martedì 25 marzo 2014

Spina Secondo

Lo Spina Secondo sotto il tiro del Parthian (g.c. Byron Tesapsides).
 
 
Lo Spina Secondo (talvolta riportato anche come Spina Secondo D. o Despina II; per una fonte la nave aveva mutato il nome di Spina Secondo in Despina II) era un minuscolo motoveliero misto, una bilancella di appena tredici tonnellate di stazza lorda di proprietà di Aleanzo Secrofilata, di Calino, ed iscritta con matricola 1606 al Compartimento Marittimo di Rodi.
Alle 9.35 del 4 maggio 1943 lo Spina Secondo, in navigazione da Creta a Rodi con un carico di pietre, 18 tonnellate di olio per sapone in fusti e tre pecore vive, venne attaccato dal sommergibile britannico Parthian (al comando del tenente di vascello Michael Beauchamp St. John) una decina di miglia per 270° (ad ovest) dalla stazione di vedetta di Timiano, sull’isola di Coo. Dopo aver sparato tre colpi con il cannone, il battello britannico chiese se ai marinai se fossero greci od italiani e diede ai quattro uomini dell’equipaggio, tutti italiani, il tempo per abbandonare la nave, poi aprì nuovamente il fuoco, affondando lo Spina Secondo con otto salve. Non vi furono vittime.
Commentava su questo genere di attacchi, piuttosto frequenti nelle acque dell’Egeo, l’allora capitano di vascello Aldo Cocchia, comandante dell’isola di Lero: “Perché un sommergibile sia indotto a svelare la sua presenza unicamente per finire un piccolo motopeschereccio di poche tonnellate, bisogna che sia proprio alla disperazione [per mancanza di naviglio di maggior tonnellaggio da attaccare, nda]”. Oppure, che sia certo dell’impunità, stanti i men che modesti mezzi antisommergibile a disposizione nel Dodecaneso.
 
 

Gli ultimi istanti dello Spina Secondo (g.c. Byron Tesapsides).

 
L’affondamento dello Spina Secondo nel giornale di bordo del Parthian (si ringrazia Byron Tesapsides, autore del libro “Allied submarine operations in Greece during World War Two, 1941-1944”):
 
“08.00 Off Cape Daphni (Kos) a caique of about 50 tons was engaged with the gun and sunk after 8 rounds; laden with fuel oil and flying the Italian flag; 3 survivors. Her name was Rodine or possibly “Rodi IV” [era in realtà lo Spina Secondo; è possibile che l’identificazione da parte del Parthian come “Rodine” o “Rodi IV” si sia originata dall’erronea lettura del porto e numero di immatricolazione, Rodi n. 1606, sullo scafo della nave. In effetti, un’annotazione su una delle foto scattate dal Parthian riferisce che la nave era “marked Rod. IV”].
PARTHIAN immediately moved to a new area.”



Il rapporto del Parthian sul pattugliamento in Egeo del maggio 1943 (g.c. Byron Tesapsides).



domenica 23 marzo 2014

Dante De Lutti


La Dante De Lutti (Coll. Guido Alfano via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)


Cannoniera di 266 tonnellate di dislocamento standard e 370 t a pieno carico, 13 nodi di velocità, 36 uomini d’equipaggio. Lunga 32,80 m e larga 6,50, pescaggio 3,00 m. Armata con due cannoni da 76/40 mm e due mitragliere da 13,2 mm.


Breve e parziale cronologia.

1911
Costruita nei cantieri Mitsubishi Dockyards & Co. Ltd. di Nagasaki come piropeschereccio d’altura Tomiye Maru N. 2.
1916
Acquistata dalla Regia Marina insieme ad altri 46 piropescherecci giapponesi. Tutte queste unità, armate e ribattezzate con una sigla composta dalla lettera G e da un numero da 1 a 47, verranno impiegate come vedette e dragamine durante la prima guerra mondiale.
Il Tomiye Maru N. 2, dopo opportuni lavori di modifica, diventa il dragamine G 34.
15 marzo 1917
Entrata in servizio per la Regia Marina, come vedetta dragamine G 34.
21 luglio 1921
Ribattezzata Dante De Lutti (in memoria del sottotenente di vascello Dante De Lutti, caduto a Derna durante la guerra italo-turca) e riclassificata cannoniera di scorta. Viene impiegata anche per il servizio fari, compito che ricoprirà anche nella seconda guerra mondiale. Per il periodo 1925-1927 sarà classificata anche nave idrografica.
Aprile-settembre 1925
Al comando del primo tenente di vascello Francesco Baldizzone, la De Lutti, dopo essere stata approntata a La Spezia, compie una campagna idrografica lungo le coste italiane. I lavori idrografici iniziano il 13 aprile con lo scandagliamento del porto di Carloforte e del canale di San Pietro, poi vengono eseguiti un rilievo topografico della rada di Porto Vesme, un rilievo completo della rada e dei porticcioli di Gaeta, un rilievo d’aggiornamento del porto di Miseno (durante il quale vengono scoperti i resti di un antico molo romano), rilievi di verifica delle secche del Torrione, delle Formiche di Vivara, della Gaiola e Cavallara nonché misurazioni della corrente nelle acque della Sardegna e nel golfo di Gaeta. Fino a metà maggio 1925 il tempo avverso crea molti problemi alle rilevazioni in Sardegna. Ultimo lavoro consiste nel rilievo d’aggiornamento della rada di La Spezia, dove la De Lutti termina la sua campagna nel settembre 1925.
Maggio-novembre 1926
La De Lutti, al comando del primo tenente di vascello Bruno Riva (poi sostituito dal TV Agostino Scotto di Marco durante la campagna), viene armata a La Spezia in maggio per compiere un’altra campagna idrografica in Mar Tirreno.
Durante la campagna, la nave esegue rilievi di aggiornamento nei porti di Talamone, Santo Stefano, Gaeta, Bagnoli e Napoli. Spesso il maltempo è d’intralcio, e l’inesperienza dei giovani addetti ai rilievi non aiuta, ma tutte le rilevazioni vengono regolarmente eseguite senza grossi problemi.
Aprile-ottobre 1927
Terza ed ultima campagna idrografica della De Lutti, al comando del TV Oscar Marzocchelli. La nave, armata alla Spezia in aprile, compie rilievi di verifica, aggiornamento e completamento nei porti di La Maddalena, Cagliari, Carloforte, Golfo Aranci, Salerno, Civitavecchia, Imperia, San Remo e Savona. A Cagliari, Golfo Aranci, Civitavecchia, San Remo e Salerno vengono anche eseguite misurazioni magnetiche.
Terminati i rilievi di Savona, la De Lutti raggiunge Genova, dove sbarca il materiale idrografico, e poi La Spezia, dove viene posta in disarmo.
Successivamente verrà lungamente impiegata per servizio fari e fanali.
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la De Lutti, insieme alle altrettanto piccole cannoniere Palmaiola, Riccardo Grazioli Lante, Giovanni Berta e Valoroso, fa parte del Gruppo Navi Ausiliarie Dipartimentali della base di Tobruk.
4 agosto 1940
Il sottocapo cannoniere Michele Mirabello, della De Lutti, muore in Cirenaica. 

L’affondamento

Alle otto di sera del 5 luglio 1941 la De Lutti lasciò Bengasi per scortare a Tripoli il piccolo piroscafo Ninfea. Il minuscolo convoglio costiero non fece molta strada: già alle 22.22 (ora egiziana, per le navi italiane sarebbero state le 21.22), al largo di Bengasi, le due navi vennero avvistate dal sommergibile britannico Triumph, al comando del capitano di fregata Wilfrid John Wentworth Woods. Il sommergibile, avvicinatosi in superficie alle due navi, alle 22.44 (ora egiziana; le 21.45 per le fonti italiane) attaccò la De Lutti, aprendo il fuoco da una distanza di soli 90 metri con il cannone ed una mitragliera Lewis. Tutte e sei le salve sparate dal cannone da 100 mm del Triumph andarono a segno, incendiando la De Lutti, colpendo la caldaia, dalla quale fuoriuscì il vapore, e facendo esplodere le riservette di munizioni pronte all’uso accanto al cannone.
Dopo aver sparato un’ultima salva in corrispondenza della linea di galleggiamento della cannoniera, per affondarla, il Triumph aprì il fuoco contro il Ninfea, colpendolo ripetutamente (il piroscafo affondò più tardi) prima di essere costretto ad allontanarsi dall’apertura del fuoco da parte di una batteria costiera, che perforò anche una delle casse di zavorra.
La Dante De Lutti affondò due miglia ad ovest di Ras Tajunes, sulla costa libica. Del suo equipaggio era rimasto ucciso nel combattimento un ufficiale, il tenente di vascello Rosario Pellegrino, mentre quattro marinai erano rimasti feriti.

Lo scontro con la De Lutti nel giornale di bordo del Triumph (da Uboat.net):

“2222 hours - A 1500 tons merchant ship [il Ninfea, la cui dimensione è, come spesso accadeva, sovrastimata] and a A/S trawler [la De Lutti] that were at anchor were sighted. At 2244 hours Triumph was only 100 yards from the trawler when fire was opened with the deck gun and a Lewis gun. After 6 rounds of flash less 4", all of which hit, the trawler was on fire, steam was escaping from the boiler and the ready use ammunition for it's gun had exploded. A round was fired into the trawlers waterline. Fire was now shifted to the merchant.
Fire on the merchant was opened at 800 yards. After 15 rounds, with several hits, the stock of flash less ammunition was gone and regular shells had to be used. After the first one was fired Triumph was fired upon by a shore battery. A round from the shore battery fell close enough to wet the bridge and gun crew. Actually it was a hit forward but this was not realised at that time. Triumph withdrew from the scene. Later it was found out that no.1 ballast tank had been holed on the waterline.”


Un’altra immagine della De Lutti (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)




sabato 22 marzo 2014

Grazia

3 ottobre 1923: varo del piroscafo Valcerusa, futuro Grazia (g.c. Nedo B. Gonzales, da una pubblicazione dei Cantieri Cerusa)

Piroscafo da carico da 5857 tsl, 3408 tsn e 8650 tpl, lungo 120,1 metri e largo 15,5, pescaggio di 8,5 metri, velocità 9,5 nodi. Appartenente all’armatore genovese Giovanni Gavarone ed iscritto con matricola 1200 al Compartimento Marittimo di Genova.
 
Breve e parziale cronologia.
 
1923
Costruito dalla Società Anonima Cantieri Cerusa di Genova (numero di cantiere 104) per il Lloyd Mediterraneo – La Meridionale di Navigazione, anch’essa con sede a Genova, come Valcerusa.
1926-1927
Viaggia tra Italia e Nordeuropa, Stati Uniti, Canada, Spitzbergen, Falkland, Argentina.
Ad inizio dicembre 1926 il Valcerusa s’incaglia al largo della costa canadese ed imbarca acqua, venendo costretto a rientrare a Quebec.

Un’altra immagine del varo del Valcerusa (g.c. Pietro Berti, via www.naviearmatori.net)

Il Valcerusa subito dopo il varo (g.c. Nedo B. Gonzales, da una pubblicazione dei Cantieri Cerusa)

Settembre 1933
Il Valcerusa, mentre si trova ancorato presso Capo Goose, viene speronato dal piroscafo Pengarrow, riportando seri danni: la nave italiana riesce infatti ad arrivare a Quebec con i propri mezzi, ma con quasi cinque metri d’acqua nella stiva numero 4, tanto che 200 tonnellate del carico devono essere sbarcate prima che la nave possa portarsi all’ormeggio. I danni, valutati in 24.500 dollari, vengono riparati entro la prima decade di ottobre.
1935
Essendo il Lloyd Mediterraneo in crisi (scomparirà di lì a tre anni), il Valcerusa, insieme ad altri cinque piroscafi della compagnia (Valfiorita, Vallescura, Vallarsa, Valleluce e Valprato), viene acquistato dall’armatore genovese Giovanni Gavarone, titolare delle Industrie Navali Società Anonima (INSA) e ribattezzato Grazia.
 
Il Grazia con i colori dell’armatore Gavarone (g.c. Claude Rabault/www.archeosousmarine.net)

La prima vittima
 
Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, il Grazia effettuava traffico locale tra il porto britannico di Dover e quello polacco di Gdynia, spingendosi saltuariamente sino in Italia, ma la guerra e l’occupazione della Polonia misero rapidamente fine a questo servizio.
Il mattino del 19 novembre 1939, poco più di due mesi dopo l’inizio della guerra, il Grazia, partito da Newcastle al comando del capitano Giovanni Raimondi, un lupo di mare genovese, e diretto a Trieste con un carico di carbone ed un equipaggio di 32 uomini, si stava dirigendo nella zona dove le unità britanniche svolgevano i controlli sui carichi trasportati dai mercantili neutrali, al largo di Newcastle. I venti di guerra ancora non soffiavano per l’Italia, le cui navi mercantili continuavano a viaggiare tra i porti di tutto il mondo, ma occorreva comunque prestare attenzione, specie nel Mare del Nord, cosparso di mine, che non operavano alcuna distinzione tra navi nemiche, amiche e neutrali. Il mare era agitato, con onde alte e vento forza 4, ma questo non ostacolava la visibilità, che rimaneva discreta.
Intorno alle 10.45 ora britannica (11.45 ora italiana; per altra versione 10.45, o 11) del mattino il comandante Raimondi aveva finito da appena cinque minuti di scrivere una lettera alla famiglia, con cui diceva che ormai il Grazia era al di fuori della zona di pericolo (ormai era una questione di controlli di formalità, poi la nave sarebbe proseguita senza problemi verso Trieste), quando al largo di Foreland il piroscafo urtò con la prua una mina che sollevò una colonna d’acqua e rottami. L’esplosione fu sentita anche da terra, a sei miglia di distanza, da dove poi si vide levare una colonna di acqua e fumo.
Raimondi immediatamente lanciò il segnale di abbandono nave (sette colpi di sirena a breve intervallo) ed ordinò all’equipaggio di andare alle scialuppe, ma mentre l’ordine veniva eseguito il Grazia urtò una seconda mina a centro nave, e subito dopo una terza che ne devastò la poppa.
Il radiotelegrafista Francesco Boschi, che aveva da poco mangiato ed era stato sorpreso dallo scoppio della prima mina mentre si accingeva a salire una scala che portava in plancia per raggiungere la stazione radio, corse su per una scaletta ed irruppe nella stazione radio – intenzionato a lanciare l’SOS se necessario – solo per scoprire che l’esplosione ed il contraccolpo avevano strappato dalla paratia e gettato in pezzi, sul tavolo e sul pavimento, tanto la radio principale quanto quella d’emergenza, sia trasmittente che ricevente. Proprio allora il comandante Raimondi, che si trovava nell’adiacente timoniera, gli ordinò di lanciare l’SOS, comunicando che la nave stava affondando sei miglia a nord-nord-est da North Foreland: Boschi non poté che rispondergli che era impossibile perché la radio era fuori uso, e Raimondi, dopo essersi affacciato alla porta che metteva in comunicazione i due locali ed averlo constatato di persona, gli ordinò di andare a poppa per imbarcarsi sulle lance. Il Grazia stava affondando rapidamente, ma Boschi cercò prima di recuperare il brevetto da marconista che teneva in un cassetto: il cassetto, tuttavia, era incastrato, ed il radiotelegrafista dovette rinunciare e precipitarsi a poppa sul ponte lance, punto di raduno dell’equipaggio.
Nel farlo, però, Boschi sentì un carbonaio invocare aiuto: era rimasto intrappolato nella cambusa, la cui porta era bloccata da ferri contorti. Con non poco lavorio Boschi riuscì a liberare il carbonaio, poi entrambi si diressero di corsa a poppa, separandosi per dirigersi verso le rispettive lance cui erano assegnati proprio mentre si verificava la seconda tremenda esplosione. Cinque uomini furono gettati in mare dall’esplosione, che spezzò in due la nave.
L’equipaggio mantenne calma e freddezza; una delle tre lance di salvataggio fu travolta, mentre le altre due poterono essere calate (per altra fonte fu possibile usare solo le due scialuppe di poppa a causa dello sbandamento). Il direttore di macchina Lorenzo Vassallo, da Imperia, riuscì frattanto a mettersi in contatto mediante una piccola radio con il cacciatorpediniere britannico Gipsy, informandolo dell’accaduto e ricevendo risposta. Anche da terra, dopo aver osservato l’esplosione, fu ordinato ai cacciatorpediniere Gipsy e Griffin di dirigere alla massima velocità sul luogo del disastro; prese il mare anche un rimorchiatore di salvataggio, ed in un secondo momento fu fatto decollare un aereo per segnalare alle unità soccorritrici la posizione dei naufraghi.
Il radiotelegrafista Boschi stava per calarsi nella sua scialuppa quando si verificò a poppa la terza esplosione, che lo fece finire in acqua a sei o sette metri dalla lancia. Nuotando nel mare grosso, il marconista raggiunse l’imbarcazione e fu tirato a bordo dai compagni, poi la lancia si allontanò dalla nave agonizzante.
Il comandante Raimondi lasciò in cabina la troppo ottimistica lettera appena scritta, sul tavolo, e con essa i pantaloni, che contenevano dei cari ricordi di famiglia ma che in acqua sarebbero stati solo d’intralcio, impedendo di nuotare. Come da tradizione abbandonò per ultimo la sua nave, che affondò un quarto d’ora dopo aver urtato le mine, 5 miglia a nord di Foreland.
Il capitano Raimondi portò in braccio il marinaio Baldassarre Sanfilippo, gravemente ferito dagli scoppi, sino alle scialuppe, lo depose in una lancia e diresse la messa a mare delle due imbarcazioni.

Copertina del giornale “Il Mattino Illustrato” ritraente il comandante Raimondi che abbandona per ultimo la nave portando in braccio il corpo esanime di Baldassarre Sanfilippo (da www.portodiravenna.com)

Una volta in acqua, gli occupanti delle due lance dovettero lottare per impedire che le scialuppe fossero capovolte dalle onde o travolte dal risucchio della nave in affondamento. Le onde continuavano a riversare acqua nelle lance, che doveva essere sgottata di continuo.
Baldassarre Sanfilippo morì tra le braccia del comandante Raimondi prima di arrivare a Dover.
Il pronto arrivo dei cacciatorpediniere Gipsy e Griffin permise il salvataggio di 26 uomini, ma altri cinque, oltre a Sanfilippo, risultarono mancanti all’appello: uccisi dalle esplosioni o scomparsi nelle fredde ed agitate acque del Mare del Nord. Il rimorchiatore di salvataggio avvistò uno dei corpi, ma il mare mosso vanificò ogni tentativo di recuperarlo.
Gli uomini nella lancia con il radiotelegrafista Boschi, dopo aver lottato per un’ora con la furia degli elementi, vennero tratti in salvo dal Griffin, quelli dell’altra imbarcazione dal Gipsy, i cui marinai diedero ai naufraghi italiani vestiti asciutti ed ogni assistenza. Solo dopo aver avuto la certezza che in mare non vi fosse più nessuno che potesse essere salvato, i sopravvissuti accettarono di essere portati a terra.
Quindici naufraghi, tra cui il comandante Raimondi, furono recuperati dal Gipsy e sbarcati per primi a Dover il 19 novembre, mentre il Griffin raggiunse a sua volta Dover alle dieci del 20 novembre, con altri undici sopravvissuti.
La salma di Baldassarre Sanfilippo, recuperata dal Gipsy insieme ai 15 superstiti, venne portata in camera mortuaria a Dover. I corpi dei cinque dispersi, invece, non vennero mai ritrovati.
I 26 sopravvissuti del Grazia, grazie alle premure sia delle autorità britanniche che del commissario consolare italiano di Folkestone, Ronco, raggiunsero Londra il 21 novembre (dove arrivarono alla stazione di Charing Cross e si recarono nel pomeriggio a deporre presso il consolato italiano) e furono rimpatriati da Modane il 26 novembre 1939, arrivando alla stazione di Piazza Principe a Genova alle 15 di quel giorno: ad attenderli c’erano i loro parenti, l’armatore Giovanni Gavarone ed il segretario provinciale della Federazione della gente di mare (che li accolse a nome del presidente della Federazione Lembo). Il capitano Raimondi, dopo aver elogiato il comportamento tenuto dai suoi uomini, si recò con il resto dell’equipaggio nella Capitaneria di Porto, dove tenne una “conferenza stampa” sull’accaduto.  
 
I sopravvissuti del Grazia a Genova. In prossimità del limite sinistro del monumento, in giacca e cravatta, sono l’armatore Giovanni Gavarone (al centro), il capitano Giovanni Raimondi (a destra di Gavarone per chi guarda al foto), il direttore di macchina Lorenzo Vassallo (a sinistra di Gavarone) e, in secondo piano tra Gavarone e Vassallo, il primo ufficiale Carlo Remaggi (Archivio storico La Stampa).

La nave salvatrice dei naufraghi del Grazia, il Gipsy, aveva le ore contate: il 21 novembre 1939, infatti, il cacciatorpediniere britannico fece la stessa fine della nave italiana, saltando su una mina ed affondando davanti ad Harwich.
Il Grazia fu la prima nave italiana ad affondare nella seconda guerra mondiale. Le mine su cui era affondato erano state posate dai cacciatorpediniere tedeschi Hans Lüdemann e Karl Galster al largo dell’estuario del Tamigi, nella notte tra il 12 ed il 13 novembre 1939, nel corso di una più ampia operazione di minamento di quelle acque.
Il relitto del piroscafo giace 5 miglia a nord di Foreland, in posizione 51°28’3826 N e 001°27’3836 E.
 
Morirono nell’affondamento del Grazia:
 
Michele Fodale, da Genova (primo ufficiale di macchina)
Luigi Hauswirth, da Campomorone (cameriere)
Giuseppe Gherzi, da Varazze (carbonaio)
Leopoldo Gugliotta, da Pozzallo (marinaio)
Giuseppe Ognio, da Alghero (fuochista)
Baldassarre Sanfilippo, da Palermo (marinaio)
 
Furono i primi della lunghissima schiera di marittimi della Marina mercantile, 7164 uomini, che avrebbero trovato la morte in guerra nei sei anni a venire.
 
 Una serie di articoli della "Stampa" sull'affondamento del Grazia:
 
 
 
 
 

 
Un dipinto ritraente l’affondamento del Grazia (da www.portodiravenna.com)

 

martedì 18 marzo 2014

Granito

Il Granito a Monfalcone subito dopo il varo (da www.marina.difesa.it via Marcello Risolo e www.betasom.it)  
 
Sommergibile di piccola crociera della classe Platino (712 tonnellate di dislocamento in superficie ed 865 in immersione). Durante la guerra effettuò quattro missioni offensive od esplorative e quattro di trasferimento, compresa una di trasporto, percorrendo in tutto 3839 miglia in superficie e 348 in immersione.
 
Breve e parziale cronologia
 
9 novembre 1940
Impostazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 1264).
7 agosto 1941
Varo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
3 gennaio 1942
Entrata in servizio. Suo primo comandante è il capitano di corvetta Benedetto Luchetti; l'addestramento viene compiuto intensamente e con la massima celerità, per rendere il battello operativo quanto prima.
27 gennaio 1942
Si trasferisce da Monfalcone a Pola, svolgendo al contempo le prove in mare.
28 gennaio 1942
Rientra da Pola a Monfalcone, eseguendo altri collaudi.
13 febbraio 1942
Uscita da Monfalcone per prove in mare.
1° marzo 1942
Il capitano di corvetta Luchetti cede il comando al parigrado Emilio Gariazzo.
 
Il Granito (in primo piano), appena ultimato, ed il gemello Alabastro (foto tratta da “Gli squali dell’Adriatico” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via Marcello Risolo). Ambedue le unità sarebbero andate perdute senza superstiti dopo pochi mesi di servizio.

7 aprile 1942
Uscita da Monfalcone per esercitazione.
9 aprile 1942
Uscita da Monfalcone per esercitazione.
23 aprile 1942
Uscita da Monfalcone per esercitazione.
20 maggio 1942
Assume il comando del Granito, al posto del capitano di corvetta Gariazzo, il tenente di vascello Leo Sposito.
23 maggio 1942
Uscita da Monfalcone per esercitazione.
29 maggio 1942
Si trasferisce da Monfalcone a Venezia.
30 maggio 1942
Uscita da Venezia per esercitazione.
3 giugno 1942
Si trasferisce da Venezia a Pola.
5 giugno 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
6 giugno 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
9 giugno 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
10 giugno 1942
Si trasferisce da Pola a Monfalcone.
17 giugno 1942
Torna da Monfalcone a Pola.
18 giugno 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
25 giugno 1942
Uscita da Pola per esercitazione.
28 giugno-1° luglio 1942
Si trasferisce da Pola a Napoli, insieme al gemello Avorio.
3 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
4 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
5 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
8 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
9 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
11 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
12 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
13 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
15 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
16 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
17 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
19 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
20 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
21 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
23 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
24 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.

Il tenente di vascello Leo Sposito, ultimo comandante del Granito (da Uboat.net)


25 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
27 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
28 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
29 luglio 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
3 agosto 1942
Uscita da Napoli per esercitazione.
4 agosto 1942
Si trasferisce da Napoli a Cagliari.
5 agosto 1942
Lascia Cagliari al comando del tenente di vascello Leo Sposito.
6 agosto 1942
Raggiunge la zona d’agguato, una cinquantina di miglia a nord di Biserta ed ad est dell'isola La Galite, in preparazione della grande operazione aeronavale contro il convoglio britannico «Pedestal» diretto a Malta: operazione che porterà alla più grande battaglia aeronavale della guerra del Mediterraneo, la battaglia di Mezzo Agosto. Il Granito forma uno sbarramento insieme ai gemelli Cobalto e Avorio, mentre altri battelli sono dislocati in altri punti di passaggio del convoglio britannico.
Per l'occasione il Granito ha ricevuto alcuni dei primi siluri di tipo G7e consegnati dalla Germania all'Italia (forse imbarcati durante il periodo passato a Pola, tra il 3 ed il 10 giugno).
10-11 agosto 1942
Il 10 agosto il Granito, come gli altri sommergibili presenti nella zona, riceve l'ordine di dare la precedenza all'avvistamento ed alla segnalazione della presenza di unità nemiche rispetto all'attacco (in modo da permettere che, una volta scoperto il convoglio, tutte le forze aeronavali possano essere concentrate contro di esso). Nella notte tra il 10 e l'11 avvista due piroscafi francesi (di Vichy) illuminati, dei quali è stato regolarmente segnalato il previsto passaggio da parte delle autorità francesi.
12 agosto 1942
Alle 6.10 si immerge, e dopo essersi portato a quota periscopica a mezzogiorno ed esservi rimasto sino alle 12.38 per l'ascolto del SITI, torna a 45 metri di profondità, ma gli idrofoni rilevano rumori prodotti dalle turbine di navi in avvicinamento; mentre il sommergibile si porta a quota periscopica, viene fatto oggetto del lancio di una scarica di bombe di profondità, a 20 metri. Il Granito ridiscende perciò a 60 metri e ferma le macchine, restando in assetto statico, per ridurre le probabilità d’individuazione. L'unità italiana si è imbattuta nei cacciatorpediniere Tartar, Laforey, Lookout, Lightning, Eskimo, Somali, Wishart, Antelope, Ithuriel, Zetland e Vansittart, che formano lo schermo protettivo dell’imponente formazione britannica che dà scorta indiretta al convoglio: le corazzate Rodney e Nelson, le portaerei Eagle, Furious, Victorious ed Indomitable e gli incrociatori Manchester, Phoebe, Sirius, Kenya, Cairo e Charybdis.
Nelle ore successive il battello rileva continuamente navi nemiche passare sopra di esso o nelle vicinanze, e viene sottoposto a pesante e sistematica caccia con bombe di profondità da parte del cacciatorpediniere Tartar; alle 16.20 una scarica di bombe esplode estremamente vicina, facendo spegnere alcune luci e sprofondare il Granito fino a 96 metri. Il sommergibile viene poi riportato alla quota di 60 metri. Dalle 18.22 alle 19.20 la caccia si concentra su un altro sommergibile rilevato nei pressi, dando al Granito un po’ di respiro, ma dalle 19.20 anch’esso riprende ad essere bersagliato da lanci di cariche di profondità. La caccia continua sino alle 21.30: sono state lanciate ben 301 bombe di profondità, ma il Granito non ha riportato alcun danno di rilievo.
Alle 22.10, dopo aver inutilmente cercato di rilevare all’idrofono la posizione della formazione di «Pedestal», il sommergibile emerge e prende a pendolare nella zona, che il comandante Sposito ritiene essere favorevole al transito di altre navi nemiche.
13 agosto 1942
Il Granito tenta una manovra d'attacco in base ad indicazioni dell'idrofono, ma senza risultato.
14 agosto 1942
Alle 4.30 emerge ed assume 160°, portandosi sottocosta sino a due miglia dalla riva, poi assume rotta 90°, ricevendo alle 4.34 un telegramma che conferma che nell’area passerà, di ritorno da Malta, la scorta di «Pedestal», la Forza X. Alle 4.47 il Granito avvista di prua le prime tre navi nemiche, che procedono a zig zag (le due più vicine sono a 4 km di distanza), e si avvicina sino a 2000 metri, lanciando alle 4.51 (in posizione 37°15’ N e 09°40’ E, al largo degli isolotti tunisini dei Fratelli) una coppiola di siluri contro una delle navi, ma uno dei due siluri, per ritardo nell’apertura del cappello, non parte. Nel mentre vengono avvistati anche quattro cacciatorpediniere di scorta al convoglio, sulla sua dritta. Alle 4.52 il Granito, dopo aver accostato a dritta per circa dieci gradi, lancia un’altra coppiola di siluri contro un incrociatore leggero identificato come appartenente alla classe London (che non era la stessa nave bersaglio del precedente attacco), per poi continuare ad accostare per circa 70°; alle 4.53 gli idrofoni avvertono uno scoppio ed il sommergibile lancia una terza ed ultima coppiola di siluri contro lo stesso incrociatore, per poi immergersi con la rapida, temendo di essere stato avvistato da due cacciatorpediniere che sembrano dirigere verso il battello italiano (si tratta in realtà dell’incrociatore leggero britannico Kenya, che ha avvistato il Granito e gli muove incontro per speronarlo, senza riuscirci perché il sommergibile è all’interno del suo cerchio di evoluzione).
Alle 4.54, circa 60 secondi dopo i lanci, vengono avvertite due esplosioni (definite nel rapporto come caratteristiche di siluri) attribuite ai siluri dell’ultima coppiola, dopo di che il Granito si posa sul fondale. In realtà il bersaglio dell’attacco, il cacciatorpediniere Ashanti, viene mancato dai siluri (per altra fonte le armi mancano anche il Kenya stesso), e contrattacca con bombe di profondità.
Alle 5.50 il sommergibile torna in superficie e lancia il segnale di scoperta, per poi effettuare una nuova immersione rapida alle 6.10, avendo avvistato un aereo (ma solo a scopo precauzionale, trattandosi probabilmente di un ricognitore della Luftwaffe). Alle 7.25 il sommergibile riemerge di nuovo ed invia al comando della squadra sommergibili (Maricosom) un telegramma sull’attacco effettuato, poi prosegue verso nord sino ai confini dell’area ad esso assegnata. Alle 8.45, in posizione 37°40' N e 09°40' E, il Granito attraversa un tratto di mare cosparso da grosse chiazze di nafta ed olio, vedendo in mare dei rottami (tavole rotte ed uno scovolo per cannone), probabile rimasuglio degli accaniti attacchi aerei e subacquei ai danni del convoglio, che hanno mietuto numerose vittime.
Alle 11.20 il sommergibile s'immerge, ed alle 19.16 viene ricevuto l'ordine di tornare alla base, perciò, alle 20, il battello emerge ed intraprende la navigazione di ritorno.
Quello portato dal Granito è stato l'ultimo di una lunga serie di attacchi subacquei subiti dalle forze britanniche durante la battaglia di Mezzo Agosto.
  
Il rientro del Granito dopo la battaglia di Mezzo Agosto (g.c. STORIA militare)

18 agosto 1942
Lascia nuovamente Cagliari diretto a nord di Biserta, a seguito di un ordine generale di partenza inviato a tutti i sommergibili in efficienza.
19 agosto 1942
Riceve ordine di raggiungere Trapani, dove arriva nel pomeriggio.
21-22 agosto 1942
Si trasferisce da Trapani a Cagliari.
3 settembre 1942
Uscita da Cagliari per esercitazione.
13-15 settembre 1942
Si trasferisce da Cagliari a Trapani e poi ad Augusta.
29 settembre 1942
Uscita da Augusta per esercitazione.
5 ottobre 1942
Uscita da Augusta per esercitazione.
3 novembre 1942
Salpa da Augusta per una missione di trasporto a Tobruk; a bordo ha benzina e 22,4 tonnellate di munizioni tedesche.
5 novembre 1942
Arriva a Tobruk, sbarca il carico e subito riparte per Augusta.
8 novembre 1942
Arriva ad Augusta.
 
Il Granito nell’autunno del 1942, verosimilmente al largo di Cagliari (g.c. STORIA militare)

L'affondamento

Alle 15.55 dell'8 novembre 1942, poche ore dopo essere rientrato dalla sua missione di trasporto in Cirenaica, il Granito salpò nuovamente da Augusta al comando del tenente di vascello Leo Sposito, transitò attraverso lo stretto di Messina (superò Messina alle 21.25 dell'8) e fece rotta verso sud per raggiungere una zona d'agguato a nord di Bougie (costa algerina), nel quadrante 5136: gli era infatti stato assegnato, come ad altri sommergibili, il compito di contrastare lo sbarco alleato nel Nordafrica francese (Operazione «Torch»). Alle 10.15 del 9 novembre si verificò l'ultimo contatto tra il Granito e la base: poi più nulla.
Alle 15.39 di quello stesso 9 novembre, il sommergibile britannico Saracen (al comando del tenente di vascello Michael Geoffrey Rawson Lumby, già autore, al suo primo pattugliamento con il Saracen, dell'affondamento del sommergibile tedesco U 335) avvistò in posizione 38°34' N e 12°09' E (a nordovest di Marsala ed al largo di Capo San Vito Siculo; altra fonte, probabilmente erronea, riporta 38°34' N e 12°00' E), a due chilometri di distanza su rilevamento 115°, il Granito, che procedeva in superficie a nove nodi con rotta 270°, verso ovest. Subito il sommergibile britannico – che si trovava immerso e che era anch'esso in mare per l'Operazione «Torch», ma a supporto di essa –  manovrò per attaccare. Lumby disse al suo secondo, il sottotenente di vascello Young, che riusciva a vedere chiaramente le facce sorridenti degli ufficiali italiani in torretta.
Alle 15.44 il Saracen lanciò quattro siluri da 730 metri di distanza. Dopo un minuto, tre violente esplosioni segnalarono la fine del Granito.
Alle 15.52 il Saracen, attraversando il tratto di mare dove si era trovato il sommergibile italiano per cercare eventuali naufraghi, avvistò tutt’attorno solo rottami e chiazze di carburante. Tre armadietti galleggiavano in una chiazza di nafta. Non vi furono superstiti.
 
Perirono con il Granito:
 
Calogero Accardi, sottocapo cannoniere, da Santa Ninfa
Antonio Aramini, sergente silurista, da Todi
Flavio Basselli, sergente segnalatore, da Vicenza
Pietro Battaglia, sottocapo radiotelegrafista, da Ancona
Mario Baveri, sottocapo silurista, da Trieste
Alfonso Bevivino, sottocapo silurista, da Napoli
Fabio Bocchini, marinaio motorista, da Fano
Liborio Bommarito, marinaio, da Balestrate
Adolfo Botti, capo silurista di terza classe, da Talamello
Filippo Briguglio, sottocapo silurista, da Messina
Marino Canetti, sergente radiotelegrafista, da Padova
Luciano Cappuccio, marinaio nocchiere, da Siracusa
Giovanni Catani, marinaio silurista, da Cagliari
Angelo Della Valle, marinaio motorista, da Brescia
Luigi Di Rienzo, marinaio motorista, da Fontana del Liri
Luigi Evangelista, sottocapo cannoniere, da Capriglia Irpina
Francesco Ferasin, secondo capo radiotelegrafista, da Arsiero
Ciro Fogliato, sottocapo elettricista, da Udine
Francesco Formisano, sergente elettricista, da Ercolano
Raffaele Guido, tenente del Genio Navale, da Trapani
Mario Lizzio, sottocapo furiere, da Acireale
Gennaro Maringola, marinaio motorista, da Taranto
Raffaele Migliaccio, sottocapo elettricista, da Napoli
Marcello Montali, guardiamarina, da Jesi
Eugenio Muzzo, sottocapo furiere, da Verbania
Ciro Noto, marinaio, da Torre Annunziata
Sebastiano Oieni, sergente nocchiere, da Mistretta
Pietro Ortigara, marinaio silurista, da Caldogno
Fausto Paoli, marinaio motorista, da Isola d'Istria
Vasco Parra, marinaio elettricista, da Santa Luce
Celestino Picolla, capo elettricista di terza classe, da Oldenico
Pierluigi Puccetti, sottotenente di vascello, da Livorno
Edoardo Raffagnini, secondo capo motorista, da San Giorgio di Mantova
Carmine Raiola, marinaio, da Torre del Greco
Tolmino Ricci, secondo capo meccanico, da Pontremoli
Pietro Orazio Saulig, marinaio motorista, da Fiume
Bruno Serdoz, capo motorista di terza classe, da Fiume
Augusto Sommaio, marinaio silurista, da San Bellino
Vincenzo Spagnuolo, marinaio silurista, da Nardò
Leo Sposito, tenente di vascello (comandante), da Civitavecchia
Giovanni Sulis, marinaio radiotelegrafista, da Cagliari
Sirio Tallevi, sottocapo nocchiere, da Fano
Gabriele Terrasi, guardiamarina, da Palermo
Alberto Testolina, secondo capo elettricista, da Piove di Sacco
Federico Trapani, marinaio cannoniere, da Napoli
Arturo Uselli, sergente radiotelegrafista, da Serramanna
Lorenzo Viglietti, marinaio elettricista, da Savona
 
Per l'affondamento del Granito, il comandante in seconda del Saracen, sottotenente di vascello Edward Preston Young, ricevette la Distinguished Service Cross, mentre il comandante Lumby fu decorato con il Distinguished Service Order.
Tra i 48 uomini scomparsi con il Granito (5 ufficiali, 13 sottufficiali e 29 sottocapi e marinai) vi era anche il motorista Luigi Di Rienzo, un abitante di Fontana del Liri, un paese del Frusinate. Volle la sorte che poco più di un anno dopo, il 12 dicembre 1943, uno dei membri dell’equipaggio del Saracen, il sottufficiale radiotelegrafista Victor James Crosby, finito in un campo di prigionia in Italia a seguito dell’affondamento del Saracen e nascostosi presso dei partigiani dopo l’armistizio, rimanesse ucciso durante un rastrellamento tedesco proprio a Fontana del Liri. Crosby, uno degli affondatori del Granito, finì così con l'essere sepolto (sebbene in località ignota) nella terra che invece non aveva potuto accogliere le spoglie mortali di Di Rienzo, il cui corpo era disperso in mare come quelli di tutti i suoi compagni.
 
L'affondamento del Granito nel giornale di bordo del Saracen (Uboat.net):
 
"1539 hours - In position 38°34'N, 12°09'E sighted an Italian submarine bearing 115°, enemy course 270°, enemy speed 9 knots, range 2200 yards. Started attack.
1544 hours - Fired four torpedoes from 800 yards. Three loud explosions were heard one minute later. HE stopped immediately.
1546 hours - No sign of the enemy submarine.
1552 hours - Passed through an area of oil and wreckage."