mercoledì 21 maggio 2014

Calipso

La Calipso in uscita da Napoli nell’inverno 1939 (g.c. STORIA militare)

Torpediniera classe Spica tipo Alcione (dislocamento di 670 tonnellate standard, 975 in carico normale, 1050 a pieno carico). In guerra effettuò prevalentemente missioni antisommergibile e di scorta convogli.

Breve e parziale cronologia

29 ottobre 1936
Impostazione nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.
12 giugno 1938
Varo nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.
16 novembre 1938
Entrata in servizio. Viene successivamente assegnata, con la XIII Squadriglia Torpediniere di cui fa parte, alla Divisione Scuola Comando di Augusta, della quale farà parte fino all’entrata in guerra.
8-10 giugno 1940
La Calipso (TV Zambardi) parte l’8 giugno da Augusta insieme alla gemella Polluce, ai cacciatorpediniere Lanciere e Corazziere ed agli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano e Luigi Cadorna, per effettuare la posa del campo minato offensivo «L K» (Lampedusa Kerkennah). A causa di un ripensamento dell’ultimo momento, tutte le navi vengono fatte rientrare ad Augusta, per poi riprendere nuovamente il mare alle 16 del 9 giugno. Dato che al momento della partenza una bettolina di nafta ha urtato un buttafuori delle mine della Calipso, occorre perdere tempo per raddrizzarlo, così che Calipso e Polluce (con a bordo 28 mine ciascuna) partono per ultime, alle 17.50, con un’ora e mezza di ritardo, precedute dalle altre quattro unità, che hanno superato le ostruzioni del porto già alle 16.45. Alle 19.30 la formazione lascia le rotte di sicurezza, e la scorta aerea antisommergibile viene a mancare a causa del buio. Alle 20.30 le navi accostano per 222°, con rotta su Lampedusa, ed alle 00.03 del 10 giugno viene data libertà di manovra per iniziare la posa delle mine. Primo a posare gli ordigni è il Da Barbiano, poi il Cadorna, mentre la Calipso e la Polluce posano il loro tratto di sbarramento (56 mine Wickers Elia in tutto, con inizio nel punto 35°27’30” N e 12°27’ E e fine nel punto 35°25’30” N e 12°23’ E) dall’1.25 all’1.37, e per ultimi effettuano la posa Lanciere e Corazziere (le torpediniere effettuano la posa della sezione «A» dello sbarramento, invece che della «D» loro assegnata dal piano originario se non vi fossero stati problemi, per via della loro partenza ritardata). Alle 4.20, conclusa l’operazione da un paio d’ore, comincia la riunione, ed alle 4.42 la formazione inizia la navigazione di rientro ad Augusta, procedendo a 25 nodi con le siluranti in posizione di scorta ravvicinata.
Alle 12.25 del 10 giugno la formazione imbocca le rotte di sicurezza, con Calipso e Polluce a proravia degli incrociatori ed i due cacciatorpediniere a poppavia (due idrovolanti CANT. Z danno scorta antisommergibile), ed alle 15.45 le navi superano le ostruzioni di Augusta, giungendo poco dopo in porto.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia, la Calipso forma, insieme alle gemelle Circe, Calliope e Clio, la XIII Squadriglia Torpediniere, di base a Messina.

G. A. 1

Il 17 agosto 1940 Calipso, al comando del TV Giuseppe Zambardi, salpò da La Spezia diretta a Trapani, trasportando quattro siluri a lenta corsa (che aveva imbarcato la sera del 16 a Bocca di Serchio, il centro d’addestramento della I Flottiglia MAS, dopo aver lasciato La Spezia) ed i loro operatori (Capitani GN Teseo Tesei ed Elio Toschi, TV Gino Birindelli ed Alberto Branzini, secondi capi palombari Damos Paccagnini ed Enrico Lazzari, sergenti palombari Giovanni Lazzaroni ed Alcide Pedretti e STV Luigi Durand de la Penne, quest’ultimo di riserva), materiale subacqueo, l’elettricista Pietro Birandelli ed il capitano di fregata Mario Giorgini, comandante della I Flottiglia MAS (successivamente divenuta X Flottiglia MAS): aveva così inizio l’operazione «G. A. 1», il primo tentativo di forzamento della base britannica di Alessandria d’Egitto.
Dopo 410 miglia la Calipso raggiunse Trapani, dove si rifornì, poi ne ripartì il 18 agosto e giunse, dopo 310 miglia, a Tripoli. Successivamente diresse verso est, verso il Golfo di Bomba, facendo scalo a Tobruk (o Bengasi) per rifornirsi; durante il viaggio venne avvistato un sommergibile che si pensava essere l’italiano Iride (anch’esso diretto nel Golfo di Bomba per partecipare a «G. A. 1»), ma che si scoprì solo in seguito essere britannico.
Il 21 agosto, alle 8.15, la Calipso giunse nel Golfo di Bomba, in Cirenaica, ormeggiandosi ad un corpo morto nella Baia di Menelao, tra la costa e l’isola di el-Maràcheb, dove conversero anche il sommergibile Iride (che arrivò quasi contemporaneamente) e la nave ausiliaria Monte Gargano (già arrivata sul posto), anch’esse assegnate a «G. A. 1». L’Iride si affiancò a alla Calipso e i comandanti Zambardi e Giorgini, insieme al comandante del sommergibile (TV Francesco Brunetti), si recarono con il battellino sulla Monte Gargano e parteciparono ad una riunione con l’ammiraglio Bruto Brivonesi, comandante di Marina Libia, circa il trasferimento degli SLC dalla Calipso all’Iride (incaricato poi di portarli fino ad Alessandria) e le prove in mare per controllare la sistemazione degli SLC sulle selle. Venne così deciso che, onde permettere agli equipaggi di Iride e Calipso di riposarsi ed avere il tempo per concordare con il comando dell’Aeronautica della Libia le ricognizioni da effettuare su Alessandria, tali operazioni sarebbero state eseguite il mattino successivo.
Dopo le 13, però, tre bombardieri britannici Bristol Blenheim, mentre tornavano alla base di Dakheila dopo aver bombardato l’aeroporto di Tmimi (non lontano dalla baia di Menelao), si staccarono dalla formazione e compirono un sorvolo a distanza di el Maràcheb e delle navi italiane, che avevano notato: non le attaccarono, ma riferirono quanto visto. Dato che il Golfo di Bomba non era solitamente frequentato dal naviglio italiano, e mai prima d’ora vi erano state viste così tante navi italiane, i comandi britannici s’insospettirono, e decisero di vederci chiaro.
Alle 7 del mattino del 22 agosto un idroricognitore britannico Short Sunderland, inviato nella baia di Menelao per controllare quanto visto dai Blenheim, sorvolò le navi italiane, venendo fatto oggetto del tiro delle loro artiglierie contraeree, che non riuscirono tuttavia a colpirlo. Era la conferma che i comandi britannici aspettavano: alle 10.38 tre aerosiluranti britannici Fairey Swordfish, appartenenti all’824th Squadron della Fleet Air Arm, decollarono dall’aeroporto di Sidi Barrani per attaccare le unità presenti nella baia di Menelao.
Alle 9, intanto, Calipso ed Iride si erano affiancati, ed alle 11.20 il trasferimento degli SLC, del relativo materiale e dei nove incursori sull’Iride era completato. L’Iride iniziò poi a manovrare per allontanarsi da el Maràcheb e compiere una prova d’immersione di due ore, mentre la Calipso si rifornì di nafta dalla Monte Gargano, affiancandolesi sulla sinistra, e si ormeggiò poi circa centro metri a sinistra di quest’ultima, con la prua verso nord (per altra versione, al momento dell’attacco aereo la Calipso si stava rifornendo di acqua dalla Monte Gargano, usando delle manichette). Su tutte le navi, le vedette erano ai loro posti, le armi pronte, gli uomini ai posti di combattimento.
Alle 11.56 scattò l’allarme aereo: era stato l’Iride a lanciarlo, avendo visto arrivare i tre Swordfish. Gli aerei, scesi da 30 a soli 10 metri di quota, compirono una virata a sinistra e passano all’attacco.
Per primo – alle 12 – venne colpito proprio l’Iride, raggiunto da un siluro a prua e subito affondato con la maggior parte dell’equipaggio, poi gli altri due aerei, bersagliati ora dal fuoco contraereo della torpediniera, superarono il battello in affondamento passandogli a dritta e a sinistra, ed il secondo aerosilurante (al comando del tenente di vascello N. A. F. Cheeseman) compì un’ampia virata sulla destra ed attaccò proprio la Calipso: la furiosa reazione delle mitragliere della torpediniera, tuttavia – il tiro delle mitragliere e del cannone prodiero da 100 mm della Calipso era diretto dal direttore di tiro, sottotenente di vascello Antonio Bracco, e dal comandante in seconda, il trentatreenne sottotenente di vascello Antonino La Rosa –,  impedì all’aereo di avvicinarsi troppo, così che lo Swordfish sganciò il siluro da 1000 metri con un beta di 10-20 gradi, e l’arma passò a poppa della Calipso, mancandola di poco, e finì contro la costa. (Per alcune fonti, fu la Calipso stessa a colpire il siluro, o comunque a deviarlo, con il tiro delle armi di bordo, ma sembra inverosimile).
Il terzo siluro, invece, andò a segno: fu la fine per la Monte Gargano, che, colpita alle 12.03, si abbatté su un fianco ed affondò in poco tempo (per una versione, Calipso e Monte Gargano non avevano potuto reagire con tutto l’armamento contraereo per evitare di colpirsi a vicenda, a causa della ridotta distanza), non prima di aver irraggiato la Calipso stessa di una pioggia di schegge proiettate in aria ed a bordo dall’esplosione del siluro. A bordo della Calipso il comandante in seconda La Rosa, quando vide che la Monte Gargano, cui la torpediniera era affiancata, stava per essere colpita da un siluro, gridò agli uomini che erano in controplancia di mettersi al riparo, mentre lui rimase allo scoperto e, quando la motonave fu colpita e la Calipso venne investita dall’esplosione, fu ucciso da una scheggia; perse la vita anche il marinaio cannoniere Pasquale Cardone, mentre altri uomini rimasero feriti. Alla memoria di La Rosa fu conferita la Medaglia d’argento al Valor Militare; analoga decorazione, a vivente, fu conferita anche al comandante Zambardi, mentre il sottotenente di vascello Bracco, rimasto anch’esso allo scoperto in controplancia accanto a La Rosa, e che aveva continuato a dirigere il tiro nonostante le schegge che avevano investito la controplancia, fu decorato con la Medaglia di bronzo al Valor Militare. Ricevettero la Medaglia di bronzo al Valor Militare anche l’aspirante guardiamarina Vincenzo Giudice, che aveva diretto il tiro di una delle mitragliere; il direttore di macchina capitano CREM Giovanni Pirone, che dopo l’attacco approntò rapidamente le macchine per porre la nave in condizioni di muovere; il sottocapo cannoniere Marino Panzacchi ed il cannoniere puntatore mitragliere Giuliano Ravaglia, che con il tiro della loro mitragliera danneggiarono uno Swordfish.
Da parte italiana si rivendicò il grave danneggiamento, da parte della Calipso, dello Swordfish che l’aveva attaccata, che il personale dell’aeroporto di Ain el-Gazala asserì successivamente di aver visto precipitare in fiamme; in base alle fonti britanniche, tuttavia, risulta che nessun aereo sia andato perduto, e che l’unico danneggiato fosse stato quello che aveva affondato la Monte Gargano, pilotato dal tenente di vascello J. W. C. Wellman (che riportò intenso ed accurato tiro contraereo da parte della torpediniera), colpito quando era a 2740 metri di distanza da un proiettile da 13,2 mm sparato dalla Calipso, che lo ferì ad un piede.
Terminato l’attacco la Calipso, unica nave ancora a galla (le schegge proiettate a bordo dall’esplosione del siluro che aveva affondato la Monte Gargano le avevano arrecato solo lievi danni), mollò subito gli ormeggi, recuperò i dodici sopravvissuti dell’Iride (il comandante Brunetti, sette uomini dell’equipaggio ed i quattro operatori della I Flottiglia MAS che erano a bordo del battello al momento dell’attacco aereo) e quelli della Monte Gargano e pose un segnale sul punto in cui l’Iride era affondato (indicato da aria e nafta che vengono in superficie), poi raggiunse Tobruk per imbarcare autorespiratori ed altro personale e materiale necessario alle operazioni di soccorso, dopo di che tornò rapidamente nella baia di Menelao. Infatti nel relitto dell’Iride, che giaceva a 18 metri di profondità, erano ancora intrappolati nove uomini. Furono gli stessi esperti subacquei della I Flottiglia MAS a tentare in ogni modo di salvarli: alla fine, il 23 agosto, riuscirono a salvarne sette (gli altri due erano annegati in un tentativo di uscire dal relitto contro l’avviso dei subacquei), due dei quali morirono però di embolia.
Dal relitto dell’Iride vennero rimosse – il 24 agosto – anche le bandiere, le mitragliere e gli SLC: tutto venne caricato sulla Calipso, che raggiunse poi Tripoli, da dove dopo una breve sosta diresse per rientrare a La Spezia. «G. A. 1» era fallita.

La motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare conferita alla memoria del sottotenente di vascello Antonino La Rosa, nato a Milazzo il 23 ottobre 1906:

“Ufficiale in 2a di una torpediniera improvvisamente attaccata col siluro e con le mitragliatrici da aerei siluranti nemici a bassissima quota, prendeva, insieme col direttore di tiro, la direzione del fuoco delle mitragliere e del cannone di prora, riuscendo a sventare l'offesa avversaria. Accortosi che un siluro lanciato dal nemico stava per colpire la nave-appoggio alla quale la torpediniera era affiancata, ordinava al personale destinato in contro-plancia di ripararsi, mentre egli continuava a svolgere la propria opera allo scoperto finché una scheggia lo colpiva a morte. Esempio di sprezzo del pericolo, ardimento e sentimento del dovere.
Golfo di Bomba, 22 agosto 1940-XVIII”

La motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare conferita al tenente di vascello Giuseppe Zambardi, nato a Napoli il 25 luglio 1907:

“Comandante di una torpediniera improvvisamente attaccata col siluro e con le mitragliatrici da aerei siluranti nemici a bassissima quota, svolgeva con l'unità al suo comando una violenta reazione di fuoco, mediante la quale otteneva il risultato di colpire il velivolo diretto contro l'unità stessa e di sventarne l'offesa. Reagiva anche contro altro velivolo che muoveva all'attacco col siluro contro la nave appoggio alla quale la torpediniera era affiancata, continuando nell'azione nonostante le perdite del proprio personale provocate dallo scoppio del siluro. Avendo successivamente constatato che un sommergibile era stato colpito ed affondato dall'offesa nemica con estrema prontezza mollava gli ormeggi e si portava sul luogo dell'affondamento, riuscendo a salvare i superstiti in mare. Portava poi un efficacissimo ausilio alle operazioni dirette al salvataggio del personale rimasto chiuso nell'interno del sommergibile affondato.
Golfo di Bomba, 22-24 agosto 1940-XVIII”

La motivazione della Medaglia di bronzo al Valor Militare conferita al sottotenente di vascello Antonio Bracco, nato a Neresine il 26 marzo 1903:

“Imbarcato su di una torpediniera improvvisamente attaccata col siluro e con le mitragliatrici da aerei siluranti nemici a bassissima quota, dirigeva il tiro del cannone di prora e delle mitragliere con calma e con precisione, riuscendo a sventare l'offesa avversaria. Continuava a svolgere la propria opera con sprezzo del pericolo anche quando, in seguito allo scoppio di un siluro che aveva colpito la nave-appoggio alla quale la torpediniera era affiancata, numerose schegge colpivano la controplancia, provocando la morte dell'ufficiale in 2a a lui vicino.
Golfo di Bomba, 22 agosto 1940-XVIII.”

La motivazione della Medaglia di bronzo al Valor Militare conferita all’aspirante guardiamarina Vincenzo Giudice, nato a Camogli il 25 marzo 1910:
“Imbarcato su una torpediniera improvvisamente attaccata col siluro e con le mitragliatrici da aerei siluranti nemici a bassissima quota, guidava con serenità a con sprezzo del pericolo il personale addetto alla mitragliera, alla cui sorveglianza era destinato, anche dopo lo scoppio di un siluro che aveva colpito la nave-appoggio alla quale la torpediniera era affiancata ed aveva provocato la caduta in coperta di numerose schegge.
Golfo di Bomba, 22 agosto 1940-XVIII”

La motivazione della Medaglia di bronzo al Valor Militare conferita al capitano del C.R.E.M. (S. M.) Giovanni Pirone, nato ad Avellino il 13 gennaio 1894:

“Direttore di macchina di una torpediniera improvvisamente attaccata col siluro e con le mitragliatrici da aerei siluranti a bassissima quota, subito dopo lo scoppio di un siluro, che aveva colpito la nave-appoggio alla quale la torpediniera era affiancata, nonostante la caduta di numerose schegge, si prodigava per l'immediato approntamento delle motrici, mettendo l'unità in condizioni di poter subito muovere alla massima velocità e dando prova di sprezzo del pericolo e di sentimento del dovere.
Golfo di Bomba, 22 agosto 1940-XVIII”

La motivazione delle Medaglie di bronzo al Valor Militare conferite al sottocapo cannoniere puntatore mitragliere Marino Panzacchi, nato a Loiano il 27 maggio 1920, ed al cannoniere puntatore mitragliere Giuliano Ravaglia, nato a Portomaggiore il 26 dicembre 1919:

“Imbarcato come puntatore mitragliere sopra una torpediniera improvvisamente attaccata col siluro e con le mitragliatrici da aerei siluranti a bassissima quota, eseguiva con calma e con precisione il tiro contro due dei velivoli, anche dopo aver visto lo sgancio del siluri. Contribuiva ad abbattere un aereo nemico ed a colpirne gravemente un'altro. Proseguiva il tiro della propria arma, con sprezzo del pericolo, anche dopo lo scoppio di un siluro, che aveva colpito la nave-appoggio alla quale la torpediniera era affiancata.
Golfo di Bomba, 22 agosto 1940-XVIII”

23 novembre 1940
Alle 8.40 la Calipso salpa da Palermo scortando le navi cisterna Berbera ed Ennio ed il piroscafo Eridano.
26 novembre 1940
Il convoglio giunge illeso a Tripoli alle nove del mattino.

(da www.navyworld.narod.ru)

L’affondamento

Il mattino del 5 dicembre 1940 la Calipso, al comando del tenente di vascello Giuseppe Zambardi, si trovava in navigazione da Bengasi a Tripoli. I problemi causati dal mare grosso avevano costretto a ridurre la velocità ed a compiere variazioni di rotta rispetto alla rotta ordinata dal Comando Marina di Bengasi (la rotta da seguire era indicata sull’ordine d’operazione emesso da Marina Bengasi); intorno alle sette del mattino venne fatto il punto, basandosi sugli astri, ma la ridotta visibilità fece sì che la posizione calcolata non fosse molto precisa.
Poco prima delle nove venne avvistata la costa, ed il faro di Misurata fornì l’unico controllo possibile: ma, se se ne poté prendere il rilevamento, il rollio ed i colpi di mare che continuavano ad abbattersi sulla plancia impedirono di usare il telemetro (e la Calipso non aveva uno scandaglio acustico), così che non si poté misurare quale fosse la distanza dal faro di Misurata.
Alle dieci del mattino, a 4 miglia da Capo Misurata (o sei miglia a nordovest di Capo Misurata), la torpediniera urtò una mina posata dal sommergibile britannico Rorqual a nord di Misurata. Il 5 ed il 9 novembre 1940 il Rorqual aveva posato due sbarramenti di 50 mine ciascuno in quelle acque, che rappresentavano il punto d’atterraggio per le navi che, partite da Bengasi, avevano attraversato il golfo della Sirte: il primo, il 5 novembre, 6 miglia e mezzo ad est di Misurata, ed il secondo, il 9, sei miglia e mezzo a nordovest della stessa città. Lo sbarramento ad est era stato localizzato dai mezzi italiani, e dragamine di Tripoli stavano già provvedendo a rimuoverlo, ma quello di nordovest non era stato trovato e proprio su questo finì la Calipso.
Subito dopo l’urto contro la mina, la torpediniera si spezzò in due in corrispondenza della caldaia numero 2. Il troncone prodiero affondò quasi immediatamente, mentre quello poppiero continuò a galleggiare per circa venti minuti, poi urtò probabilmente una seconda mina e, scosso da altre esplosioni, andò anch’esso a fondo.
Da Misurata e da Tripoli vennero subito inviati sul posto i dragamine ausiliari Intrepido, Delfino e S. Stefano, due aerei da ricognizione marittima ed uno da bombardamento terrestre per localizzare e soccorrere i naufraghi. Nonostante il maltempo, queste unità riuscirono a recuperare 39 sopravvissuti, tra cui il comandante Zambardi; il secondo nocchiere Elio Frausini, comandante di uno dei dragamine, si guadagnò la Medaglia di bronzo al Valor Militare per aver affrontato il mare in tempesta ed il campo minato per soccorrere tutti i naufraghi che erano ancora in vita. Comunque, nonostante la pronta ed efficace opera dei soccorritori, il bilancio finale fu pesante: su 129 uomini che componevano l’equipaggio della Calipso, 90 risultarono morti o dispersi.  
Tra di loro vi furono anche l’aspirante Giudice, il direttore di macchina Pirone ed il sottocapo cannoniere Panzacchi, mentre il cannoniere Ravaglia fu tra i sopravvissuti, ma per lui l’appuntamento con la morte era solo rimandato: sarebbe infatti caduto nell’affondamento della corazzata Roma il 9 settembre 1943.
Tra i dispersi della Calipso vi fu anche un ragazzo sardo di vent’anni, da Telti: a 73 anni di distanza, nel novembre 2013, i suoi discendenti sono riusciti a raggiungere le acque in cui era affondata la Calipso per deporvi un mazzo di fiori, in memoria sua e di tutto l’equipaggio.

Perirono nell’affondamento:

Giuseppe Badiali, capo meccanico di prima classe, disperso
Mario Benzan, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Bianchi, marinaio S. D. T., disperso
Antonio Bignotti, marinaio radiotelegrafista, disperso
Giuseppe Bonazza, secondo capo cannoniere, disperso
Luigi Bonelli, sergente cannoniere, disperso
Sido Bonfatti, marinaio radiotelegrafista, disperso
Mario Borghese, marinaio fuochista, disperso
Metodio Bozeglav, marinaio cannoniere, disperso
Edoardo Brunoro, capo meccanico di terza classe, disperso
Agostino Brusco, marinaio silurista, disperso
Corrado Cacciani, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Caiulo, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Calvini, sottocapo cannoniere, deceduto
Giuliano Canegallo, marinaio cannoniere, disperso
Alfonso Caprio, marinaio fuochista, disperso
Cosimo Carrano, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Carrara, marinaio fuochista, deceduto
Francesco Ciaramitaro, marinaio fuochista, disperso
Fortunato Colombo, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Colombo, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Cordani, sottocapo silurista, disperso
Pasquale Corradetti, marinaio, disperso
Alberto D’Agostino, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Luciano Davi, marinaio, disperso
Antonio Del Grosso, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Del Vecchio, sergente furiere, disperso
Bruno Duse, marinaio silurista, disperso
Guido Farini, marinaio elettricista, disperso
Renato Ferrarese, capo silurista di seconda classe, disperso
Vito Ferri, marinaio cannoniere, disperso
Nicola Frese, sottocapo cannoniere, disperso
Angelo Gallo, sergente cannoniere, disperso
Giovanni Ghitti, marinaio fuochista, disperso
Concetto Gianino, marinaio cannoniere, disperso
Rolando Giannecchini, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Giudice, guardiamarina, disperso
Alberto Gruden, marinaio fuochista, disperso
Emilio Guardamagna, marinaio, disperso
Aniello Iacono, marinaio, deceduto
Renzo Iacoponi, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Imperiale, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Lacchello, marinaio, disperso
Gaetano Lombardo, secondo capo meccanico, disperso
Attilio Lorenzi, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Antonio Manzella, marinaio cannoniere, disperso
Mario Mascalchi, sergente meccanico, disperso
Luigi Meazza, marinaio fuochista, disperso
Cosimo Damiano Mirizzi, sottocapo cannoniere, disperso
Rino Montali, marinaio fuochista, deceduto
Giobatta Moriondo, marinaio, disperso
Giuseppe Abbela, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Napolitano, marinaio fuochista, disperso
Massimo Napolitano, sergente cannoniere, deceduto
Marino Panzacchi, sottocapo cannoniere, disperso
Alvaro Pari, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Paris, marinaio fuochista, disperso
Giobatta Pastorelli, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Enrico Pezzuti, marinaio radiotelegrafista, disperso
Luigi Pierobon, sottocapo silurista, deceduto in territorio metropolitano il 29.7.1941
Pietro Pigoni, marinaio segnalatore, disperso
Giovanni Pirone, capitano CREM, disperso
Antonio Polito, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Puzzovio, secondo capo meccanico, deceduto
Antonio Rebesco, capo elettricista di terza classe, disperso
Emilio Riga, sottocapo cannoniere, disperso
Guerrino Rossi, marinaio fuochista, disperso
Augusto Rubbioli, sottocapo torpediniere, disperso
Giuseppe Ruggeri, sottocapo infermiere, disperso
Giuseppe Russo, marinaio fuochista, disperso
Stefano Saettone, marinaio, disperso
Sergio Sambo, marinaio, deceduto
Antonio Scanu, marinaio segnalatore, disperso
Gaetano Scoglio, secondo capo segnalatore, deceduto
Ciro Scognamiglio, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Segotta, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Serci, marinaio cannoniere, disperso
Taddeo Taddei, marinaio cannoniere, disperso
Alberto Tagliabue, marinaio fuochista, disperso
Ivan Teobaldelli, marinaio cannoniere, deceduto
Vincenzo Terrulli, marinaio fuochista, disperso
Francesco Tidone, secondo capo furiere, deceduto
Emilio Ugo, marinaio cannoniere, deceduto
Letterio Vento, marinaio, disperso
Luigi Visciano, marinaio, deceduto
Savino Vitrani, marinaio cannoniere, disperso
Gioacchino Vultaggio, marinaio cannoniere, disperso
Alberto Zampiga, marinaio fuochista, disperso


lunedì 19 maggio 2014

Luciano


Il piroscafo quando portava il nome di Maronian (da www.wrecksite.eu)

Piroscafo da carico da 3329 (o 3385) tsl, 2127 tsn e 5088 tpl, lungo 97,2 metri e largo 12,9, pescaggio 6,6 metri, velocità 9,5-10,5 nodi. Appartenente alla ditta Servizi Marittimi Eugenio Szabados (con sede a Venezia), matricola 277 al Compartimento Marittimo di Venezia.

Breve e parziale cronologia.

18 giugno 1913
Varato nei cantieri Earle’s Shipbuilding & Engineering Company Ltd. di Hull (numero di costruzione 598) come Maronian.
Agosto 1913
Completato per le Ellerman Lines Ltd. di Liverpool. Stazza originaria 3585 tsl.
1922
Requisito dal governo britannico ed impiegato nei collegamenti tra Liverpool e Costantinopoli.
1938
Acquistato dalla ditta veneziana Servizi Marittimi Eugenio Szabados e ribattezzato Luciano.
25 dicembre 1940
Requisito a Napoli dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
26 gennaio 1941
Alle 23 lascia Brindisi in convoglio con i piroscafi Lido, Aprilia e Polcevera, trasportando benzina, munizioni, foraggio ed altri rifornimenti, giungendo a Valona, scortati dalla torpediniera Angelo Bassini, alle 10.30 del 27 gennaio.
22 febbraio 1941
Alle 7 lascia Valona insieme al piroscafo Diana (i due piroscafi sono scarichi ma hanno prigionieri a bordo), e con la scorta della torpediniera Generale Marcello Prestinari, arrivando a Brindisi alle 15.45 dello stesso giorno.
15 marzo 1941
Salpa da Bari all’1.45, in convoglio con le motonavi Donizetti, Città di Alessandria e Città di Savona e la scorta del cacciatorpediniere Carlo Mirabello e dell’incrociatore ausiliario Brioni. Il convoglio, che trasporta in tutto 2234 uomini, 3190 tonnellate di benzina e 410 di altri rifornimenti, arriva a Durazzo alle 15.
26 marzo 1941
Riparte da Durazzo alle 6 insieme ai piroscafi Hermada, Rinucci, Giglio e Miseno, tutti scarichi. Il convoglio, scortato dalla torpediniera Curtatone, arriverà a Bari alle 4 del mattino del 27, ma il Luciano si ferma prima, a Brindisi.
8 aprile 1941
Alle 3.30 parte da Brindisi insieme al piroscafo Goffredo Mameli, trasportando 3685 tonnellate di munizioni e 3594 di provviste. I due piroscafi, scortati dall’incrociatore ausiliario Brioni, giungono a Valona alle 14.30: il Luciano non ne ripartirà mai più.

Aerosiluranti su Valona

Nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 1941 il Luciano, al comando del capitano istriano Marco Martinoli, si trovava ormeggiato nella parte meridionale della rada di Valona, con ancora a bordo 2000 tonnellate di munizioni. Alle 00.40 del 14 il naviglio italiano in rada venne attaccato da sei aerosiluranti britannici Fairey Swordfish dell’815th Squadron della Fleet Air Arm, decollati dall’aeroporto greco di Paramythia e guidati dal tenente di vascello Frederick Michael Alexander Torrens-Spence, un veterano già autore dei siluramenti della corazzata Littorio (nella “notte di Taranto”) e dell’incrociatore pesante Pola (nella battaglia di Capo Matapan). Non era la prima incursione aerea che gli Swordfish effettuavano su Valona: dal 12 marzo gli aerei dell’815th Squadron erano stati trasferiti dalla portaerei Illustrious all’aeroporto di Paramythia, vicino al confine albanese, proprio con l’obiettivo di attaccare le basi italiane in Albania, tra cui i porti di Valona e Durazzo. Già nella notte tra il 13 ed il 14 marzo erano stati affondati il piroscafo Santa Maria e la nave ospedale Po, mentre quattro notti dopo era toccato alla torpediniera Andromeda. Il Luciano era stato presente in rada durante questi attacchi, ma non era mai stato bersagliato a sua volta dagli aerosiluranti britannici: ma questa volta sarebbe andata diversamente.
La sera del 14 aprile, alle 23.50, erano stati in sette, e non in sei, gli Swordfish che erano decollati da Paramythia con un siluro da 730 kg ciascuno, ma uno di essi, quello del tenente di vascello C. S. Lea, aveva subito un’avaria al motore ed era dovuto tornare indietro. Gli altri, giunti sulla rada di Valona dopo aver superato le montagne che la delimitavano ad una quota di 2440 metri, faticarono inizialmente ad individuare i bersagli, e dovettero perciò fare un giro in cerchio prima di riuscire a trovare le navi italiane. Alle 00.40 del 15 l’attacco, che si sarebbe protratto fino alle due di notte, ebbe inizio: Torrens-Spence lanciò il proprio siluro contro un piroscafo la cui stazza sovrastimò in 7000 tsl, mentre lo Swordfish del sottotenente di vascello Macaulay lanciò contro un mercantile che ritenne stazzare 6000 tsl. Prima di Macaulay un altro aerosilurante, quello del tenente di vascello Swayne, aveva lanciato, ma senza riuscire a colpire, così un altro Swordfish (uno dei siluri andò ad arenarsi sulla spiaggia), mentre altri due, dopo aver girato a vuoto per 45 minuti, se ne andarono senza aver trovato bersagli da attaccare. La reazione della contraerea abbatté uno degli Swordfish, quello dei sottotenenti di vascello W. C. Sarra e J. Bowker (che furono catturati, mentre il terzo membro dell’equipaggio dell’aereo rimase ucciso), ma il danno era fatto: due dei siluri colpirono il piroscafo Stampalia, che affondò dopo essere stato abbandonato dall’equipaggio, ed il Luciano. Quest’ultimo, a causa delle 2000 tonnellate di munizioni che aveva a bordo, ebbe la peggio: colpito dal siluro, esplose ed affondò rapidamente, uccidendo 24 uomini. Si salvarono solo in undici: dieci civili (il nostromo Raffaele Accardo, i marinai Francesco Diomede e Giovanni Fusco, il giovanotto Antonio Tedesco, il mozzo Renato Volponi, il fuochista Salvatore Di Cristo, i carbonai Antonio Olimpiaddi e Francesco Marino, il cameriere Renato Marcolin e lo sguattero Vincenzo Spagnuolo) ed un militare del CREM. I superstiti furono portati all’Ospedale Militare di Valona, da dove furono poi rimpatriati.


Vi trovarono la morte:


Vincenzo Borriello (o Boriello) (1), ingrassatore (civile), da Torre del Greco

Guido Bassi, secondo capo meccanico richiamato del CREM (Regia Marina), 31 anni, da Milano

Roberto Cabrini, sergente segnalatore richiamato del CREM (Regia Marina), 26 anni, da Milano

Francesco Cane, fuochista (civile), da Savona

Vincenzo Cantogno, marinaio (civile), da Torre del Greco

Guido Cappello, secondo ufficiale di macchina (civile), da Venezia

Luigi Caricola, fuochista (civile), da Bari

Francesco Carrellini (1), tenente del 48° Reggimento Fanteria (Regio Esercito), da Lodi

Antonio Del Gaddo (o Del Gatto) (1), fuochista (civile), da Torre del Greco

Agostino Donà, fuochista (civile), da Chioggia

Giuseppe Ferro, capitano del Genio Navale Direzione Macchine (Regia Marina), da Genova

Giovanni Fonda, cuoco (civile), da Venezia

Salvatore Ippolito, ingrassatore (civile), da Catania

Bartolomeo Lombardo, direttore di macchina (civile), da Palermo

Michele Maglione, capo fuochista (civile), da Torre del Greco

Marco Martinoli, comandante (civile), da Pola (o Lussinpiccolo)

Antonio Mennella, carbonaio (civile), da Torre del Greco

Mario Palman, primo ufficiale di macchina (civile), da Venezia

Adamo Salomoni, radiotelegrafista (civile), da Genova

Isidoro Sciuto, marinaio servizi vari di leva del CREM (Regia Marina), 20 anni, da Giarre

Corrado Soriano, fuochista (civile), da Molfetta

Corrado Spadavecchia, marinaio (civile), da Molfetta

Antonino Spanò, primo ufficiale (civile), da Palermo

Aldo Tiengo, secondo ufficiale (civile), da Chioggia


(1) Cognome non del tutto certo, perché di difficile lettura.

Quest’ultimo attacco fu la goccia che fece traboccare il vaso: lo stesso 15 aprile, dopo l’affondamento del Luciano e dello Stampalia, l’aeroporto di Paramythia e gli Swordfish lì stanziati vennero definitivamente distrutti da un attacco aereo tedesco. Le navi ormeggiate a Valona non avrebbero più dovuto temere attacchi dal cielo.
Il relitto del Luciano giace oggi nella parte sudoccidentale della rada di Valona, su fondali di non più di 26 metri (la coperta è appena 14 metri sotto la superficie). Un pedagno marca la sua tomba.
Le sovrastrutture appaiono contorte, dilaniate dall’esplosione che ne segnò la fine, ed una scialuppa giace nella sabbia a più di venti metri di distanza dalla nave, forse gettata fin lì dalla violenza dello scoppio. Neppure la tremenda esplosione che mandò a fondo il Luciano, tuttavia, fu sufficiente a distruggerne completamente il carico di munizioni: tra il 2000 ed il 2010, infatti, la Marina albanese (una cui base sorge sulla costa non lontano dal relitto) ha dovuto provvedere a bonificare il relitto, e ciononostante ancora oggi cataste di proiettili di grosso calibro e di pallottole per armi leggere giacciono qua e là nel relitto e sul fondale circostante.


Un’altra foto del Luciano come Maronian (foto USMM via Cesare Balzi e www.scubaportal.it)
 
Si ringrazia Cesare Balzi.





sabato 17 maggio 2014

Iseo


L’Iseo fotografato nel paese eponimo nel novembre 1928 (foto Simone Magnolini, tratta da www.lombardiabeniculturali.it)

Piroscafo passeggeri ad elica (battello lacuale), lungo 28 metri e largo 4,30, 280 passeggeri. In servizio sul Lago d’Iseo.

Breve e parziale cronologia.

Luglio 1909
Impostato nelle Officine Meccaniche Navali S. Bacigalupo & C. di Genova Sampierdarena (la sua costruzione costerà 60.000 lire).
 
Un’altra foto del piroscafo ad Iseo (foto Simone Magnolini, tratta da www.lombardiabeniculturali.it)
1° gennaio 1910
Completato come piroscafo a ponte unico con cabina sopraelevata e due salette a prua e a poppa, entra in servizio sul lago d’Iseo per la Società Nazionale Ferrovie e Tranvie (SNFT), operando sulla linea che unisce Lovere, Castro, Costa Volpino e Pisogne (stazione ferroviaria). Entro ottobre giungerà a trasportare in media 306 viaggiatori al giorno.
1922
Ceduto dalla SNFT (della cui flotta rappresenta l’ultima nave rimasta) alla Società di Navigazione del Lago d’Iseo.
1929
Trasformato in motonave, con completa ricostruzione delle sovrastrutture.
 
L’Iseo dopo la trasformazione in motonave (tratta da forum.milanotrasporti.org)
1932
Passa, con tutto il resto della flotta, all’Impresa di Navigazione Sebina, subentrata alla Società di Navigazione del Lago d’Iseo.

Il mitragliamento

La nave durante la seconda guerra mondiale, con colorazione mimetica (da “Storia del XX Secolo” n. 40, maggio 1998)
Anche dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Iseo e gli altri battelli continuarono a tenere i collegamenti tra i paesi rivieraschi del lago d’Iseo. I primi anni del conflitto trascorsero relativamente tranquilli, ma con l’autunno del 1944 giunse il periodo buio degli attacchi aerei indiscriminati.
Il mattino del 5 novembre 1944, una domenica, l’Iseo, partito da Tavernola Bergamasca al comando del capitano Fausto Ministrino (altre fonti, stranamente, indicano come comandante un nome completamente diverso, il capitano Buelli) e con a bordo 112 passeggeri (tra questi vi erano i giovani calciatori della squadra “Orsa Iseo” che si recavano a giocare dall’altra parte del lago, oltre a parecchie donne e bambini), era in arrivo all’imbarcadero di Siviano (Monte Isola). Contemporaneamente, proveniente dalla Valcamonica, si trovava a passare in zona una formazione di nove bombardieri angloamericani, in volo ad alta quota e diretti altrove, scortati da tre cacciabombardieri. Il lago era calmo, il cielo limpido: una giornata splendida e soleggiata. Gli aerei dirigevano verso il basso lago.
Alle 10.15, quando il battello era a soli trecento metri dall’approdo, i tre cacciabombardieri lasciarono la formazione, scesero in picchiata e si lanciarono sull’Iseo, mitragliandolo ripetutamente e a bassa quota. Lucia Crescimbeni, una passeggera, ricordò poi che uno degli aerei scese così in basso che poté vedere in faccia il suo pilota. Le raffiche di mitragliatrice, con proiettili che il capitano Ministrino riconobbe come quasi tutti esplosivi, colpirono la galleria e la saletta dove si trovavano i passeggeri, provocando una carneficina. Quattro passeggeri, presi dal panico, si buttarono in acqua per cercare di raggiungere a nuoto Siviano, ma annegarono. L’Iseo, però, pur seriamente danneggiata, non prese fuoco (altre fonti parlano invece di un principio d’incendio) e rimase governabile, ed il comandante Ministrino, rimasto illeso, fece aumentare la velocità e riuscì a portare il battello in un’insenatura nei pressi della località Agostinel, dove poté attraccare (per altra versione, fece arenare la nave). I passeggeri ancora vivi, 76 dei quali feriti, vennero sbarcati insieme a 38 salme (altra fonte parla di 38 morti e 80 feriti nel mitragliamento, più i passeggeri annegati, altra ancora di 32 morti subitanei trovati a bordo, poi saliti a 41, ed 80 feriti).
Tra i primi ad accorrere sul posto per prestare soccorso ai feriti vi fu il medico Adolfo Ferrata, che viveva in una casa di Siviano e si trovava vicino all’imbarcadero al momento dell’attacco (Ferrata era solito dire “Il letto del malato è il mio campo di battaglia”). Sopraggiunsero anche dei contadini, che strapparono i pali delle viti per formare una passerella con cui far scendere a riva la gente rimasta sul battello. Vittime e feriti vennero poi trasferiti nella Casa Provinciale delle suore di Brescia, trasformata in ospedale: fu necessario riempire anche l’atrio di materassi per sistemare tutti i feriti.
Le vittime furono in tutto 42. In maggioranza erano donne, molti i giovani ed i giovanissimi (dieci avevano meno di diciotto anni, cinque di loro meno di dieci). Le vittime più giovani furono le due gemelline Maria e Lisetta Barbieri, di soli nove mesi.

I loro nomi:

Adele Archetti, 27 anni, di Monte Isola
Agostina Archetti, 33 anni, di Iseo
Lisetta Barbieri, 9 mesi, di Iseo
Maria Barbieri, 9 mesi, di Iseo
Maria Belotti, 10 anni, di Vigolo
Francesco Bettoni, 53 anni, di Tavernola
Matilde Bianchi, 29 anni, di Sellere (Sovere)
Ornella Bianchi, 18 anni, di Iseo
Elvira Buffoli, 52 anni, di Iseo
Giuseppe Carrara, 20 anni, di Iseo
Nidia Carta, 36 anni, di Lovere
Maria Colosio, 7 anni, di Monte Isola
Paolo Dorta, 71 anni, di Iseo
Giuseppe Falciola, 21 anni, di Lovere
Carla Fiorina, 14 anni, di Riva di Solto
Angelo Frattini, 36 anni, di Castro
Teresa Guizzetti, 17 anni, di Monte Isola
Bernardina Inverardi, 14 anni, di Iseo
Anna Maria Lojodice, 1 anno, di Tavernola
Marino Lojodice, 39 anni, di Tavernola
Vincenzo Lojodice, 6 anni, di Tavernola
Maria Lussignoli, 31 anni, di Predore
Wanda Marilengo, 33 anni, di Iseo
Caterina Martinelli, 37 anni, di Vigolo
Brigida Mazzucchelli, 17 anni, di Monte Isola
Michele Mazzucchelli, 29 anni, di Monte Isola
Calogero Milia, 52 anni, di Iseo
Mario Negri, 19 anni, di Iseo
Luigi Nervi, 53 anni, di Riva di Solto
Bianca Pezzini, 28 anni, di Iseo
Antonietta Rivetti, 66 anni, di Marone
Antonio Rolli, 46 anni, di Riva di Solto
Antonia Scaramuzza, 58 anni, di Marone
Maria Serioli, 15 anni, di Sale Marasino
Giustina Silini, 33 anni, di Pisogne
Battista Stoppani, 29 anni, di Lovere
Luigina Viola, 32 anni, di Iseo
Angelo Zanotti, 30 anni, di Marone
Guido Zenti, 36 anni, di Riva di Solto
Lucia Ziliani, 21 anni, di Monte Isola
Maria Ziliani, 26 anni, di Monte Isola
Maria Ziliani, 32 anni, di Monte Isola

Come sovente accade in questi casi, fiorirono le ‘leggende’ tese a spiegare l’apparentemente inspiegabile attacco ad un’innocua piccola motonave lacuale: storie per cui gli Alleati avrebbero attaccato l’Iseo perché informati, erroneamente, che il battello trasportasse truppe ed armi; voci secondo le quali l’Iseo sarebbe stato attaccato perché scambiato dai piloti degli aerei per il rimorchiatore che i genieri tedeschi usavano per i lavori sulla strada rivierasca. Altri definiscono invece l’attacco come deliberatamente terroristico, diretto a colpire la popolazione civile.
Né l’una né l’altra interpretazione, probabilmente, sono corrette: anche il mitragliamento dell’Iseo è meramente da collocarsi negli attacchi ai “targets of opportunity”, bersagli occasionali rappresentati da qualsiasi mezzo di trasporto sarebbe potuto potenzialmente essere impiegato dalle truppe tedesche per i loro spostamenti. I cacciabombardieri angloamericani erano spesso in caccia libera per questo tipo di bersagli. Era anche vero che in qualche caso dei battelli avevano trasportato occasionalmente truppe tedesche o della RSI, per cui che tali attacchi non sarebbero stati del tutto ingiustificati: d’altra parte non si può ignorare che i piloti dovevano ben rendersi conto che nella maggior parte dei casi tali incursioni non avrebbero causato che stragi inutili di civili.

La saletta dell’Iseo con i segni del mitragliamento (da “Storia del XX Secolo” n. 40, maggio 1998)

Mentre terribili erano state le perdite umane, il mitragliamento aveva apparentemente causato danni materiali di modesta entità: l’Iseo venne immediatamente riparata, e tornò in servizio il giorno stesso dell’attacco. Sopravvisse al conflitto, mantenendo, infaticabile, il servizio di collegamento sul lago: la sua vita sarebbe stata ancora molto lunga.
Nel 1954 l’Iseo, con lo scadere della concessione della società Sebina, fu l’unico battello a rimanere in servizio, per poi passare nella flotta della nuova concessionaria del servizio di trasporto passeggeri sul lago, la ditta Busti di Bergamo.
Negli anni ’70 tutta la flotta passò sotto il controllo statale, operando per la Gestione Governativa Navigazione Laghi (la cui branca sebina era detta “Naviseo”), e nel 1977 l’Iseo venne sottoposta a radicali lavori di rimotorizzazione e rimodernamento, che ne mutarono completamente l’aspetto, per la seconda volta da quando era stata costruita. Nel 2003 l’Iseo, capace di 190 passeggeri (105 seduti) è passata al servizio della Navigazione Lago d’Iseo Srl, controllata dalla Regione Lombardia. 

L’Iseo oggi (dal sito della Navigazione Lago d’Iseo)

Il 60° anniversario del mitragliamento del 1944, il 5 novembre 2004, è stato commemorato con una mostra itinerante organizzata a bordo dell’Iseo stessa. Alla commemorazione ha partecipato anche il maggiore Pete Miller, delegato dell’ambasciata britannica in Italia.

Una lapide con i nomi delle vittime, posta nel santuario della Madonna della Ceriola, ricorda il mitragliamento del 5 novembre 1944, insieme ad un ex voto lasciato da una passeggera sopravvissuta all’attacco.

Dopo oltre un secolo di attività, la più antica nave in servizio sul Sebino è stata discutibilmente demolita nel maggio 2024, nel cantiere di Costa Volpino dov'era entrata per "manutenzione straordinaria", dopo che il riscontro di problemi alle chiodature avevano portato alla sospensione di classe. Uniche parti risparmiate sono state l'estrema prua, in attesa di una possibile monumentalizzazione, ed alcune componenti delle sovrastrutture, integrate in una nuova motonave Iseo costruita a La Spezia con le stesse fattezze dell'originale.