Dette immagini sonar, in realtà, risultano a qualsiasi osservatore imparziale come niente più che vaghi ed indistinguibili sgorbi, non identificabili in alcun modo e che con ogni probabilità non mostrano alcun relitto, né altro oggetto fatto dall’uomo; è Misson a “vedervi” i relitti, trasformando ogni ombra rilevata dal suo sonar in un “sommergibile”. Esemplare, a questo proposito, la procedura di “identificazione” del “relitto” dell’Urge, annunciata persino sui giornali: a sostegno delle sue tesi, Misson ha contattato un esperto di immagini sonar per identificare la vaga immagine sonar da lui attribuita al relitto dell’Urge, ma questi, visionata l’immagine, ha negato la possibilità di identificarla. Ciò non ha frenato minimamente Misson, che ha riaffermato la propria autoreferenziale identificazione dell’Urge, e si è poi premurato di non chiedere altri pareri di esperti (che non avrebbero che potuto essere negativi, non essendovi alcun relitto) per le “identificazioni” successive. Ancora più grottesca l’attribuzione delle cause di affondamento di queste unità: se trascurando il fatto che esse sono note con certezza per tutte le navi e sommergibili indicati (Argonauta e Foca rappresentano le uniche eccezioni), Misson attribuisce buona parte degli affondamenti dei “sommergibili” di Tabarka ad un fantomatico campo minato presente in quelle acque. In realtà, è noto con certezza che non esisteva nessun campo minato presso Tabarka tranne uno che venne posato solo in epoca successiva a quasi tutti gli affondamenti citati, e che dunque non può esserne la causa. Una volta di più, ciò non sembra turbare minimamente Misson. Per le unità per il quale non ha potuto inventare un impossibile affondamento su mine inesistenti, Misson ha sostenuto che esse (sommergibili compresi, anzi, per primi) siano andate alla deriva per decine di miglia prima di affondare, convenientemente, tutte nel fazzoletto di mare ispezionato dal suo sonar, benché dai rapporti dell’epoca appaia chiaro come dette unità siano affondate nei luoghi degli attacchi, senza andare alla deriva.

Si ritiene che tutto ciò la dica lunga sulla validità delle "scoperte" di Jean-Pierre Misson. La notizia del ritrovamento dell’Argonauta presso Ras el Hilal è purtroppo da considerarsi come completamente destituita di fondamento.


Il sommergibile con l’equipaggio schierato in coperta (da “L’Italia e la guerra 1940-1943” di Domenico Rotolo, Publimodel 2005, via Marcello Risolo)

L’HMS Dainty su Uboat.net